Mentre proseguono le polemiche sulla partecipazione di Israele ad Eurovision 2026, arriva per la prima volta in Italia un party-festival con artisti del contest che fa impazzire mezzo mondo.
Dopo la decisione dell’organizzazione (European Broadcasting Union, EBU) di ammettere Israele all’edizione 2026, nonostante le critiche per il conflitto a Gaza e accuse di manipolazione del televoto in favore dell’artista israeliana, media di diversi paesi, fra cui RTVE (Spagna), RTÉ (Irlanda), i broadcaster di Paesi Bassi e Slovenia, hanno annunciato il boicottaggio del concorso. Hanno ritenuto insufficienti le nuove regole sull’equità del voto e dichiarano che la partecipazione israeliana compromette la neutralità dell’evento. E L’Italia del Governo Meloni? Ha annunciato la propria partecipazione.
Intanto tra pochi giorni arriva in Italia EUROFESTA, primo evento interamente dedicato all’Eurovision. Atterra come un’astronave baraccona e liberatoria, un carrozzone pop che scivola sull’asfalto gelato di dicembre in un miraggio glitterato, una promessa di Europa che canta, urla, sbaglia tonalità ma non chiede scusa. Sarà a Busto Arsizio il 13 Dicembre.
Sarà una festa in ricordo di quell’innocenza queer ormai perduta che fu l’Eurovision. Quando l’Eurosong Contest riusciva a mettere insieme diversità e pulsioni identitarie, anche folk, in un tripudio di gioia. Quando il mondo non era ancora in fiamme e il palco della manifestazione non sportiva più seguita del pianeta pulsava di possibilità di rappresentazione. Quando la liturgia del queer pop era carne viva che nessuno avrebbe mai censurato.
Il programma prevede una girandola di artist*. JJ, controtenore austroungarico come un fantasma di corte rinato in un rave; Kyle Alessandro che brilla come un fiammifero norvegese pronto a bruciare la notte lombarda; gli Shkodra Elektronike, elettrici e balcanici, portatori di tradizioni trasfigurate. E poi Emmelie de Forest, Keiino, Efendi, Raiven, LukeBlack. Ognuno una scheggia d’Europa, un frammento di ciò che siamo (eravamo?) quando smettiamo di essere soli e diventiamo coro.
A condurre, Senhit: sacerdotessa dell’eurovisione sammarinese. Basta la sua presenza a trasformare la E-Work Arena in un teatro di apparizioni, un luogo dove il pop non è intrattenimento ma rivelazione.
EUROFESTA promette inclusione, certo. Ma promette soprattutto sfacciataggine. È la celebrazione di un continente che sopravvive cantando, che affida a ritornelli improbabili il compito di tenere insieme i suoi confini emotivi.
E noi, che da anni guardiamo l’Eurovision come si guarda un amore impossibile, finalmente possiamo toccarlo. Ballarlo. Sudarlo. Sentirlo addosso come un glitter che non se ne va più. Una specie di sogno lucido della provincia italiana che per una notte decide di essere capitale queer, pop, sfrenata. In fondo cos’è l’Europa, se non questo? Lasciamo da parte Israele e tutto il resto? Se è vero come è vero che per alcuni autocrati noi europei siamo dei debosciati, allora lo saremo fieramente. E se il mondo là fuori continua a implodere, almeno qui, per una sera, saremo tutti una stessa, gloriosa, stonatissima nota.
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