Grokipedia è la nuova enciclopedia “alternativa” generata dall’intelligenza artificiale di Elon Musk, un progetto che egli stesso presenta come antidoto alla presunta “censura woke” delle piattaforme tradizionali. Una sorta di Wikipedia parallela, filtrata dallo sguardo ideologico dell’universo Musk: anti-mainstream, muscolarmente “razionale”, allergica a quello che definisce pensiero progressista. Non un archivio neutro di sapere, ma un manifesto travestito da fonte imparziale, in cui la realtà viene plasmata per aderire a una certa idea di ordine, di natura, di verità incontestabile.
Mi sono presa la briga di guardare alla voce “non-binary”. È la prima voce che ho guardato, perché – nella mia testa – era la voce più in grado di far emergere con disarmante evidenza i limiti binari di un progetto, quello di Grokipedia, incapace di aprire le proprie valvole allo spirito del tempo e al fluire della storia. Cosa c’è di più intrinsecamente fallimentare di un archivio di informazioni plasmate da un intento a priori? È la vita, essa stessa informazione in movimento, a spiegarci che in Grokipedia non c’è vita. E dunque non c’è informazione, ma soltanto morte.
Ciò che ho trovato alla voce “non-binary” è un esercizio di patetico confinamento: la riduzione dell’identità a biologia prescrittiva, come se tra ovulo e spermatozoo non potesse esistere l’immenso territorio della coscienza umana e di ciò che ciascuno di noi “diviene”, per poi semplicemente “essere” in ogni istante. La pagina “non-binary” di Grokipedia è un bagno di disciplina, per una voce che sta lentamente rovesciando il sistema di pensiero stesso degli umani, prim’ancora che l’identità di genere. La definizione muskiana sorveglia, contiene, delimita ciò che ormai, secondo tutte le avanguardie di pensiero razionale, è un poliedrico prisma di sfumature in divenire.

C’è in quel testo un brivido d’ordine, una voce che confonde biologia con destino. È il tono delle recinzioni: “Human biological sex… remains strictly binary” e “no third reproductive category observed”. La vita come caserma (tipo i marine di Boots, avete presente?): tutti in fila, due colonne, nulla tra le due file, rigorosamente separate. E invece: praticamente tutti gli umani sono là in mezzo, in quell’intercapedine tra le due linee binarie che per gli umani sono state al massimo utili per raccattare un paniere di definizione algebriche. Mentre tutta la nostra vita rimbalza tra le due sponde.
La pagina procede come un catechismo reazionario: “Empirical evidence… is limited”, “self-reported prevalence… potentially reflecting social influences”, “self-identification… a psychological claim”. È il sospetto eretto a sistema: se dici chi sei, stai solo imitando qualcuno. Il non binarismo degradato a eco, a moda, a “social contagion among adolescents”. Linguaggio da trattato d’igiene morale, il vecchio panico travestito da metodo.
Si finge neutralità, ma è una politica di controllo del corpo: “undermines protections rooted in sexual dimorphism”, “no distinct ‘non-binary’ brain phenotype”, “no third gamete type”. L’argomento è una gabbia sferzata dall’ombra della patologizzazione: si riduce l’identità all’ovulo e allo spermatozoo, come se l’umano, e più in generale la vita, fosse soltanto un cumulo di cellule. Sono le stesse voci che, parlando di aborto, chiedono diritti per un fagiolino di due centimetri che chiamano umano. Le stesse voci che invocano la sacralità del feto mentre negano complessità all’identità adulta. Ma la scienza sa essere implacabile con chi cerca di corromperla alle proprie finalità ideologiche.
Poi c’è l’insinuazione apertamente clinica: “comorbid psychiatric conditions… may contribute causally”, l’ombra lunga del difetto, del guasto. Un inventario di paure: “ideological priorities”, “activist paradigms”, “policy costs”. Si evoca il rischio per le donne, per i confini, per i censimenti. Insomma, questo non-binarismo vuole sovvertire il potere e dunque meglio negarlo, meglio ridurlo a un capriccio da teenager brufolosi.
Ma la realtà è questa: il genere è esperienza, relazione, storia incarnata. Non un plebiscito delle gonadi, non un referendum dei cromosomi, non un ballo di testicoli in rivolta. Esistiamo perché diciamo io, perché nominiamo il mondo e ne siamo nominati. Il non binarismo non chiede il permesso alle tassonomie, le penetra e, all’occorrenza, le sbriciola per poi subito ricomporle grazie al “logos”. Il non-binarismo è attraversamento della realtà.
“Il genere non è qualcosa che si è, ma qualcosa che si fa; un atto, o meglio, una serie di atti ripetuti nel tempo.”
Judith Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (1990)
