Figlio di due mamme lesbiche, lo Stato chiede 14mila euro: cosa è successo a Giulia, Denise e Dante dopo la sentenza della Consulta

Dopo nove anni di battaglie legali e la storica sentenza della Consulta, la famiglia arcobaleno di Bologna si trova a fronteggiare una nuova ingiustizia: lo Stato pretende 14mila euro di spese legali.

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Giulia e Denise con i loro due bambini
Giulia e Denise con i loro due bambini
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La storia di Dante (nome di fantasia, ndr), bambino italiano con due mamme lesbiche, racconta una lunga battaglia legale tra diritto e discriminazione. Nato a Pisa nel 2016 da Giulia Garofalo Geymonat e Denise Rinehart, e cresciuto a Bologna, Dante ha vissuto per anni come “straniero in patria”, privato della cittadinanza italiana, fino alla svolta del 2025 grazie alla storica sentenza della Corte costituzionale. Tuttavia, nonostante il riconoscimento ufficiale del diritto di avere due madri, la famiglia si trova oggi a fronteggiare una nuova ingiustizia: una richiesta di pagamento di 14.000 euro per le spese legali degli avvocati dello Stato che per anni si sono opposti al riconoscimento.

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Cittadinanza negata: la storia di Dante e delle sue due mamme

Per Dante e le sue due mamme, il percorso è stato tutto fuorché semplice. Giulia Garofalo Geymonat, 47 anni, italiana, e Denise Rinehart, 52 anni, americana, hanno visto negati i loro diritti genitoriali per quasi un decennio. Come spiega Giulia al Corriere della Sera, “a noi pare che ci sia soprattutto un intento punitivo, perché di solito le cause pilota sono esentate dalle spese legali, è un potere dei giudici. Invece ci chiedono di pagare gli avvocati che per nove anni si sono opposti alla nostra famiglia con argomenti che sono stati dichiarati incostituzionali”.

La legge italiana non prevedeva fino a poco tempo fa il riconoscimento dei figli delle coppie omogenitoriali. Così, mentre negli Stati Uniti Dante sarebbe stato figlio di entrambe le donne, in Italia era considerato figlio solo di Denise, la madre biologica. Questo ha comportato non solo la mancanza di cittadinanza italiana, ma anche l’assenza di diritti di Giulia nei confronti del proprio figlio.

Dante, uno “straniero in patria”

Dante e la sua mamma
Dante e la sua mamma

Le conseguenze di questa mancanza di riconoscimento legale sono state concrete e quotidiane. Per nove anni Dante ha dovuto rinnovare continuamente il permesso di soggiorno per vivere in Italia. Giulia non poteva viaggiare da sola con lui e, nei momenti di emergenza, come uno choc anafilattico avuto a scuola, non aveva la certezza di poter stare accanto al figlio in ospedale. 

Il paradosso emerge confrontando la situazione con quella del fratello minore di Dante, nato successivamente a Bologna: lì le due mamme hanno ottenuto il riconoscimento immediato grazie alla disponibilità del sindaco locale, che registrava alla nascita i figli di coppie omogenitoriali. Giulia ricorda così quei momenti: “Siamo arrivate che io ero incinta di sette mesi, in una casa vuota, senza cucina. Ricordo mia moglie a terra che perfino è riuscita a fare una buona pasta nel microonde. Tutto questo per avere un diritto che per le altre famiglie è totalmente scontato, quello di avere due genitori all’anagrafe”.

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La lunga strada giudiziaria

In mancanza di una legge chiara, le due mamme si sono rivolte ai tribunali. La loro battaglia legale ha attraversato diverse fasi: il rinvio in Corte Costituzionale nel 2018, una sconfitta a Pisa nel 2020, una vittoria alla Corte d’Appello di Firenze nel 2022 e, infine, una sconfitta alla Corte di Cassazione nel gennaio dell’anno scorso. Quest’ultima decisione, che inizialmente impediva a Giulia di essere riconosciuta come madre, è stata poi sconfessata dalla Corte costituzionale nel maggio 2025, la quale ha dichiarato incostituzionale la procedura prevista dalla Cassazione.

La Consulta ha sottolineato come l’adozione in casi particolari avrebbe creato discriminazioni tra bambini: quelli di coppie eterosessuali potevano avere due genitori fin dalla nascita, mentre quelli di coppie di donne restavano in un limbo per mesi o anni.

Una vittoria a metà

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Quando sembrava che il lungo calvario fosse finalmente giunto a conclusione, la famiglia di Dante si è ritrovata di fronte ad un nuovo intoppo. Giulia ha finalmente potuto riconoscere Dante all’anagrafe a giugno 2025. Ma pochi mesi dopo, a luglio, la famiglia ha ricevuto una nuova, amara sorpresa: la richiesta di pagamento di 14.000 euro a copertura delle spese legali degli avvocati dello Stato. “Abbiamo scoperto che non c’è modo di contestare questo pagamento, che sembra una tattica deliberata per dissuadere altri dal difendere i propri diritti”, spiega Giulia.

La legge italiana prevede che la parte soccombente debba rimborsare le spese legali, ma i giudici possono esonerare i casi che riguardano diritti fondamentali. “Costringerci a pagare gli avvocati che hanno difeso una posizione incostituzionale è profondamente ingiusto”, commentano le due mamme, sottolineando come questa cifra pesi non solo economicamente, ma anche emotivamente.

Il prezzo dell’ingiustizia

Per coprire la somma, la famiglia ha aperto una raccolta fondi su GoFundMe, che al momento è arrivata a circa seimila euro. Oltre al danno economico, la richiesta dello Stato rappresenta una ferita simbolica: contraddice la decisione della Corte costituzionale e sembra punire chi ha avuto il coraggio di far valere i propri diritti. Giulia definisce questo episodio come “il prezzo dell’ingiustizia”.

La storia di Dante e delle sue due mamme è esemplare delle difficoltà che le famiglie omogenitoriali continuano ad affrontare in Italia. Nonostante la sentenza della Consulta abbia sancito il diritto dei figli di mamme lesbiche di avere due genitori riconosciuti, la strada per una piena parità di trattamento rimane tortuosa e piena di ostacoli burocratici e giudiziari.

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