Quattro donne trans trattate come cavie: riparte il processo contro i medici dell’Umberto I

Le quattro donne erano in "una sorta di limbo", non avendo un sesso definito. Non erano state informate del metodo sperimentale, segnando negativamente il loro processo di transizione.

donne trans
2 min. di lettura

Sono quattro le donne trans che sarebbero state trattate come delle cavie dai medici dell’ospedale Umberto I di Roma. E oggi, dopo anni di silenzio e posticipi, riprende il processo. La storia inizia nel 2011, quando la prima delle quattro vittime decide di iniziare il processo di transizione, da uomo a donna. Assieme a lei, altre tre donne MtF, nell’arco di due anni, dal 2011 al 2013. Non si conoscevano prima, le vittime, ma dal 2014 si sono unite nella denuncia fatta verso i medici responsabili.

Tre i medici coinvolti: il primario di chirurgia plastica Nicolò Scuderi, il collega Luca Andrea Dessy e la biologa Cinzia Marchese. Secondo le quattro donne, avrebbero voluto ricorrere a delle tecniche sperimentali senza informare le pazienti. Per questo motivo, si sono sentite delle vere e proprie cavie. Cavie di operazioni poi fallimentari, che hanno causato forti dolori fisici e il ricorso a un’altra clinica per riparare agli errori dell’equipe romana. 

Operazioni disastrose senza il consenso delle donne trans

Dopo le operazioni in via sperimentale, le pazienti si sono trovate in una “sorta di limbo“, come hanno spiegato loro stesse. Un termine azzeccato, dato che l’operazione chirurgica, fallita, non aveva conferito alcun sesso. Doveva essere un metodo innovativo, anche se sperimentale, come gli stessi medici ora sotto processo avevano sottolineato in un articolo nella rivista specializzata Plastic and Reconstructive Surgery, pubblicato nel gennaio 2014.

Sperimentale, aveva spiegato. Ma si erano “dimenticati” di informare le pazienti, che si sono fidate di andare in sala operatoria con l’equipe per essere finalmente se stessi. Questo metodo prevedeva di creare una vagina con del tessuto che sarebbe stato prelevato dalla bocca. Con risultati catastrofici, che hanno portato le donne trans a non avere un sesso definito. Ora, i medici dovranno rispondere di lesioni volontarie. Un’accusa nuova, per un medico chirurgo, poiché solitamente le lesioni possono essere colpose. Ma il non aver informato le pazienti e essere ricorsi a metodi sperimentali senza consenso cambia tutto.

La denuncia era stata presentata nel 2014 e nel 2015 c’era stata la prima udienza. Col passare degli anni e della lotta in tribunale, il giudice che seguiva il caso è stato cambiato. Questo ha portato all’azzeramento dei lavori svolti fino a quel momento, dovendo ripartire da zero. Oggi la prima nuova udienza, nella speranza che il processo veda una fine entro il 2027, anno in cui il caso andrà il prescrizione.

La pena delle pazienti vittime

Dopo il fallimento delle operazioni, le quattro donne hanno dovuto rivolgersi ad altri centri specializzati, dovendo pagare di tasca proprio una cifra esorbitante per procedere al cambio di sesso e rimediare ai danni. Una di loro ha trovato una clinica in un paese asiatico, dove ha potuto concludere la transizione. Come se non bastasse, hanno dovuto convivere con fortissimi dolori per i primi giorni post-operazione. Anche per questi danni, fisici e morali, intendono fare di tutto per ottenere giustizia. 

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