Il 10 Febbraio 2026 la Corte Suprema delle Filippine ha emesso una sentenza destinata a segnare un punto di svolta nella giurisprudenza sui diritti LGBTQ+ nel paese: per la prima volta, il massimo tribunale ha stabilito che coppie dello stesso sesso conviventi possono essere riconosciute come comproprietarie di un immobile acquistato insieme, sulla base dell’articolo 148 del Family Code, la legge fondamentale del codice civile filippino, riformata nel 1988, che disciplina rapporti familiari e personali.
Tutto nasce da una coppia di donne lesbiche
La decisione (G.R. No. 267469) nasce da un caso concreto denominato Associate Justice Jhosep Y. Lopez: due donne che avevano vissuto come partner e comprato insieme una casa e un terreno a Quezon City alla periferia di Manila si erano separate. Pur avendo entrambi contribuito economicamente all’acquisto e alla ristrutturazione, l’immobile era stato registrato solo a nome di una di loro, che in seguito si rifiutò di venderlo e di dividere i proventi. I tribunali di primo grado e la corte d’appello avevano respinto la richiesta di riconoscimento della comproprietà, ma la Corte Suprema ha ribaltato quei verdetti.
Secondo il Supremo Tribunale, l’articolo 148 del Family Code, che disciplina la proprietà tra persone che convivono senza essere sposate, non contiene alcuna distinzione di genere o orientamento sessuale e dunque può applicarsi anche alle coppie omosessuali che non hanno accesso al matrimonio.
- Leggi > Filippine, la bellissima storia di una ragazza trans che ha fondato e allena una squadra di calcio
Cosa stabilisce la sentenza
La sentenza non legalizza le unioni civili, tanto meno il matrimonio tra persone dello stesso sesso, che restano vietati dal diritto filippino, ma riconosce un concreto diritto patrimoniale finora negato a molte coppie LGBTQ+ nel paese. Il precedente offre anche uno strumento giuridico per tutelare i propri investimenti familiari in assenza di formali tutele d’unione.
Nel 2018 una petizione pro-matrimonio egualitario legata alla vicenda di una coppia gay fu accolta dalla stessa Corte Suprema, per poi essere bocciata con una sentenza del 2019 nella quale il massimo organo giudiziario filippino invocò l’intervento del legislatore per regolare la protezione dei diritti delle coppie omosessuali.
Anche alcuni passaggi delle motivazioni della sentenza emessa ieri sottolineano infatti che il linguaggio della legge è neutro rispetto alla sessualità e che escludere coppie omosessuali da questo ambito renderebbe “legalmente invisibili” relazioni socialmente e affettivamente legittime, che contribuiscono alla solidità dei legami sociali e della società intera.
La Corte ha inoltre avvertito che spetta al Congresso filippino legiferare su questi temi con maggiore sistematicità, perché “i tribunali da soli non possono risolvere tutte le questioni politiche, morali e culturali” relative ai diritti delle coppie LGBTQ+. Uno schema già visto molte volte anche in Italia, dove i diritti della comunità LGBTIQ+ sono spesso tutelati soltanto grazie ad alcune sentenze emesse dal potere giudiziario (Cassazione, Corte Costituzionale, Tribunali).
Nelle Filippine, paese conservatore e cattolico nel quale le unioni tra persone dello stesso sesso non hanno ancora alcun riconoscimento legale, il pronunciamento della Corte emesso ieri rappresenta uno strumento di visibilità concreto per le coppie omosessuali rispetto alla società e un passo avanti verso possibili future tutele legislative, finora negate sulla base dell’orientamento sessuale.
