Era partita per una vacanza sul Mar Rosso, con il compagno e la leggerezza che si mette in valigia quando si crede di andare verso la luce. Invece, all’aeroporto di Sharm el-Sheikh, Alessia Tanzi, attrice, regista, donna trans italiana, è stata fermata, separata, trattenuta per diciotto ore in una stanza. Le hanno ritirato i documenti, negato l’acqua, la parola, la dignità. L’abbiamo raccontato ieri su Gay.it, grazie alla segnalazione di Associazione Libellula, sottolineando una detenzione arbitraria che ha il sapore del sequestro.
Oggi Alessia parla, per la prima volta pubblicamente. La sua voce trema, ma non smette di raccontare la vergogna e il silenzio imposto, lo sguardo di chi la fissava come un oggetto indegno. E la paura di sparire nel nulla, la più atroce forse delle paure che un essere umano possa provare. Il suo racconto è uno scrigno di strumenti utili a soffermarci su alcuni dettagli che, in particolare per le persone trans, descrivono un quadro disumano intorno alle questioni di genere in Egitto, paese arabo considerato “moderato”, strategico per le influenze italiane, europee ed occidentali nell’area. Dentro ogni frase di Alessia vibra palpabile la violenza invisibile di chi viene spogliata della propria umanità. Dentro ogni pausa il respiro di una donna che prova a rimettere insieme i cocci di sé.
Il sequestro di Alessia Tanzi in Egitto non è un caso isolato, ma parte di una sequenza di violenze sistematiche contro le persone trans in Egitto. “Sappiamo che negli ultimi anni ci sono stati almeno altri tre casi di donne trans che hanno subito lo stesso trattamento di Alessia” racconta Cristina Leo di Associazione Libellula ” si tratta sempre di casi a Sharm el-Sheikh e sono probabilmente molti di più dei tre che sono stati riportati dai media“. Nel 2019 Federica Mauriello, donna trans napoletana, fu picchiata e umiliata dalla polizia egiziana all’aeroporto di Sharm el-Sheikh. “Fu fermata per la discrepanza tra i documenti e la sua identità, rimase detenuta per un’intera notte senza acqua né contatti esterni, insultata, sputata e presa a calci senza spiegazione alcuna, fino al rimpatrio obbligato a Napoli” spiega Cristina Leo. Mauriello fu assistita dall’Associazione Trans Napoli. Nel 2024 un caso pressoché identico fu denunciato da PalermoLive, con la testimonianza video ancora disponibile online, che racconta la stessa sequenza di violenza e disprezzo: sospetto, isolamento, scherno, negazione di umanità. Sempre in Egitto, sempre a Sharm el-Sheikh, sempre lo stesso copione.
Ora parla Alessia Tanzi.
Visualizza questo post su Instagram
Cosa è successo esattamente al momento del controllo documenti in aeroporto?
In verità i problemi sono iniziati con la polizia dell’aeroporto, quando siamo atterrati sembrava tutto tranquillo, abbiamo sbrigato la questione bagagli. Poi davanti alla polizia, quando hanno capito che per loro c’era qualcosa che non andava, sono cambiati gli sguardi. E sono iniziati i problemi.
Gli agenti ti hanno parlato o guardato quando hanno notato la discrepanza tra documenti e la tua identità reale?
Quando hanno letto il mio nome sul documento, che è ancora il mio nome alla nascita, hanno cambiato la maschera del viso, hanno cambiato espressione. Ho letto lo schifo nei loro occhi, l’odio. Mi hanno chiesto “cos’hai lì?“, indicando il seno. Ho spiegato che avevo quello che ha qualsiasi persona che fa il percorso come il mio, che faccia l’operazione al seno. Poi mi hanno chiesto “perché non hai i peli sul corpo?“. Riuscivamo a capirci grazie al ragazzo che ci avrebbe dovuto accompagnare al resort che avevamo prenotato, che traduceva i dialoghi. Sono stata schernita anche dopo, quando ci hanno separati e sono rimasta sola, venivano da me in due o tre e ridevano e mi schernivano. Lì ho cercato di mantenere la calma. Temevo che se avessi risposto sarebbe stato peggio.
Dove ti hanno portata dopo averti separata dal tuo compagno? Puoi descrivere quel luogo e le condizioni in cui hai dovuto trascorrere le 18 ore?
