L’arcano quattordici dei tarocchi, la Temperanza, è rappresentato dall’immagine di una donna alata, eretta, raffigurata mentre tiene nelle mani due anfore colme di acqua versando liquido da un recipiente all’altro. Il suo gesto, segno di calma e caparbietà, crea un flusso continuo, eterno, un ciclo imperturbabile capace di avvicinare gli opposti: il sonno e la veglia, la nascita e la morte. È un invito a cercare l’equilibrio, ma anche e soprattutto a mettere in circolo le emozioni per imparare ad ascoltarsi, a prendersi il proprio tempo. Erica Mou, una delle più talentuose tra le nostre cantautrici, è una signora della Temperanza, sempre padrona del suo tempo e abitante di ogni tempo. L’oggi, certo, ma anche uno ieri antichissimo e un futuro a cui guardare con speranza,
Alla vigilia della sua tournée e del suo prossimo progetto discografico, l’abbiamo intervistata.
Intervista a Erica Mou
La festa del santo e Madre, i tuoi singoli più recenti, pur essendo molto diversi tra loro, sono accomunati da un’essenza ancestrale. Hanno a che fare con qualcosa di molto antico: il folklore e il materno.
Tutto l’album sarà dedicato alla non-origine, a una cosa che esiste già. Non c’è un punto definito in cui le cose partono. Semplicemente arrivano e, quando arrivano, a volte, riusciamo ad acchiapparle. Si intitolerà Cerchi e indagherà la ciclicità, i ritorni.
https://open.spotify.com/intl-it/track/6bttrIyFDxj5QdtB9GDB9s?si=49a3052d758b4701
Come Madre.
Sì, quel brano all’inizio sembra raccontare di una madre che incontra la figlia, ma alla fine scopri che è il contrario, è la figlia che incontra la madre. Descrive un movimento circolare, quello del primo respiro e dell’ultimo respiro che sono la stessa cosa. L’origine della vita e la fine della vita sono nello stesso suono. Madre descrive l’apparire all’universo e il tornare all’universo. Ci ricordiamo sempre il finale delle storie, l’inizio lo maltrattiamo. La festa del santo, invece, descrive una festa popolare, un evento che torna ogni anno, sempre uguale, immutato nel tempo.
Sin dai tuoi esordi il tempo è una delle chiavi principali della tua scrittura, ci ragioni spesso in musica. In Torno a casa canti: «Passo troppo tempo a pensare al tempo stesso». Perché?
Ho sempre pensato fosse un inganno. Non si può pensare che gli eventi vadano messi in linea su una linea del tempo. Le cose si intrecciano, si sovrappongono. Sai cosa mi dice sempre Concita De Gregorio?
Cosa?
Che sono sua nonna, eppure ho l’età di uno dei suoi figli (ridiamo, ndr).
Perché lo dice?
Dice che c’ero già, che appartengo a un tempo più antico. Credo possa essere anche vero, in un certo senso. Non in termini magici, ma in un modo di essere presenti anche quando non lo si è.
Associo questa tua riflessione sullo scorrere del tempo al ritmo della natura. La tua è, in un certo senso, ecomusica. Rinunci alla visione antropocentrica per raccontare un flusso continuo di cose a cui apparteniamo, ma che non ci appartiene. Esiste da prima, continuerà poi.
Il tema della natura è sempre stato presente. Ho iniziato così a produrre dischi, con registrazioni ambientali. Ho sempre il desiderio di trascinare dentro ciò che c’è fuori.
De La festa del santo hai detto che rappresenta il tuo debito nei confronti del folk. Perché sei debito?
Tutti i cantautori italiani hanno un debito con il folk. Tutti siamo figli del cantautorato degli anni Sessanta. Quel folk ha proprio a che fare con la forma canzone. Quando spogli le canzoni, molto spesso sveli la loro essenza folk. Sono ballate. Quando canto pezzi legati al folklore, poi, mi rendo conto che la mia voce cambia, diventa più onesta, più autentica, più profonda. Viene fuori una parte di me più dark.
Da Tosca a Renzo Rubino, il folk, anche nelle sue accezioni più dialettali, sta vivendo una sorta di Rinascimento.
Secondo me il Covid ci ha fatti tornare in una dimensione più intima, ci ha riportati nei posti dove siamo nati, ha causato un movimento migratorio opposto. Io percepisco questo desiderio di tornare a un’epoca pre-globalizzata. La globalizzazione è stata un fallimento. E immagino questo desiderio abbia a che fare anche con la volontà di cercare una verità.
In che senso?
Viviamo in un’epoca estremamente complessa, piena di contraddizioni, di ingiustizie e brutalità. Tutto quello che viene aggiunto ormai lo percepiamo come falso, come eccessivo. È cambiata l’estetica anche, tutto è più asciutto, più minimale. Anche al cinema, per esempio, stiamo salutando le dizioni perfette per accogliere di nuovo le lingue pure, più autentiche.
Madre, tra l’altro, è strettamente connessa al tuo secondo romanzo Una cosa per la quale mi odierai. L’intento della tua scrittura, sia essa musicale o narrativa, è sempre lo stesso?
Sì, l’intento è lo stesso, anche se non so bene quale sia. La scrittura non è sempre un fatto di coscienza. Ha a che fare con l’istinto e con l’inconscio. È inspiegabile, a tratti. Certamente, in entrambi i casi, scrivo per cercare e creare una relazione con gli altri. E anche per alleggerirmi, per andare oltre, per oltrepassare un avvenimento, un sentire. Scrivo per fare un balzo in avanti. Per farlo, serve andare appunto verso gli altri. Scrivere è mettere in circolo un atto d’affetto, un sentire, una riflessione. Per me è come far rimbalzare qualcosa che può muovere te e gli altri.

