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Il Filo Invisibile, intervista a Francesco Scianna tra GPA e cinema queer: “C’è ancora tanta paura, anche nell’arte”

Padre gay grazie alla GPA nel nuovo film di Marco Simon Puccioni, accanto a Filippo Timi.

9 min. di lettura
Il Filo Invisibile, intervista a Francesco Scianna tra GPA e cinema queer: "C'è ancora tanta paura, anche nell'arte" - Francesco Scianna ph Giovanni Gastel COVER - Gay.it

Il Filo Invisibile, intervista a Francesco Scianna tra GPA e cinema queer: "C'è ancora tanta paura, anche nell'arte" - Il Filo Invisibile - Gay.it

Dal 21-22-23 febbraio al cinema e dal 4 marzo su Netflix, Il Filo Invisibile di Marco Simon Puccioni vede Filippo Timi e Francesco Scianna negli abiti di due papà gay con figlio 16enne avuto tramite gestazione per altri. Leone, interpretato da Francesco Gheghi, è nato in California grazie a Tilly ed è cresciuto in Italia come gli altri compagni di scuola, ma a differenza di quest’ultimi non ha due papà sul proprio certificato di nascita.

Per il lancio della pellicola abbiamo intervistato Francesco Scianna, 39enne attore palermitano due volte candidato ai Nastri d’Argento.

Il Filo Invisibile, intervista a Francesco Scianna tra GPA e cinema queer: "C'è ancora tanta paura, anche nell'arte" - Francesco Scianna Gastel - Gay.it

Tema quantomai attuale e dibattuto, quello raccontato da Il Filo Invisibile. Cosa ti ha convinto a prendere parte ad un progetto potenzialmente tanto divisivo.

Ci sono varie motivazioni. Da una parte con Marco Simon Puccioni avevo già lavorato, e in un film con Filippo Timi. Sapevo che la chiamata arrivava da un regista che stimo e che tratta i suoi film come un’urgenza. Sapevo che sarebbe stato un appuntamento importante per me tornare al cinema, entrare a far parte di un progetto che ero sicuro sarebbe stato qualitativamente alto. Con un collega che stimo tantissimo come Filippo. Quando ho saputo la storia e ho percepito che c’era il tema così personale raccontato da Marco e ho letto la sceneggiatura, ho subito capito che per me era una grande occasione. Sia a livello artistico, affrontando un personaggio nuovo, che per il tema tanto importante trattato nel film. Un tema che trattiamo con una chiave importantissima: ciò che contraddistingue una famiglia, è l’amore che si respira all’interno della famiglia. Tutte le creature che noi mettiamo al mondo, a cui diamo la luce, hanno bisogno di un clima di amore. Ogni tipo di famiglia, al di là del genere, ha le stesse dinamiche. Ognuno è libero di fare le proprie scelte, laddove non vanno ad incidere sulla libertà dell’altro. L’elemento fondamentale su cui noi abbiamo lavorato è la famiglia visto come nucleo in cui si respira libertà, rispetto dell’emotività degli altri, capacità di dare ascolto ai propri figli, al loro reale sentire. Poi c’è questo registro con cui Marco ha deciso di affrontare il tema e la storia, ovvero quello di una commedia intelligente, se vogliamo anche degli equivoci, che dà maggiore spessore al tema e alla storia. Mi sembrava un film urgente, importante, che potesse far riflettere anche sui limiti culturali della società in cui viviamo. Mi sembrava un appuntamento perfetto in questo momento storico e dal punto di vista della carriera in cui mi trovo.

Come ti sei avvicinato al tuo ruolo e alla storia raccontata. Già conoscevi l’inferno burocratico vissuto quotidianamente dalle famiglie arcobaleno d’Italia? Ne hai incontrate alcune?

Purtroppo no. Conoscevo in linea generale quello che era il dibattito sociale e la lotta delle famiglie arcobaleno, oltre al quotidiano di chi ancora oggi non riesce a vivere la propria identità sessuale con libertà. Il film mi ha permesso di documentarmi in maniera più approfondita su tutte le conquiste, lotte e contraddizioni con le istituzioni. Fondamentale anche il confronto con Marco e con i documentari che ha fatto sulla sua storia personale, per me importanti sia dal punto di vista culturale che emotivo, dovendo interpretare un personaggio che ha un marito dello stesso sesso e un figlio. Ho dovuto immergermi in questo doppio aspetto che nel mio personale è un po’ più distante. Il lavoro è stato doppio e il film è stata un’occasione per conoscere meglio la realtà italiana e mondiale, perché non siamo i soli a dover affrontare queste lotte.

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Con Filippo Timi avevi già girato Vallanzasca e Come il Vento, diretto proprio da Puccioni. Com’è stato ritrovarvi sul set, dopo quasi 10 anni e all’interno di un rapporto di coppia?

