Nel fine settimana Elliot Page è stato premiato con l’Outfest’s Achievement Award nel corso della cerimonia di chiusura del Los Angeles LGBTQ Film Festival. Nell’accettare il riconoscimento, l’attore di Juno ha sottolineato l’importanza della rappresentazione LGBT+ nei media, ricordando un film in particolare degli anni ’90, che l’aiutò ad andare avanti.
Io per primo so che senza le varie rappresentazioni in cui sono stato in grado di imbattermi da bambino e da adolescente – anche se c’era molto poco – non so se ce l’avrei fatta. Non so se ce l’avrei fatta a superare i momenti di isolamento, solitudine, vergogna e odio di me che erano così estremi, potenti e onnicomprensivi, tanto che a malapena potevi vedere cosa accadesse fuori.
Elliot ha elogiato un film ai più sconosciuto, almeno in Italia, dal titolo Gonne al bivio (“But I’m a Cheerleader”): “E poi, sai, a 15 anni, quando fai zapping e ti imbatti in But I’m a Cheerleader e i dialoghi di quel film, le scene in quel film trasformano la tua vita. Penso che non parliamo mai abbastanza di quanto sia importante la rappresentazione, di quante vite salvi e quanti futuri consenta“.
But I’m a Cheerleader è una commedia del 1999 diretta da Jamie Babbit, con protagonista un’adolescente (Natasha Lyonne) spedita dai propri genitori in un centro riparativo, perché etichettata come lesbica essendo vegetariana e grande fan di Melissa Etheridge. Nel cast c’era anche RuPaul.
Elliot, che rumor alla mano starebbe uscendo con Mae Martin, ha rilanciato l’importanza della rappresentazione LGBT su piccolo e grande schermo, perché raccontando storie fino ad oggi taciute raggiungeremmo persone che si trovano in specifici momenti complicati delle proprie esistenze, sentendosi “disperatamente sole e spaventate, come se non avessero alcun senso di comunità. La rappresentazione LGBT offre un’ancora di salvezza. Lo so perché l’ha fatto con me”.
di Federico Boni
