Con la parola “queer” i gay conservatori e i gay progressisti si dividono sui diritti trans: dialogo tra deputati omosessuali in Germania

Sia il cristiano democratico Jens Spahn sia il socialdemocratico Matthias Miersch preferiscono evitare la parola "omosessuale": ma sulla parola "queer" si apre la divaricazione.

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Jens Spahn, capogruppo CDU al Bundestag, non vuole più sentirsi chiamare “omosessuale”. Lo ha detto su Die Zeit , in un’intervista a due voci con Matthias Miersch, capogruppo SPD, anch’egli gay. Una conversazione sulla lingua che diventa, rapidamente, qualcosa di più.

La parola che Spahn rifiuta suona ai suoi orecchi “furchtbar”, terribile, e “steril”, sterile. Quella che sceglie per sé è schwul, che in italiano si traduce grossomodo con “gay”. In tedesco ha avuto una storia simile a quella di frocio” in italiano o “faggot” in inglese: nata come insulto, riappropriata a partire dagli anni Settanta dai movimenti di liberazione LGBTIQ+, oggi usata in modo neutro o positivo all’interno della comunità (in Italia si veda per esempio la rassegna cinematografica “Fr*cinema“).

Un caso classico di riappropriazione linguistica. Su questo punto, il gay progressita Miersch concorda con il suo collega gay conservatore: anche per lui “omosessuale” suona clinico, da classificazione tecnica, più vicino al linguaggio medico che a quello della vita.

Le posizioni divergono su “queer“. Spahn è netto: “Sono schwul, non queer” E non si tratta di mera preferenza lessicale. Il termine, spiega il conservatore, rimanda a una politica dell’identità che egli percepisce come ideologia (teoria gender) costruita, più che come esperienza vissuta. Aggiunge di essere “molto liberale su ciò che riguarda il privato” e che ognuno si definisca come vuole. Il problema, per lui, nasce quando quelle definizioni diventano politica. Su questo il gay progressista Miersch prende le distanze, non condivide questa distinzione e lo dice.

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Il ragionamento del conservatore Spahn arriva a un punto più scivoloso. Se tutto diventa auto-definizione, persino il genere, si rischia, sostiene, di erodere la storia dell’emancipazione, compresa quella delle donne. La domanda che pone è brutale, e riecheggia argomenti cari alle nuove destre: chi entra nei bagni, chi in un carcere femminile?

Il progressita Miersch risponde che la politica ha il compito di costruire regole che riconoscano le identità senza cancellare i diritti acquisiti, inclusi quelli delle persone trans e non binarie.

Quella che sembra una disputa sul vocabolario è in realtà una frattura visibile dentro la comunità LGBTIQ+: da una parte il timore che il linguaggio dell’identità diventi ideologia, dall’altra la convinzione che sia esattamente lì che si giochi il riconoscimento. Due esponenti influenti della politica tedesca, uno conservatore e uno progressista, entrambi apertamente gay, ne restituiscono un ritratto preciso.

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