Quando tu metti insieme degli artisti bravi con una bella umanità l’armonia si trova molto facilmente. Io sono stato provinato per questo ruolo e ho subito avuto la sensazione di stare a casa. Hai davanti un partner che oltre ad essere bravo è in ascolto totale. Nonostante la vicenda del mio personaggio sia distante dalla mia esperienza io mi sono sentito totalmente a mio agio. Ritrovare Filippo è stata una festa. E trovare Francesco Gheghi una gioia, perché l’avevo visto in altri lavori e l’ho sempre trovato straordinario, un talento puro, così giovane. Si è instaurato un bellissimo triangolo, di divertimento, abbiamo giocato molto con grande rispetto. È stato divertente e bello liberarmi, non ho mai subito nemmeno il giudizio da parte mia, per quello che stavo vivendo. Ho sentito di abbandonarmi facilmente in questa storia con dei colleghi molto accoglienti.

La Forza de Il Filo Invisibile sta proprio nello scoperchiare non pochi luoghi comuni, mostrando una famiglia arcobaleno tanto disastrata quanto potrebbe esserlo una qualunque ‘famiglia tradizionale’. La presunta diversità che si fa molto semplicemente normalità.

È infatti straordinario come grazie a questo lavoro scopri che le dinamiche che si vivono tra esseri umani, al di là dei desideri, sono sempre le stesse. A livello attoriale fai semplicemente uno spostamento, una sostituzione, ma la base emotiva rimane la stessa. Mi auguro che quello che io porto sullo schermo come uomo non venga letto da nessuno come una forzatura, di essere credibile in questa veste. Il film è molto umano, non c’è nulla di grottesco, almeno nei personaggi in quanto tali. Poi le dinamiche possono giocare anche  sul grottesco ma con molta delicatezza.

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In Italia la gestazione per altri è già vietata per legge, ma Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega hanno da poco presentato proposte per vietarla anche all’estero, se praticata da cittadini residenti in Italia. Eppure in tanti Paesi è altamente regolamentata, vedi Australia, Belgio, Canada, Danimarca, Grecia, Israele, Regno Unito, Paesi Bassi e diversi Stati USA. Perché un gesto d’amore suscita così tanto spavento.

Credo che sia un tema universale, e si chiama paura. Tutto ciò di cui abbiamo paura lo respingiamo. Tutto ciò che ci può destabilizzare ci fa entrare in uno stato di paura e conseguentemente chiudiamo le porte al diverso, al diverso da noi, al nuovo, a ciò che non riusciamo a definire. Noi abbiamo una paura tremenda come esseri umani di dover definire tutto, perché questo ci fa sentire sicuri. Se riuscissimo ad aprirci di più alla vita avremmo la capacità di parlarci meglio, di rispettarci di più e forse di diventare dei veri esseri umani, degni di questa esistenza. E invece la paura ci blocca.

 

20 anni fa esordivi al cinema con Il Più bel Giorno della mia Vita di Cristina Comencini, altro film in cui si guardava alla famiglia e all’accettazione di un figlio omosessuale. Come e quanto credi sia cambiato il Cinema italiano in due decenni, anche sul piano della rappresentazione LGBTQ+, e come e quanto è cambiato Francesco Scianna.

All’epoca io avevo 19 anni, ero piccolissimo, appena arrivato  da Palermo, venivo da un ambiente culturale molto più ristretto rispetto a quello dove mi trovo oggi. In ambito personale la mia visione è completamente cambiata. In Sicilia, quando avevo 18 anni, c’era sicuramente più paura ad esporsi, ad esporre i propri desideri ed attrazioni più liberamente. Anche io ho fatto un percorso culturale di un certo tipo. Se prima sapere che un amico o un’amica potessero desiderare una persona dello stesso sesso avrebbe potuto farmi venire un pensiero inconscio del tipo “Ah sì?”, oggi è per me tutto nella norma. Non c’è nulla su cui riflettere. È stato fatto un lungo percorso dai miei 19 anni ad oggi, ma credo che allo stesso tempo ci sia ancora tanto da fare nell’essere umano. Viviamo in tanti contesti una chiusura eccessiva, c’è tanta paura, ci sono ancora tanti poteri che non aiutano questo passaggio reale, culturale, dell’umanità. In ambito cinematografico, invece, mi sembra che ora si includa molto di più ma anche lì stiamo lottando per una totale libertà. Sia espressiva, che artistica. Perché spesso un artista vuole esprimere un suo mondo, con la sua visione, ma spesso non è consentito. Ci sono ancora delle limitazioni. Anche nell’arte dobbiamo fare ulteriormente dei passi in avanti.

In tal senso in America si dibatte animosamente sull’opportunità di far interpretare personaggi LGBTQ+ ad attori dichiaratamente eterosessuali, con Hollywood apparentemente divisa. Qual è il tuo punto di vista.

