HIV, corpi e confini: “La malattia è sempre sociale. La cura è politica!”, il talk al Mix Festival e il cortometraggio

A che punto siamo con le cure, con le PrEP, con lo stigma? L'incisivo intervento della teorica e storica dell'arte Francesca Alfano Miglietti.

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Al 39° Mix Festival in corso a Milano questa mattina il talk su Hiv, stigma e percezione del virus nel contemporaneo.
Al 39° Mix Festival in corso a Milano questa mattina il talk su Hiv, stigma e percezione del virus nel contemporaneo.
6 min. di lettura

Cosa significa oggi vivere con l’HIV? Quali corpi porta con sé questo virus, e quali confini – sociali, culturali, psicologici – continua a segnare, a superare, a infrangere? A queste domande ha cercato oggi di rispondere l’evento Prevent(ac)tion: HIV con e senza i confini di un corpo, tenutosi presso la Casa di Quartiere Garibaldi a Milano, nell’ambito del Festival Mix (con il contributo non condizionato di ViiV Healthcare Italia).

L’iniziativa si è aperta con la proiezione del cortometraggio Letters to Myself (si vede qui), scritto e diretto da Marina Vergueiro (Brasile, 2023), che porta lo spettatore in un contesto di isolamento e stigma nella Cuba contemporanea. Un’opera breve ma intensa che riporta al centro la questione HIV, non come condanna, ma come inaspettato elemento di ri-significazione esistenziale. Sarà da lì che prenderà vita un confronto trasversale e multidisciplinare sul tema della prevenzione, dello stigma e della trasformazione del corpo malato in corpo resistente.

Festival Mix Talk Hiv Marina Vergueiro Letter to myself
Il corto di Marina Vergueiro “Letter to myself” > qui su YouTube

Proiettato in apertura dell’incontro, Letters to Myself di Marina Vergueiro si rivela una lettera spirituale e carnale tra due donne, unite da un legame invisibile ma potentissimo: l’HIV. Una, Caridad, vent’anni prima si è iniettata il virus volontariamente. L’altra, protagonista e voce narrante, scopre nel tempo che proprio quel virus – che le ha tolto il mondo – è anche ciò che le restituisce la possibilità di tornare ad amare. In un montaggio evocativo, dove scorrono immagini di corpi, paesaggi tropicali e rituali domestici, l’HIV si fa metafora di rinascita, di accoglienza di sé, di desiderio possibile. “Fin da piccola mi hanno fatto credere che il mio corpo fosse indegno”, dice la voce fuori campo, mentre scorrono lavatrici, pesciolini che nuotano come spermatozoi, cascate e nature selvagge di una Cuba (dove l’artista ha studiato cinema) che insieme è prigione e rivelazione. Finalmente arriva l’incontro, il ventesimo anniversario, e quella frase impossibile da dimenticare: “L’HIV mi ha salvato la vita”. Una provocazione che risuona come segno di rottura rispetto allo stigma che compenetra la percezione delle persone hiv+ ancora oggi.

A chiudere, la struggente “Engenho” da Dor di Josyara accompagna i titoli di coda come un canto rituale di guarigione.

Il talk

A discutere del film e delle sue risonanze contemporanee, tre figure di spicco nei rispettivi ambiti. Lella Cosmaro, attivista storica della LILA Milano e voce di primo piano nella prevenzione dell’HIV e nella lotta allo stigma, ha portato un punto di vista politico e umano, maturato in oltre trent’anni di impegno. Accanto a lei il dott. Roberto Rossotti, infettivologo dell’Ospedale Niguarda e coordinatore dell’ambulatorio per la PrEP e le IST, che ha condiviso una lettura clinica e aggiornata sulle strategie di prevenzione e cura. Nel panel anche Francesca Alfano Miglietti (FAM), teorica e critica d’arte tra le più originali in Italia, da sempre interessata alla trasformazione dei corpi e dei linguaggi contemporanei. Il talk era moderato da Giuseppe Porrovecchio, giornalista di The Vision.

Una scena del corto “Letters to Myself ” della regista brasiliana Marina Vergueiro
Una scena del corto “Letters to Myself ” della regista brasiliana Marina Vergueiro

Il cortometraggio diventa punto di partenza per una riflessione collettiva su scienza, stigma, visibilità. Il dott. Roberto Rossotti, infettivologo dell’ASST Niguarda, ha ricordato come oggi le terapie permettano una vita pienamente normale alle persone con HIV, e ha ribadito il potere rivoluzionario dell’equazione U=U (undetectable = untransmittable):

“Chi assume correttamente la terapia antiretrovirale non trasmette il virus. Questo ha trasformato la qualità di vita e la possibilità di amare senza paura”.

Il dottor Rossotti ha quindi ricordato anche la nuova possibilità della PrEP (“che in Africa ha azzerato il contagio femminile”) oggi disponibile a lento rilascio “ma soltanto per uomini che fanno sesso con uomini“.

Lella Cosmaro di LILA Milano ha sottolineato, con amarezza, come ai progressi della medicina non corrisponda un’evoluzione nel sentire comune:

“La percezione dell’HIV è ancora legata alla colpa. Siamo vittime della cultura cattolica e dello stigma. Le persone sieropositive spesso faticano a parlarne, anche con chi hanno più vicino. Persiste la paura persino di fare il test”.

