Mancano due giorni al voto che potrebbe ridisegnare il panorama politico della Germania, e con esso gli equilibri dell’intera Unione Europea. Il 23 febbraio, i cittadini tedeschi saranno chiamati a eleggere un nuovo Bundestag, ma l’ombra che si allunga su questa tornata elettorale non è quella di un’ordinaria alternanza di governo.
Per la prima volta nella storia della Repubblica Federale, un partito di estrema destra con dichiarate nostalgie autoritarie potrebbe conquistare un risultato senza precedenti.
Alternative für Deutschland (AfD), formazione nazionalista e xenofoba fondata nel 2013, ha scoperto che l’odio vende decisamente più del populismo anti-euro, ed è passata a una piattaforma apertamente illiberale, che fa della lotta all’immigrazione e ai diritti delle minoranze il suo cavallo di battaglia. A guidarla è Alice Weidel, economista lesbica e madre di due figli con la compagna, il cui profilo contraddittorio ha fatto discutere tanto a destra quanto a sinistra.
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Se da un lato incarna il paradosso di una leader omosessuale a capo di un partito visceralmente ostile ai diritti LGBTQIA+, dall’altro la sua ascesa è diventata il simbolo della mutazione dell’ultradestra europea, sempre più capace di mescolare la propria matrice reazionaria con una retorica pseudo-moderata.
L’eventualità di una sua affermazione non riguarda però solo la politica interna. La Germania è il perno dell’Unione Europea e il suo assetto istituzionale è da sempre un termometro delle tendenze che attraversano il continente. Una destra estrema rafforzata a Berlino non farebbe che galvanizzare i partiti fratelli di Marine Le Pen, Giorgia Meloni e Viktor Orbán, accelerando quel processo di erosione delle libertà civili che sta già cambiando il volto dell’Europa.
Non è un caso, dunque, che la LSVD, la più grande associazione LGBTQIA+ tedesca, abbia deciso di pubblicare una guida dettagliata per orientare il delicatissimo voto della comunità queer – proprio in concomitanza con le proteste della comunità LGBTQIA+ alla risalita dell’estrema destra. Una mappa politica che, letta alla luce degli ultimi sondaggi, mostra uno scenario tutt’altro che rassicurante.
Elezioni in Germania, l’AfD è al 21%
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Se fino a pochi anni fa l’AfD poteva essere liquidata come un fenomeno marginale, il 2025 segna un punto di svolta: con una forbice tra il 20% e il 21%, il partito di Weidel è ormai stabilmente la seconda forza politica del Paese, superando di slancio l’SPD di Olaf Sholtz, ridotta ai minimi storici.
Il centrodestra tradizionale della CDU/CSU di Friedrich Merz – l’equivalente del nostro Forza Italia – resta in testa, oscillando tra il 28% e il 32%, ma senza una maggioranza chiara. I Verdi, alleati dell’attuale governo, faticano a mantenere il 13-14%, mentre i liberali della FDP sono appesi al filo della soglia di sbarramento del 5%.
In questo scenario, che presenta fortissime similitudini con quello delle elezioni italiane del 2022, la vera incognita è chi governerà la Germania dopo il voto. Merz ha escluso un’alleanza con l’AfD, ma il peso elettorale della destra radicale rende sempre più difficile la formazione di un governo stabile senza ampie coalizioni. Una grande coalizione con la SPD, l’ennesima, sembra l’unica via percorribile per garantire continuità istituzionale, ma a un prezzo: la completa paralisi di ogni agenda progressista.
E anche se l’estrema destra non riuscisse a entrare direttamente nel governo, la sua crescita avrà comunque effetti tangibili: la CDU, già scivolata su posizioni sempre più conservatrici, potrebbe essere spinta a ulteriori compromessi con l’elettorato più reazionario. Un bacino che l’AfD è riuscita a galvanizzare attraverso una narrazione tossica, costruita sull’allarmismo securitario e sullo spettro di un’invasione “araba” che, paradossalmente, viene presentata come una minaccia diretta alla comunità queer. E in questo gioco al ribasso, a rimetterci sarebbero ancora una volta i diritti delle minoranze.
LSVD smaschera i partiti: chi difende davvero i diritti LGBTQIA+?
Il quadro che emerge dalla guida pubblicata da LSVD è del resto impietoso. Se SPD, Verdi e Linke ottengono valutazioni positive in tutte le categorie, mostrando un impegno chiaro nel rafforzare le tutele della comunità LGBTQIA+, lo stesso non si può dire per il resto dello spettro politico.
La CDU/CSU di Merz si conferma infatti ostile su molte questioni chiave: non solo si oppone al riconoscimento delle famiglie arcobaleno, ma si mostra particolarmente rigida sui diritti delle persone transgender e intersessuali. Il Partito Liberale (FDP), pur su posizioni meno reazionarie, mostra un atteggiamento tiepido e privo di una visione chiara.
E poi c’è l’AfD, che si è categoricamente rifiutato di rispondere ai quesiti di LSVD, apertamente però classificato come “pericoloso per la comunità LGBTQIA+“. Una definizione che trova riscontro nei suoi stessi programmi elettorali, in cui si parla apertamente di abolire le politiche antidiscriminazione, revocare il diritto delle persone trans a ottenere documenti conformi alla loro identità di genere e vietare l’educazione alla diversità nelle scuole.
Se fino a qualche anno fa certi scenari potevano sembrare impensabili in una Germania post-Merkel, oggi la realtà è ben diversa. Con un’ultradestra così forte, il rischio non è più solo quello di un blocco dei diritti, ma di un vero e proprio arretramento.
Quale futuro per la comunità LGBTQIA+ in Germania?
A urne chiuse, le ipotesi in campo saranno poche e tutte problematiche. Se l’AfD dovesse superare la soglia del 20%, il suo peso sulla politica nazionale sarebbe innegabile, anche restando all’opposizione. L’effetto più immediato sarebbe la normalizzazione delle sue posizioni, con la CDU costretta a inseguire la destra più estrema per non perdere ulteriormente terreno.
Le ipotesi più plausibili sono tre:
- Grande coalizione CDU-SPD: un governo di emergenza, che garantirebbe stabilità ma sarebbe privo di qualsiasi agenda riformista. I diritti LGBTQIA+ resterebbero congelati in un limbo.
- Coalizione CDU-Verdi-FDP: l’opzione più fragile, con i Verdi nel ruolo di scudo progressista, ma costantemente sotto ricatto da parte degli alleati più conservatori.
- Pressioni per un’apertura all’AfD: il tabù di un’alleanza con l’estrema destra potrebbe non crollare subito, ma nulla vieta che nel lungo periodo la CDU possa sdoganare un’apertura simile, soprattutto a livello locale.
Se ciò dovesse accadere, la Germania si troverebbe a ripercorrere la strada già battuta da Polonia e Ungheria, con un lento ma costante smantellamento delle tutele per la comunità LGBTQIA+. L’interrogativo, ora, è se l’elettorato tedesco sarà in grado di fermarlo.
