Quello dello spettacolo è un mondo strano, controverso, dove spesso si tace, si edulcora o si scivola nella narrazione convenzionale. Andrea Occhipinti, invece, ha scelto la via più difficile: quella della verità. In un’intervista che non indulge mai nella posa o nell’autocompiacimento, il fondatore di Lucky Red si racconta con disarmante sincerità. Parla della sua infanzia segnata da fragilità familiari, della carriera da attore vissuta con disagio, della sua omosessualità finora mai dichiarata (ma mai negata), della violenza subita in casa e della libertà conquistata a caro prezzo. Racconta di amore, di cinema, di battaglie culturali. E lo fa senza rivendicazioni, senza proclami. Solo con la forza limpida dei fatti e delle scelte.

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Le due vite di Andrea Occhipinti
Occhipinti è un esempio raro: ha costruito un impero cinematografico senza mai barattare la sua identità. Ha portato nelle sale italiane film coraggiosi, scomodi, poetici. E ha vissuto – e continua a farlo – apertamente il proprio amore da oltre trent’anni, in un’Italia che troppo spesso fatica ancora a riconoscere pienamente la libertà delle persone LGBTQ+. Non è una storia da copertina: la sua, in fondo, è una lezione di coerenza.
Classe 1957, Andrea Occhipinti è, in qualche modo, l’uomo che ha vissuto due vite. La prima, da giovane attore bello e inquieto, in cerca di un posto che non sentiva suo. La seconda, molto più incisiva, da produttore e distributore visionario, capace di cambiare il volto del cinema d’autore in Italia. Se oggi i film che parlano al cuore e all’intelligenza arrivano nelle nostre sale, è anche merito suo.
Dall’adolescenza difficile all’esordio come attore
Eppure, per lui, non è stato tutto rose e fiori, sin dall’adolescenza. “Ero timido e irrequieto. Ho sperimentato tutto, anche la droga, non avendo riferimenti, come accade a tanti ragazzi navigavo in modo pericoloso tra cose legali e illegali”, ha raccontato in una lunga intervista al Corriere della Sera. Al quotidiano Occhipinti ha raccontato del rapporto difficile con il padre, medico condotto, bipolare. “Adorabile in certi momenti e uomo di cultura, aveva un lato oscuro che lo faceva diventare violento. Si creò un’altra famiglia. Mia madre, maestra elementare, aveva l’assillo di non poter badare a me e a mia sorella Francesca”. All’età di vent’anni, Andrea decise di rimboccarsi le maniche e tentò di essere indipendente.
Ci riuscì, ma per pagarsi le spese iniziò a fare tante pubblicità, prima di approdare nel mondo del cinema, nel 1977. Si fece conoscere e amare per oltre un ventennio, lavorando al fianco di nomi del calibro di Scola, Bolognini, Risi. Nel corso della sua carriera ci furono anche tanto teatro e sceneggiati tv, ma Andrea sentiva che quello non era il suo mondo: “Sentivo delle fragilità, ero insoddisfatto ed ero iperattivo, aspettare la chiamata del regista mi metteva angoscia”, racconta.
L’immagine di sex symbol e l’omosessualità mai nascosta
Con la naturalezza di chi non ha nulla da dimostrare, Andrea Occhipinti racconta un passaggio della sua vita che molti avrebbero tenuto nascosto o romanzato. Parla della distanza tra l’immagine costruita per il cinema – quella del sex symbol, del bel tenebroso da poster – e la sua verità più intima, vissuta con dignità e libertà, in un tempo in cui farlo non era affatto scontato.
Nel suo ruolo di attore, Occhipinti veniva scelto anche per la sua bellezza, che affascinava uomini e, soprattutto, donne. “Mi sceglievano come eroe romantico, il bel tenebroso, ma non ero a mio agio, era tutto stucchevole. Io, un sex symbol, laddove ero omosessuale. Cosa che non ho mai nascosto, ma non lo dicevo pubblicamente”, ha ammesso al Corriere. “Fuori di casa ero libero, mai condizionato o represso. Ho vissuto la mia sessualità con serenità e gioia”.
