Filippo Timi: “Non ho più un amore da chiamare, ma non chiudo alla speranza”

A pochi giorni dall'arrivo su Sky della serie Dostoevskij, Filippo TImi si è messo a nudo, tornando a parlare anche della separazione da Sebastiano Mauri.

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È in arrivo il 27 novembre su Sky l’attesissima Dostoevskij, prima serie tv ideata, scritta e diretta dai Fratelli D’Innocenzo già presentata in anteprima mondiale alla 74ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino.

Protagonista assoluto è Filippo Timi, che a 50 anni si è concesso l’ennesima straordinaria interpretazione di una carriera che ha raggiunto i 30 anni. Dichiaratamente bisessuale, Timi ha fatto suo il ruolo poco dopo la separazione dall’artista e scrittore Sebastiano Mauri, sposato nel 2016 a New York e con cui girò Favola. Felice per il provino andato bene, ha abbracciato un albero appena salutati i D’Innocenzo. E il perché lo ha spiegato a Vanity Fair.

“La situazione è questa: ho appena fatto un provino di nove pagine, sento che è andato bene e provo un’emozione incontenibile… Ma non ho più un amore da chiamare. Potrei telefonare a un amico, un’amica ma non è la stessa cosa. Quando ti succede qualcosa di bello che tappa un buco da qualche parte dentro di te, ecco che pensi subito all’altra voragine ancora aperta. Un po’ come due anni fa quando sono andato a Cannes per il film Le otto montagne: l’albergo era stupendo, io ero tutto vestito Dior… Mi sono detto: “Che meraviglia se ci fosse qualcuno accanto a me”. Oh, non è che non me la sono goduta, tra il festival, la cena con Alessandro Borghi e Luca Marinelli. Tutto molto bello. Però”.

Però a mancare è l’amore, anche se ad incidere sulla rottura con Mauri non fu il Covid-19, come capitato a tantissime altre coppie chiuse insieme in casa 24 ore al giorno. “No, no. Il Covid è arrivato quando mi ero già lasciato. Durante i lockdown ero in convalescenza io e lo era il resto del mondo. Per me quel periodo è stato doloroso, faticoso ma anche dolce. Non avevo ancora fatto in tempo a prendere un divano per la casa nuova. Avevo un tappeto, un televisore gigante e un letto”.

Bisessuale dichiarato, Timi ha vissuto in un ambiente famigliare tendenzialmente omofobo, per una questione a suo dire puramente generazionale. “Secondo me l’unica possibilità per creare un cambiamento in qualcun altro è crearlo prima in noi stessi“, ha precisato Filippo a Vanity. “Per quanto tu possa dire la cosa giusta, se non la diventi tu la cosa giusta, all’altro arriverà solo l’intenzione vuota di contenuto. Mia madre mi ha trasmesso quello che diceva, ma soprattutto quello che faceva e non diceva: il suo coraggio mi è arrivato dal vedere che anche se era stanca andava a lavorare, si occupava delle sorelle. Probabilmente la loro stessa chiusura ce l’avevo anche io da qualche parte. Io non mi accetto perché gli altri non mi accettano o viceversa? È nato prima l’uovo o la gallina? Non dobbiamo pensare ai nostri genitori come staccati da noi. A cinquant’anni quando mi prende il pizzico in gola tossisco come la mia mamma“.

Alla fine però, Timi si è accettato.

“E anche se è stato un percorso faticoso, oggi posso dire che ho avuto dei genitori meravigliosi. Devo ringraziarli per avermi dato da mangiare. Il fatto di essere nutrito e accudito mi ha permesso di farmi delle domande su me stesso. E scoprire che non volevo seguire il destino che mi veniva proposto. L’unica alternativa è viverti quello che sei in the closet, di nascosto. E non è bello perché quando uno si innamora vorrebbe urlarlo al mondo”.

Ma l’amore per Filippo, anche dopo la dolorsa parentesi vissuta al fianco di Sebastiano Mauri, rimane un possibile obiettivo futuro. “Come si fa a chiudere con la speranza? Ma non bisogna neppure che diventi un’ossessione. La vita è pienissima di cose e la maturità consiste anche in questo: non fissarsi sull’unica cosa che non si ha. Ma sa di che cosa sono innamorato in questo momento? Del progetto di aprire un negozietto di abiti vintage dove mettere in vendita i miei vestiti ma customizzati, con sopra sopra un disegno, un ricamo fatti da me. A Trastevere. Spero entro Natale. Un’amica che ha un ristorante ha preso anche il locale accanto. “Che cosa ci posso fare?”. Le ho detto: “Ci penso io!”. Diventare stilista era il mio sogno da ragazzo. Mi porto la macchina da cucire e quando non sono sul set cucio i vestiti a Trastevere“.

Questo perché Timi ha studiato moda e costume. “Da ragazzo ho lavorato in uno negozio di stoffe. Disegnavo costumi per il pattinaggio artistico… A dire il vero, uscivano un po’ stile Renato Zero, coloratissimi (Ride, ndr). E ho vestito alcune signore con dei pied de poule incredibili. Altro che Chanel! Tailleur gialli e oro viola e blu… Lo ammetto, ero davvero estremo. Dentro gli abiti ho cominciato a creare i miei personaggi e, da lì, sono arrivato al teatro“.