Il romanzo nasce dai diari di tua madre: diari di una malattia, di una separazione dalla vita. Tua madre scriveva annotazioni, tu a partire da quelle scrivi un romanzo, una sorta di tuo diario del dolore. Davanti alla certezza della mortalità, qual è il senso di scrivere?
La certezza non è tanto della mortalità, quanto della morte. La mortalità non è una certezza, continuiamo a vivere in qualche modo in quello che lasciamo dietro di noi. Nelle cose scritte, per esempio. La scrittura non serve a niente e per questo è indispensabile. Consente la sopravvivenza oltre la certezza della morte. È anche un luogo libero la scrittura: lì ci si consente di lasciare andare il controllo, l’iperpensiero, l’immagine costituita di noi. Solo lì possiamo abbracciare la complessità, che altrove ci è preclusa.
«Il futuro è un fatto salvifico», lo scrivi nel romanzo. Cioè?
La curiosità è quello che ci tiene vivi. Siamo proiettati verso ciò che ci succederà, che ci potrebbe succedere. Lo vedo anche in mia figlia (Bianca, dieci mesi, ndr) fa gli esperimenti con gli oggetti per vedere cosa succede. Lo fanno i bambini, lo fanno gli animali. E poi è una strategia di sopravvivenza, il pensiero del futuro.
Raccontami.
Quando sono impanicata o sopraffatta, immagino cosa succederà poi. Mi tranquillizzo pensando che quel momento passerà. Mi serve a vedere la cosa in cui sono immersa con più leggerezza. Se lo guardi da lontano, è tutto più piccolo. Crescere significa immaginare le conseguenze delle cose: da adolescente era tutto tragico o bellissimo, ora intravedo quello che verrà e relativizzo.
Qual è la tua paura più grande guardando al futuro?
La mia paura più grande è anche la mia principale curiosità. Sono curiosa di vedere chi è davvero mia figlia, di conoscerla come persona. È una cosa piccola nell’economia del mondo, però per me è anche grandissima. E ho paura della mia mortalità, che mi è diventata lampante quando sono diventata mamma. Voglio farcela, mettercela tutta perché voglio conoscerla. Che spreco sarebbe non vederla. Rileggere il diario di mia madre mi ha riacceso molti timori. So che ci sono timori più grandi, ma sono talmente più grandi che non possono essere un pensiero quotidiano, sono uno sfondo sul quale possiamo fare il nostro meglio.

Sempre a proposito di tempo, ho l’impressione che tu riesca sempre a ritagliarti il tuo tempo e il tuo spazio – un tempo sincero – in cui dedicarti alla musica. Come si fa a gestire un tempo che sia proprio, a rimanere fedeli ai propri ritmi, in un’industria che richiede di essere frenetici?
L’attesa è una componente dell’arte. Il tempo che precede l’atto creativo è importante tanto quanto l’atto creativo stesso. Una cosa per la quale mi odierai ha avuto una fase preparatoria lunghissima, di dieci anni, anche se la scrittura in sé è stata molto più rapida. L’ho scritto in pochi mesi. Non avrei potuto scriverlo 8 anni fa, per esempio. Vale anche per la mia musica. Quando scrivo una canzone e poi quando la pubblico è perché me la sento, perché è il tempo giusto. Quando esce un album, io non riesco a scrivere altro, devo lasciarlo andare per rimettermi al lavoro. Tutto quel tempo in mezzo, però, è comunque proficuo. Vivo, sento. Non scrivo quotidianamente, ma il pensiero è sempre alla scrittura, il mio pensiero raccoglie sempre. Se non vivi, cosa devi scrivere?
Pensi sia cambiato qualcosa, in questo senso, nell’industria musicale?
Io ho iniziato a fare questo lavoro che ero molto giovane, e c’erano in effetti tempi più distesi. Prima del debutto, tra l’altro, io non avevo un pensiero legato all’industria. Quando ho conosciuto il mio primo discografico, ha ascoltato un mio brano e gli è piaciuto, poi mi ha chiesto di mandargli tutto quello che avevo scritto, cento canzoni più o meno. Io neanche sapevo come mandargliele, non le avevo da nessuna parte, non erano incise. Erano solo scritte. Oggi alcuni artisti giovanissimi, aspiranti cantautori, mi chiedono spesso come fare a pubblicare senza neanche avere pezzi pronti.
Come suoneranno l’album e il tour?
L’album nasce già su un palco, è nato in una residenza artistica, che si è tenuta al Teatro Petrella di Longiano. Insieme ai miei musicisti, Flavia Massimo e Molla, e a Fabio Cardone, il fonico, ci siamo chiusi in teatro e abbiamo registrato in presa diretta. Arrangiato e registrato, arrangiato e registrato. Giorno e notte. Volevo fermare la verità di un momento, subito. Tante volte investiamo molta energia sulla produzione dei brani e ci si allontana un po’ dall’essenza della canzone. È una cosa che ha che fare con i live, ma io volevo portarla anche nell’album. Vorrei suonasse come una cosa autentica. Ci saranno pochi suoni, sia in tour sia nell’album, ma saranno ben scelti. Vorrei, poi, anche emergesse la famigliarità e l’amicizia che c’è con la mia band. Siamo una squadra consolidata, che vive sul palco e oltre il palco. Suonerà tutto molto anni Novanta; è la musica con cui sono cresciuta. L’album l’ho prodotto io e quindi assorbe molto i miei gusti. Si vede tutto già in Madre.
Grazie, è sempre bello.
È sempre bello, sì.
Erica Mou: le date del Cerchi Tour
