Perché al Giubileo il pellegrinaggio LGBT è stato ignorato da Leone XIV: cattolici queer traditi dal silenzio

Leone XIV non concede, calcola. Non apre porte, semplicemente evita di chiuderle: un gesto machiavellico travestito da misericordia.

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Giubileo LGBT Leone XIV silenzio delusione
Giubileo LGBT: il pellegrinaggio queer ha ricevuto soltanto silenzio da Leone XIV. Delusione dei cattolici queer.
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Leone XIV non ha pronunciato neanche una parola per il pellegrinaggio cattolico LGBT al Giubileo.

Alla fine, le parole non sono arrivate. Troppo impegnato con la canonizzazione di nuovi santi digitali-contemporanei, Leone XIV (l’uomo che non è ancora andato a Gaza) ha scelto il silenzio, lasciando sulla scrivania quelle due righe preparate per salutare i pellegrini di La Tenda di Gionata, due righe che avrebbero potuto segnare un’epoca e che invece restano carta muta, simbolo perfetto di una Chiesa che spesso preferisce il non detto al rischio della verità. Come del resto aveva brillantemente anticipato dalle pagine di Gay.it Marco Grieco, parlando di luci e ombre. E chissà cos’avrà mai ancora da blaterare quel Padre Martin che aveva addirittura (s)parlato di continuità tra Leone XIV e Papa Francesco.

Nell’Angelus che seguiva la canonizzazione di Acutis e Frassati, nessun accenno del papa americano ai 1.500 fedeli queer che poche ore prima attraversavano la Porta Santa (VIDEO!): una processione fiume, approvata ma non nominata, esistente eppure invisibile.

 

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Eppure la scena dentro la Chiesa del Gesù – ventagli rainbow che si agitano nell’aria, suore e fedeli transgender che pregano insieme, applausi e lacrime che sommergono l’omelia di mons. Savino – sembra raccontare un’altra liturgia, parallela e non autorizzata, una liturgia che ha il sapore di martirio e di resurrezione. È qui, nel gesto dei corpi queer che varcano il confine sacro, che la fede si manifesta come sfida e come testimonianza.

Fuori, lungo via della Conciliazione, la folla ha salutato i pellegrini come in una parata, e i gesti valgono più delle parole mai dette, racconta lo stesso Grieco questa volta su Domani. “Non ci aspettiamo che qualcuno ci autorizzi a sentirci a casa: noi siamo a casa” dice Francesco, venuto da Firenze. Ma il silenzio del papa pesa, perché trasforma la gioia in sospensione, il canto in eco.

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La canonizzazione dei due santi adolescenti, il giorno successivo, è l’immagine plastica di due chiese: una che parla ai giovani canonizzati, l’altra che non osa rivolgersi ai giovani queer. Un peccato d’omissione, scrive il mio collega credente Marco: il peccato di non ascoltare chi pure riempie le navate, chiede solo di non essere escluso.

Ma Leone XIV è l’uomo che in pochi mesi ha ricordato che una vera famiglia è solo tra un uomo e una donna, che ha incontrato Matteo Salvini,  e che manderà in pensione le benedizioni alle coppie gay. Il pellegrinaggio della Tenda di Gionata (che già era stato un’odissea nella fase preparatoria) si è compiuto perché era stata concordata nella Chiesa sinodale (dal basso) di Bergoglio e Prevost non ha avuto il coraggio di cancellarla.

Leone XIV non concede, calcola. Non apre porte, semplicemente evita di chiuderle: un gesto machiavellico travestito da misericordia. Ha lasciato che il pellegrinaggio passasse, perché vietarlo sarebbe stato più sconveniente, più rumoroso, più dannoso all’immagine di una Chiesa che pretende di mostrarsi inclusiva senza esserlo. In realtà, Leone non avrebbe mai autorizzato lui ciò che nasce sotto Francesco, nella sua visione sinodale e “dal basso”, con la Chiesa che cammina coi fedeli e non sopra di loro. Ora quella spinta si spegne nei corridoi dei palazzi, dove il potere è tornato a Prevost e al clero che preferisce il silenzio alla verità. Il pellegrinaggio avviene, ma come una concessione cinica: non parola di vita, solo tolleranza di circostanza.

Per le persone cattoliche LGBTIAQ+ nella Chiesa dell’americano Prevost c’è il silenzio. E così, nelle parole spezzate dei pellegrini resta la memoria di Francesco, il papa che disse todos, todos, todos, e che avrebbe forse pronunciato ciò che Leone ha taciuto. E resta l’impressione che anche il silenzio, a volte, diventi un sermone: cupo, eloquente, implacabile. Come sempre.

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