Non c’è rancore nei suoi ricordi, nemmeno quando menziona la violenza paterna e l’omofobia subita in casa. C’è solo lucidità, e la consapevolezza che essere se stessi, davvero, è un atto di libertà e, ancora volta, coerenza. “Ebbi uno scontro fisico con mio padre. Un giorno gli dissi che non doveva andare a casa di mamma, mi urlò scagliandomi uno specchio addosso: e tu, dove pensi di andare coi tuoi amici fr*ci? Così mi fece capire che aveva capito”, ricorda.
Oggi Andrea è felicemente innamorato. Da 31 anni, al suo fianco, ha un compagno spagnolo. “Abbiamo fatto l’unione civile in Italia e il matrimonio in Spagna”, dice.
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Dai film su Andreotti alle drag queen di Muccassassina
Andrea Occhipinti ha attraversato il cinema italiano come pochi altri, con l’intuito di chi sa vedere lontano e il coraggio di chi non ha mai avuto paura di disturbare. Fondatore di Lucky Red, produttore e distributore di opere che hanno segnato la storia del cinema d’autore, nel corso dell’intervista racconta anche alcuni dei momenti più significativi – e controversi – del suo percorso.
Tra i progetti più delicati figura Il Divo di Paolo Sorrentino, il ritratto spietato di Giulio Andreotti. Un film che, racconta Occhipinti, fu “temuto e osteggiato”. Persino La7 esitò a trasmetterlo, salvo poi ricredersi. Anche Silvio Forever, il documentario su Berlusconi, ebbe una strada tortuosa: “Il trailer fu rifiutato dalla Rai. Non ho ricordi nitidi, mi sembra preistoria”.
Ma la storia del cinema, per Occhipinti, si intreccia anche con quella dell’identità e della cultura queer. Quando distribuì Priscilla – La regina del deserto, il film divenne un cult. “A due passi dal Vaticano c’era il locale Muccassassina. Ospitava serate maschili, l’animatore era Vladimir Luxuria, ancora sconosciuta. Ricordo l’imbarazzo e lo sconcerto delle signore borghesi all’arrivo delle drag queen”, racconta, con una punta di divertita nostalgia.
Tra i film più controversi distribuiti da Lucky Red c’è Totò che visse due volte, di Ciprì e Maresco, che per un periodo non ottenne nemmeno il nulla osta per la proiezione: “Era ritenuto blasfemo e sacrilego. Poi mi chiamò Veltroni, che allora era ministro della Cultura, dicendomi che era riuscito a far cambiare la legge”. Uscì, ma vietato ai minori di 18 anni. Eppure, Occhipinti lo dice senza esitazione: “Non mi sono mai preoccupato di film che potessero turbare”.

La carriera di produttore
Il suo debutto come produttore risale al 1995, con L’amore molesto di Mario Martone. “Un passaggio naturale. Il mio orgoglio è che tanti registi e scrittori si sono avvicinati al cinema grazie ai nostri titoli”. Il suo primo approccio al mondo del cinema, però, fu grazie al regista Franco Brusati: “Un punto di riferimento nella mia vita. Mi chiese di accompagnarlo a Parigi per vendere Pane e cioccolata. Fu il mio apprendistato”.
Occhipinti è autodidatta, e la sua formazione comincia nei cineclub e si arricchisce in viaggio: “A New York vidi uno dei primi film di Almodóvar e mi chiesi: perché questi film, così potenti e al tempo stesso commerciali, non arrivano in Italia?”. Tra i suoi pochi rimpianti, confessa, c’è proprio quello: “Non aver distribuito Pedro. E aver sprecato tempo dai 17 ai 19 anni: troppe canne e poco studio”.
Quanto al nome della sua casa di distribuzione, Lucky Red, nasce da un aneddoto curioso: “L’ho fondata con Kermith Smith e Dino Trappetti. Kermith era un americano con i capelli rossi, un vulcano di idee. Io ero quello che lo riportava con i piedi per terra. Ecco il mistero di Lucky Red”.
Ma dunque, oltre ad essere un produttore, chi è davvero Andrea Occhipinti oggi? È un protagonista silenzioso – ma decisivo – del cinema italiano, che ha inciso più con le scelte che con le parole. Ha aperto strade scomode, ha creduto in storie difficili, ha spinto il pubblico a guardare altrove. E lo ha fatto senza clamore, con coerenza e con visione. Questo, forse, è il suo film più importante.
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