Sullo sfondo, le parole di Francesca Alfano Miglietti hanno allargato lo sguardo al ruolo dell’arte nella rappresentazione del corpo contagiato, ma anche del significante politico:

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“L’arte non serve a decorare, ma a dare coscienza. La malattia è sempre sociale, la cura è sempre politica”.

Félix González-Torres Caramelle HIV

Félix González-Torres: in una sua opera le caramelle avevano un peso di 82 kg, come il corpo del suo compagno hiv+

Miglietti ha ricordato come esista ancora un pregiudizio profondo nei confronti dell’arte, soprattutto quando questa entra in contesti che riguardano la malattia, la sessualità o la politica del corpo. “Se l’arte ha un senso — ha detto — non è certo quello di decorare una tavola con dei fiori. L’arte vera nasce dal disagio, dalla paura, e ha il compito di darci coscienza. Racconta i comportamenti devianti, le marginalità, le diversità. È, da sempre, uno spazio di resistenza.

L’umanità ha bisogno di identificare un nemico comune, e l’AIDS è stato costruito anche in questi termini secondo Miglietti: un nemico collettivo, utile per normare e reprimere i comportamenti. “È comodo dire che l’HIV è la malattia degli omosessuali. E infatti, negli anni più duri della pandemia, chi davvero ne parlava erano gli artisti, i tossicodipendenti, le persone queer: avevano coscienza, prendevano parola. Gli eterosessuali, invece, tacevano.

Miglietti ha sottolineato anche l’assenza dell’HIV dal discorso pubblico contemporaneo, in particolare sui social. “Vediamo tutto, dai terrapiattisti ai gattini, dalle influencer ai complottismi più assurdi, ma nessuno parla di sieropositività. Perché? Perché abbiamo bisogno di creare nuovi mostri, e far finta che certi mostri siano scomparsi. Eppure sono lì, invisibili.

Da qui, ha rilanciato il ruolo dell’arte come veicolo di empatia e verità. “All’ultima Biennale Cinema di Venezia, Jim Jarmusch ha parlato dell’importanza dell’empatia. E io mi chiedo: se oggi riusciamo a tollerare ciò che accade a Gaza, se riusciamo ad accettare le bugie che ci vengono raccontate, è davvero la fine. L’arte serve a questo: a non smettere di sentire.

Nel suo intervento ha poi evocato l’opera struggente di Félix González-Torres, artista cubano che perse il compagno a causa dell’AIDS. “González-Torres diceva: il mio pubblico è il mio fidanzato. Quando il compagno si ammalò e perse peso — 82 chili — lui realizzò un’installazione con 82 chili di caramelle colorate, che invitava il pubblico a prendere. Ogni caramella portata via rappresentava la perdita di peso dell’uomo amato. Le persone però spesso le rimettevano a posto: avevano paura, come se quelle caramelle potessero essere infette. Ma in quell’opera c’è l’infanzia, la gioia e la morte. C’è l’arte che ci costringe a sentire.

Miglietti ha parlato anche di Nan Goldin, fotografa e attivista, che pur non essendo sieropositiva ha sentito la necessità di raccontare la crisi dell’AIDS come parte della propria storia. “Essere gay è l’unica identità non riconoscibile. E proprio questa non-rappresentabilità è pericolosa. In realtà, nessuno è riconoscibile per un’unica identità. L’arte ci insegna a de-identificarci, a sfuggire alle etichette. È l’ultima voce che ci riconosce come umani, mentre il mondo, con i social, con l’intelligenza artificiale, tende a tecnicizzarci.

Chiudendo il suo intervento, Miglietti ha ricordato che arte e cultura sono state, sin dall’inizio della crisi dell’HIV, tra i primi canali attraverso cui raccogliere fondi per la ricerca e sostenere l’informazione. “Viviamo in un’epoca perfettamente foucaultiana: ogni nostro comportamento diventa un bersaglio da normare e punire. Oggi, la possibilità stessa di curarsi dipende dal denaro. E quello che davvero non viene tollerato nella nostra società non è la malattia: è l’amore. Non riusciamo a sopportare due uomini che si baciano. E González-Torres, parlando d’amore, ha sabotato i valori del capitalismo. Ha fatto politica.

Poi una stoccata finale alla politica contemporanea: “Trump ha tagliato i fondi per l’HIV. Le Pen propose negli anni ’90 di sottoporre a test sierologici tutte le persone provenienti dall’Africa. Susan Sontag l’aveva detto: abbiamo bisogno di colpevolizzare i malati. Ma la responsabilità collettiva non può essere rimossa così.

Il messaggio conclusivo, condiviso dai relatori, è chiaro: serve più informazione, più educazione sessuale (ditelo alle destre di governo), più visibilità. Serve parlare di HIV non solo come virus, ma come specchio culturale. Solo così, forse, si potrà davvero rompere il silenzio.

Il talk è stato realizzato grazie al contributo non condizionato di ViiV Healthcare Italia.

© Riproduzione riservata.

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