Un viaggio in autobus verso la spiaggia di Capalbio si è trasformato in un episodio di omofobia. Ivan Notarangelo, giornalista ed ex portavoce del sindaco di Torino Stefano Lo Russo, è stato insultato dall’autista con l’epiteto “fr*cio di m*rda”, solo perché teneva in braccio la sua cagnolina Emi. Un episodio che riporta l’Italia indietro di decenni e che accende nuovamente i riflettori sulla mancanza di una legge nazionale contro i crimini d’odio omotransfobici.

In questo articolo
L’aggressione a Capalbio a Ivan Notarangelo: cosa è successo
Il fatto è avvenuto su una navetta diretta verso il mare di Capalbio, in Maremma. Notarangelo, con in braccio la sua bassotta di nove anni, è stato ripetutamente insultato dall’autista del mezzo, che prima si era lamentato della presenza dell’animale e poi ha riversato la sua rabbia contro il passeggero.
Parole cariche d’odio che hanno trasformato una normale giornata di vacanza in un ricordo amaro. “Pensavo che certi epiteti fossero fossili degli anni ’80 – ha dichiarato Notarangelo intercettato telefonicamente da La Stampa – invece ho pianto in macchina chiedendomi cosa avrei fatto se fossi stato un ragazzo senza strumenti”.
Chi è Ivan Notarangelo
Ivan Notarangelo non è un volto sconosciuto nel panorama politico e giornalistico. Torinese, ha collaborato con figure di spicco come Mercedes Bresso, Piero Fassino e Davide Gariglio. Nel 2021 ha guidato la campagna elettorale di Stefano Lo Russo a Torino, diventando poi suo portavoce.
Abituato a proteggere l’immagine altrui, ha deciso questa volta di esporsi in prima persona, consapevole che raccontare pubblicamente l’aggressione avrebbe potuto lasciare un’ombra sul suo nome. Una scelta coraggiosa, motivata dal desiderio di rompere il silenzio e dare voce a chi spesso resta invisibile.
La reazione dell’azienda di trasporto
La compagnia privata che gestisce il servizio di navetta ha preso le distanze dall’accaduto. La responsabile ha chiarito allo stesso quotidiano che “un caso del genere non si era mai verificato prima” e che l’autista è stato immediatamente identificato e richiamato. Il contratto a tempo determinato dell’uomo sarà portato a termine ma non rinnovato.
Un provvedimento che, se da un lato sottolinea la volontà di non tollerare comportamenti discriminatori, dall’altro conferma quanto sia necessario un quadro normativo chiaro a livello nazionale.
L’Italia e il ritardo sui diritti LGBTQIA+
L’aggressione omofoba a Capalbio non è un episodio isolato, ma lo specchio di un Paese che resta indietro sul fronte dei diritti. L’Italia è l’unico grande Stato dell’Europa occidentale a non avere una legge specifica contro le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere.
Le coppie dello stesso sesso possono solo unirsi civilmente, senza matrimonio né adozione, nonostante i sondaggi indichino che oltre due terzi della popolazione siano favorevoli. Nel 2025, l’Italia si trovava al 35º posto su 49 nel ranking europeo stilato da ILGA-Europe, un dato che fotografa chiaramente il divario con i Paesi vicini.
La normalizzazione dell’odio
Il problema non riguarda solo gli insulti omofobi, ma la loro progressiva “normalizzazione”. A luglio 2025, un tribunale di Cuneo ha trattato il caso di un ventisettenne che aveva insultato due amici con le stesse parole rivolte a Notarangelo e aveva colpito uno di loro con un pugno, provocando gravi lesioni. Il pubblico ministero ha chiesto un anno di reclusione, ma ha escluso l’aggravante discriminatoria, sostenendo che si trattasse di un insulto “di uso comune”.
Una posizione che evidenzia come l’omofobia non sia percepita in modo uniforme dalla giustizia italiana e come il riconoscimento del carattere discriminatorio dipenda spesso dalla sensibilità del singolo magistrato.
Gli esperti ricordano che non è l’omosessualità ad avere bisogno di cura, ma l’omofobia. Lo psichiatra Vittorio Lingiardi sottolinea che la vera domanda non è perché una persona sia gay, ma perché possa sentirsi sbagliata. L’omofobia, infatti, non danneggia solo le vittime dirette, ma l’intera società: limita anche gli eterosessuali, che temono di stringere legami intimi con persone dello stesso sesso per paura di essere etichettati, e rafforza stereotipi di genere che imprigionano tutti.
Raggiunto telefonicamente da La Stampa, lo stesso Notarangelo ha descritto una dinamica che, a suo avviso, si ripete spesso. “Quando qualcuno osa rivendicare il diritto a non essere discriminato, la prima reazione è quasi sempre di solidarietà, un cenno di approvazione, il riconoscimento del danno subito. Ma presto, quasi inevitabilmente, arriva la crepa: uno sguardo, un gesto impercettibile che sembra dire “anche meno, dai””. Un meccanismo sottile ma pericoloso, che finisce per minimizzare l’esperienza di chi denuncia e ridurre la gravità della discriminazione subita.
La solidarietà delle istituzioni
Ivan Notarangelo ha scelto di non sporgere denuncia, preferendo invece condividere con i media il racconto di quanto accaduto.
Il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, ha voluto esprimere pubblicamente vicinanza all’uomo dopo l’aggressione subita. “A Ivan va tutta la mia solidarietà per l’aggressione subita – commenta a La Stampa – Episodi come questo dimostrano che l’omofobia non è un ricordo del passato, ma una ferita ancora aperta nella nostra società. Le istituzioni hanno il dovere di combatterla senza ambiguità, perché nessuno deve sentirsi offeso o minacciato per quello che è”.
Una presa di posizione importante, che si inserisce in un dibattito politico e sociale ormai non più rimandabile. Perché la risposta, come sottolineano attivisti ed esperti, deve arrivare non solo dalle istituzioni locali ma soprattutto da quelle nazionali: serve una legge contro i crimini d’odio fondati su orientamento sessuale e identità di genere, insieme al riconoscimento del matrimonio egualitario e del diritto all’adozione. A questo si deve affiancare un’educazione al rispetto nelle scuole, per prevenire e disinnescare i pregiudizi fin dalla giovane età. Solo così insulti omofobi e aggressioni come quelli subiti da Notarangelo potranno davvero appartenere al passato, restando come fossili di un’epoca che l’Italia non può permettersi di rivivere.