Filippo Timi è Amleto

E proprio a teatro, al Parenti di Milano, Timi torna con Amleto², dal 10 al 31 dicembre. L’artista stravolge il testo shakesperiano, rovescia passioni e personaggi nella stessa gabbia da circo all’interno della quale si consuma un elogio della follia. Un Amleto spiazzante, comico, furibondo, colorato, dove la tragedia si trasforma in commedia, tra potere e oblio, tra frivolezza e pazzia. Quello di Timi è un Amleto annoiato, che non ha più voglia di interpretare la monotona storia familiare, non ha più voglia di amare Ofelia, non ha più voglia di niente. Voci fuori campo lo richiamano, invano, al suo destino. Intorno a lui si muovono i personaggi scaturiti dalla sua instabile mente interpretati da Lucia Mascino, Marina Rocco e Elena Lietti, sue storiche sodali artistiche.

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Premi e candidature per Filippo Timi

Nominato agli European Film Awards nel 2009 grazie a Vincere, Filippo Timi è stato due volte candidato ai David di Donatello e 4 ai Nastri d’Argento, vincendone uno nel 2022 con Il Filo Invisibile. L’attore ha conquistato inoltre un Globo d’Oro, il Premio Pasinetti a Venezia come miglior protagonista maschile per La doppia ora e nel 2004 il Premio Ubu come Miglior attore under 30.

Dostoevskij, la serie. Trama

Filippo Timi: "Non ho più un amore da chiamare, ma non chiudo alla speranza" - Filippo Timi - Gay.it

In Dostoevskij Filippo Timi indossa gli abiti di Enzo Vitello, poliziotto di un’unità investigativa dalla storia offuscata, frammentata e dolente: è un uomo profondamente solo, dai modi rudi e dalle tendenze suicide, dilaniato da dolori intestinali psicosomatici che rivelano un malessere profondo che tiene a bada con medicinali legali e non. Vitello fa i conti con il senso di colpa per aver abbandonato, quando era solo una bambina, la figlia Ambra, oggi ventenne borderline e tossicodipendente. L’indagine sul caso Dostoevskij lo costringerà ad affrontare l’oscurità che si porta dentro da sempre, confessando alla figlia il segreto che lo ha spinto ad abbandonarla, e ad abbandonare se stesso. Vitello è il rudere di una barchetta in acque sconfinate, melmose e ostiche con correnti dissonanti che lo tengono fermo ad annaspare tra la vita e la morte e alla labile differenza tra le due condizioni.

Dostoevskij, sei puntate, è ambientata in una provincia carnale e crepuscolare, dove un killer seriale uccide con una modalità costante: accanto al corpo l’omicida lascia trascritta su una lettera la propria visione del mondo, descrivendo gli ultimi attimi di vita della vittima. Sedotto e intorpidito da un’oscurità che sente risuonare al suo interno da sempre, Vitello comincia un segreto rapporto epistolare con l’assassino, costringendosi a guardare dentro di sé affrontando le torture che si è auto-inflitto per sopravvivere a qualcosa che conosceremo nel corso del racconto.

La serie è un noir con Gabriel Montesi, Carlotta Gamba e Federico Vanni al fianco di Filippo Timi, attualmente sul set di Gli occhi degli altri, diretto da Andrea De Sica, con Jasmine Trinca e ispirato a un noto caso di cronaca nera, il delitto Casati Stampa avvenuto a Roma nell’estate del 1970.

Dostoevskij, la serie. Parlano i Fratelli D’Innocenzo

Le estreme conseguenze dell’essere vivi. Di questo narra la serie. Un uomo che ha perso tutto in una terra di uomini che hanno perso quasi tutto. Un uomo che ha scelto di perdere anche se stesso. O forse no. C’è da risolvere un caso. Un caso che entra di diritto nelle cose che ti appartengono.
‘Dostoevskij’ si muove su fili di generi intrecciati: Investigativo, Noir, Gotico, Mistero, Horror Esistenzialista, Filosofico, Fatalismo.
È il banchetto dell’ultimo racconto, dove solo chi sopravvive può testimoniare. Il nostro punto di vista è questo: Enzo Vitello, l’uomo che ha perso tutto. Che va incontro all’entità che dà la morte credendo di fare del giusto. Un serial killer perturbante (ribattezzato Dostoevskij) analizza il caos della vita, l’inutilità di essa, la fonte di dolore, disperazione, annichilimento: vita come posizionamento nel nulla. Le lettere che Dostoevskij lascia accanto a ogni cadavere, a ogni sua impresa, sono un coagulato di affilata sofferenza, l’immondizia di essere vivi e l’unica giusta espiazione: essere morti.
Enzo Vitello cerca il serial killer Dostoevskij. Due solitudini di ferro che non hanno mai smesso di credere alla loro realtà dei fatti.
A incasinare l’investigazione di Vitello: una squadra che capitani da oltre vent’anni (e che devi ora tradire), una figlia che non vedi da troppo (ma il suo spettro ti viene a cercare ogni notte), una malattia terribile che insudicia ancora quel riuscito labirinto che è il nostro protagonista.
L’ambientazione: la terra sostituisce il colore. Paesaggi aperti, bucati. Cielo sempre presente — spinge per affossarti — ci brucia e ingrigisce. Il contenitore ideale per un uomo verso l’estinzione come il nostro Enzo Vitello.
Crediamo in questa storia. Sappiamo come raccontarla. Crediamo in questo racconto e in questo sapere. Il calamitoso evento che è nascere, la successiva consapevolezza, l’inevitabile resa. O insospettabile rilancio.
La vita è un segreto troppo terribile da conoscere. Fantastico. Andiamo. Presentiamoci.

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