“Io appartengo alla comunità LGBTI. È semplicemente esploso in qualcosa che non volevo accadesse” ha detto Erika Lee a NBC News. Ma signora mia! Ma non ci interessa minimamente che lei sia gay, lesbica, bisessuale, transgender, intersessuale, queer, non binaria, asessuale, polisessuale, tropposessuale, monosessuale o nonsocchéaltro.
Siamo negli USA, in Ohio, lo “swing state” per antonomasia, e cioè uno di quegli stati americani che risulteranno decisivi per l’elezione del prossimo presidente americano, e mai come questa volta la competizione per la Casa Bianca fa i conti con la post-verità di questa nostra bislacca epoca in cui la diceria, diventa arma politica, la menzogna un grimaldello d’odio raccatta-voti, e il gossip un programma di governo.
La nostra amabile signora si chiama Erika Lee, è sedicente LGBTI+ e si è tramutata, come il plot di un raccontino provincial-horror di Stephen King, in una folgorante campionessa di ingiustizia, e ha gettato la comunità haitiana di Springfield nel caos di una campagna discriminatoria colossale, diffondendo una voce completamente infondata: i suoi vicini originari di Haiti avrebbero iniziato a mangiare gatti e cani del quartiere. Sulla leggenda urbana che ha scatenato una reazione world-wide ha indagato l’osservatorio sulla trasparenza dei media, Newsguard.
E oggi la signora Lee si difende con una toppa patetica, quasi peggio del buco: lei non può essere razzista, perché, udite udite, fa parte della comunità LGBTIAQ+. Già perché appartenere a una minoranza ti rende immune da qualsiasi atto discriminatorio e dunque puoi notoriamente compiere qualsiasi nefandezza, perché tanto sei LGBTIAQ+ (la signora Lee non è certo l’unica LGBTIAQ+ che professa una specie di impunità queer, ma questo è un altro discorso, restiamo sui gatti fatti arrosto).
La saga di gatti e cani divorati dagli immigrati inizia, naturalmente, su Facebook, il sacro tempio nel quale prendono vita le nuove forme di verità-non-verità di questi tempi cannibali. In un post, la signora Erika Lee dichiara che il gatto della figlia di un amico di una vicina, tale Kimberly, era scomparso nel nulla. E se un felino decide di esplorare nuovi territori, differenti da quelli nei quali viene costretto dalla tenerezza (si fa per dire) umana di Kimberly, quale brillante deduzione ne trae la nostra adorabile signora Lee? Ovviamente, che i vicini haitiani stavano scuoiando il povero gatto, come un cervo preso a fucilate in un bosco, per poi allestire un succulento barbecue felino all’aperto, sotto gli occhi di tutto il vicinato, non prima di aver rasato per bene l’erba del prato. La vicenda ha avuto una coda pettegola nel vicinato della signora Lee, quando Kimberly ha riferito che il gatto non apparteneva alla figlia di un suo amico, ma ad un altro tizio. Sono dettagli che rivelano tutto.
Fatto sta che l’illuminante rivelazione dello scuoiamento felino, sui social si è propagata come un incendio tra gli americani conservatori attivissimi a pompare Trump. E prima che si riuscisse a inventare un qualche nuovo attentato, la leggenda urbana miagolata dalla nostra signora Lee diventa un’arma politica per Donald Trump, proprio nei giorni di avvicinamento al dibattito con Kamala Harris.
Subito il senatore e candidato vice-presidente (un tempo drag queen) J.D. Vance, che aveva già definito “gattare infelici“le donne senza figli e le lesbiche, si adopera a diffondere la bufala degli haitiani mangia-gatti/cani sui suoi canali social, sapendo perfettamente che si tratta di una baggianata. Sarà lo stesso Vance ad ammetterlo. Ma a che serve la realtà, quando si può inventare una verità che infiamma i cuori di odio e porta voti?
Nel frattempo, Springfield entra nel panico. Le scuole chiudono, piovono minacce di bombe, persone arrestate perché avrebbero mangiato gatti ( falso, lo riporta il Daily Mail). La nostra amabile signora Erika Lee, improvvisamente conscia che il suo “candy post” su Facebook è rotolato giù dalla montagna come una valanga di puro odio, lo cancella. Non senza, però, sbandierare la propria pelosa buona fede:
“Non sono razzista”
Quindi, come riportato da NBC News, sottolinea la propria appartenenza alla comunità LGBTQ+, aggiungendo di avere una figlia per metà nera, spiegando che anche lei è di razza mista e che, appunto, è un “membro della comunità LGBTQ+”
La povera signora Lee ha un’altra paranoia, spiega di sentirsi perseguitata:
“Tutti sembrano trasformarlo in questo (un atto di odio discriminatorio, ndr), ma non era questa la mia intenzione”.
“Provo pena per la comunità haitiana” ha spiegato la nostra amica Erika, che ha ritirato sua figlia dalla scuola perché preoccupata per la sua sicurezza. “Se fossi nella posizione degli haitiani, sarei terrorizzata anch’io, preoccupata che qualcuno possa venire a cercarmi, perché pensano che io stia ferendo qualcosa che amano e che, ancora una volta, non è quello che stavo cercando di fare“.
Dal barbecue di gatto al barbecue di signora è un attimo.