Siamo arrivati ad un livello tale in cui io devo spiegare, devo giustificare, devo argomentare se voglio mangiare la pasta o la carne. Ma io non sono libero di fare quello che voglio? Penso che un artista debba e possa fare tutto. Ma di cosa stiamo parlando, siamo ancora a questo? Il mistero della vita, se lo rendessimo una figura dalle sembianze umane, riderebbe di noi dicendo che l’evoluzione dell’esistenza sta a questo punto, mentre la società è rimasta ancora a milioni di anni fa a porsi le domande sbagliate, incartata in non libertà che sono degne di un’altra epoca. Lo trovo sterile, fuori tempo.

Il punto è che molti attori dichiaratamente LGBTQ+ di Hollywood accusano la Mecca del Cinema di far loro interpretare solo personaggi queer, e se anche questi personaggi vengono affidati ad attori eterosessuali le opportunità di lavoro per loro si ridurrebbero sensibilmente.

Ma il bravo attore è l’attore che riesce a spaziare il più possibile, che riesce ad interpretare tutto. Non farei nessun tipo di distinzione. Io devo riuscire ad interpretare anche un animale, una macchina. L’attore quello fa.

 

 

Negli ultimi mesi ti abbiamo visto mattatore assoluto in A casa tutti bene, serie corale tratta dall’omonimo film di Gabriele Muccino. L’ultimo episodio ha lasciato porte spalancate ad una 2a stagione. Cosa dobbiamo ancora aspettarci dalla famiglia Ristuccia e dal tuo Carlo.

Purtroppo ancora oggi non conosco la storia della seconda stagione che Gabriele sta scrivendo. Conoscendolo e avendo visto il suo diabolico sorriso, sarà una seconda stagione che salirà ancor di più in tensione e in ciccia da raccontare. Con questa serie la vena creativa di Gabriele ha trovato un registro nuovo, ha sviluppato in maniera sorprendente alcune dinamiche delle relazioni umane. In alcuni personaggi, e anche nel mio Carlo, ho percepito una sorta di pericolosità che non avevo percepito in altri suoi film. Gabriele ha realizzato A Casa tutti Bene – la Serie in un momento di grande ispirazione. Percepisco che sarà una 2a stagione molto scoppiettante.

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In 20 anni di carriera hai lavorato con registi del calibro di Giuseppe Tornatore, Giuliano Montaldo, Michele Placido, Mario Martone, Ferzan Ozpetek, Cristina Comencini. Nel 2018 hai invece esordito alla regia a teatro con Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Cosa spinge un attore a sedersi dietro la macchina da presa, e prima o poi ti vedremo regista anche su grande schermo?

Nei vari anni di studio mi sono ritrovato a Londra a comprare due testi teatrali sui quali esercitavo l’inglese. Tra i libri che trovai c’erano Ivanov di Anton Čechov e Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller.  Leggendoli mi sono detto perché non fare una regia teatrale. Così ho portato in scena Miller, testo in quel momento specifico tappa esistenziale importante per il sottoscritto, al di là dell’aspetto artistico. Un bisogno mio da uomo di affrontare e forse risolvere alcuni problemi familliari.  È stato per me importante, nelle vesti di figlio, affrontare la figura paterna in un modo pienamente catartico. Ed è così nato il desiderio di passare ad una regia cinematografica, che ho in mente. Ne ho tre, ma forse è un po’ presto, ci sto lavorando, sto scrivendo, prendo appunti. Mi affascina molto,  in teatro ho sperimentato quanto mi divertissi, mi facesse maturare stare dietro, non sul palco ma come guida per gli attori e fare insieme a loro un percorso più da maestro che da allievo. È un bellissimo atto creativo, ancora più totalizzante.  Credo inoltre che per un attore sia anche un atto di coraggio, di maturazione. Passare dietro la macchina da presa o fare una regia di uno spettacolo perché ha a che fare con una crescita, con il completamento di sè, con una nuova ricerca, perché a volte come attore hai la tendenza a fare un’analisi che va in una direzione mentre come regista sei necessitato e spinto ad affrontare e ad abbracciare la materia in tutt’altro modo. Lo trovo molto interessante e formativo.

Dopo Il Filo Invisibile e in attesa della stagione 2 di A Casa tutti Bene – la Serie, possiamo aspettarci altri tuoi imminenti progetti?

Ho completato da poco un’opera prima di un regista esordiente, Filippo Conz, ed è il remake di un film americano che si chiamava Conversazioni con altre donne. È un film a due, siamo io e Valentina Lodovini, una storia d’amore che definirei quasi una partitura musicale, un testo teatrale per come è costruito. Un duello d’amore a due ed è stata davvero una bella esperienza. Poi ci sarà la 2a stagione di A Casa tutti Bene e forse altri due progetti importanti di cui però non ho ancora conferma.

Un anno decisamente importante.

Assolutamente, si avvicinano i 40 anni e nulla è casuale. Questo mezzo nel cammin è molto ricco e devo dire che mi sento molto grato alla vita. Al di là del lavoro è bello vedere che seminando seminando poi raccogli sensazioni molto belle, di gratitudine. È un traguardo importante come uomo.

 

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