Mi hanno sequestrato il documento e mi hanno portato in una stanzetta vetrata, con mobili fatiscenti, c’era un divano strappato, un muro di plexiglass… sono stata abbandonata lì, non potevo muovermi. C’erano delle guardie h24 che si davano il cambio per sorvegliarmi, ognuna faceva le sue otto ore. Non avevo acqua, né cibo, ma in quella situazione non ne sentivo neanche il bisogno a dire il vero. Potevo andare solo in un bagno che era accanto alla stanza. Sono rimasta lì per circa 18 ore, ogni tanto veniva qualcuno, parlava in egiziano, alcuni ridevano, altri no. Sono rimasta in questa stanza dell’aeroporto, non potevo lasciarlo perché non mi avevano concesso il visto. All’inizio mi avevano detto che sarei stata in un hotel – non perché pretendessi un hotel – ma questo mi avevano detto all’inizio.
Cos’hai pensato durante questa lunga agonia? Eri informata su cosa ne sarebbe stato di te?
18 ore con mille domande in testa, cominci a pensare “sono qui senza documenti, nessuno sa dove sono“, ho chiesto più volte un modo per comunicare, ho chiesto di comprare una scheda telefonica egiziana, ma non potevo muovermi da quella stanza, dovevo restare lì, potevo andare solo in bagno. Ferma, 18 ore che non passavano mai. Ho pensato continuamente “Come faccio?“, non avendo più il documento, nessuno sapeva dove fossi, ho pensato che non sarei mai più tornata. Non avevo contatti con l’esterno e quindi non sapevo se le persone che conosco stessero facendo qualcosa o meno. E a un certo punto ho pensato di non tornare.
Come ti hanno trattata?
All’inizio, venivano da me e mi ridevano in faccia. In due, in tre, in quattro. Chiamavano i loro amici e mi guardavano, mi indicavano, ridevano… lì mi son detta devo restare zitta, se dico qualcosa… che ne so… potevano farmi del male, ero in un paese sconosciuto, senza documenti, volevano cacciarmi. Temevo potessero anche farmi del male. Nei loro occhi come ho detto c’era odio. Erano sensazioni brutte, leggevano la paura nei miei occhi e ridevano. Un altro momento brutto è stato quando hanno deciso di rimettermi sull’aereo per farmi tornare.
Cos’è successo?
L’addetto al check-in mi ha detto “Tu stai lì in fondo, non devi avvicinarti a noi. Devi stare lì, ferma“. Ed ogni volta che veniva il mio turno del check-in, perdeva tempo. Andava a prendere un caffè per sé, un pezzo di pizza, poi un caffè al collega, a quell’altro. Ogni volta che cercavo di avvicinarmi, mi diceva “Stai lì, non ti devi muovere“. A un certo punto mi hanno chiesto di compilare un documento. Ho scritto tremando, forse secondo loro non l’avevo compilato bene. Uno di loro l’ha preso e me l’ha stracciato in faccia. È stato uno dei momenti peggiori, mi sono sentita schernita.
Ti sei sentita protetta dalle istituzioni italiane? (alla richiesta d’aiuto del compagno di Alessia, la Farnesina si è limitata a dire che “forse sarebbe tornata nei giorni successivi”, arrivando persino a definirla “dispersa”. Nessuno l’ha contattata o assistita. ndr)
Dalle istituzioni italiane mi sono sentita completamente abbandonata. Hanno parlato con il mio compagno che li ha chiamati, a lui hanno solo detto “magari tra qualche giorno riuscirà a tornare“. A dire il vero a un certo punto gli hanno anche detto che ero dispersa. Perché nessuno sapeva dov’ero. Mi sono sentita abbandonata, totale assenza e freddezza. Nessuna istituzione italiana ha fatto nulla. Non hanno contattato nessuno
Ora come stai?
Che domanda. Il mio compagno non è riuscito a tornare subito, per un paio di giorni sono rimasta da un’amica. Quando sono tornata a casa mia è capitata una cosa strana. Ho dimenticato le chiavi dentro casa, mi sono chiusa fuori. Una cosa normale nella vita di tutti i giorni, che può capitare. Ero rimasta bloccata tra il portone di casa e il cancelletto per uscire. Mi sono sentita nuovamente rinchiusa. Mi è tornata quella sensazione di prigionia. Come in quella stanzetta di vetro durante quello che ho subito – non so se si possa parlare di sequestro – ma la sensazione è stata di essere imprigionata, solitudine, occlusione. Spero pian piano di uscirne. Mi sento come un vaso rotto. I pezzi si possono rimettere insieme, ma sarà sempre un vaso spaccato e incollato. Non è un vaso nuovo. Questa per ora è la mia sensazione.

Io non ci andrei mai in un paese arabo , gli arabi sono delle merdacce ignobili , baste vedere come trattano le donne e i gay ,io li eliminerei tutti dalla faccia della terra.Per quello non difendo i Palestinesi ma tifo per gli Israeliani che almeno per quanto riguarda liberta' civili e personali sono simili a noi.