A dieci anni c’erano due cose che non potevo fare: la femmina e guardare film horror.
In un’epoca in cui il concetto di streaming non esisteva, e grazie un telecomando potevi passare da un canale all’altro, i mostri comparivano senza preavviso, sconvolgendo la quiete di qualunque famigliola dell’agro romano con rete via cavo. Noi bambini figli del 1994 ricorderemo solo quel bollino rosso che Mediaset metteva prima di ogni film considerato ‘vietato ai minori’. Non importava quale film fosse, perché quell’avvertimento parlava da sé: non potevi guardarlo. Era sinonimo di proibito e tabù, messo lì per risparmiarti traumi, attacchi di panico, e notti insonni. Ma nell’atto pratico contribuiva nell’effetto opposto: non solo avevo paura di qualcosa che nemmeno conoscevo, ma morivo dalla voglia di guardarlo.
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Filippo Marconi, autore del saggio The Scary Fagdom, omoerotismo e queerness nel cinema horror, ha vissuto qualcosa di simile: quel bollino rosso esercitava su di lui un’attrazione che andava in piena collisione con il microcosmo famigliare che viveva. Racconta: ‘Mia madre da brava puritana cristiana era terrorizzata e fortemente contraria a lasciarmi guardare quei film. Ma il fatto che si impressionasse così facilmente, mi stuzzicava ancora di più: intuivo quanto potere avessero questo tipo di pellicole, tanto da generare paura preventiva nei confronti delle persone‘. Per Marconi, il colpo di fulmine con il cinema horror, è arrivato guardando Scream, capostipite della saga di Wes Craven, che con il mondo a queer ha molto più a che vedere di quanto ci saremmo aspettati nel 1996: dall’omosessualità dello sceneggiatore Kevin Williamson alla presunta liaison tra Billy e Stu, i due serial killer del primo film, ma anche all’infinito affetto per Sydney Prescott, eroina interpretata da Neve Campbell in completa opposizione allo stereotipo della final girl (termine per riferirsi alla protagonista che sopravvive nei film horror). Come me e ampia parte dei teenager anni Novanta, anche Marconi ammette di aver visto prima Scary Movie di Scream, la parodia dei primi anni Duemila: ‘Ricordo che in Scary Movie 4 c’era la scena di un bacio gay con la lingua. Una scena super trash e gratuita, ma non dimenticherò mai la mano di mia madre che correva a coprire gli occhi di mio fratello. Quella reazione era la stessa che provava durante le scene più truculente’.
Non è un caso che il trattamento riservato ai film dell’orrore non sia troppo distante dal vissuto delle persone queer: sei attratto da qualcosa, ti dicono che quella cosa non ti fa bene, allora fai finta di non vederla, e finisce per tormentarti ancora di più. Nel suo saggio, Marconi unisce le teorie queer alla rappresentazione nel cinema horror, evidenziando come questi due mondi apparentemente lontani, in realtà si influenzano a vicenda ‘rivendicando un’esistenza marginale, radicale, in grado di restituire alle persone della comunità LGBTQIA+ un potere sovversivo con cui contrastare le pratiche assimilazioniste capitalistiche’. Ma quando ha iniziato a guardarli da ragazzino, a smuoverlo non erano gli studi di genere, quanto gli shorts a giro scroto degli uomini negli slasher anni ’80 e una certa rassicurazione in Freddy Krueger. L’iconico villain della saga di Nightmare, con il volto ustionato e le lame al posto delle dita, ha rappresentato per lui una personificazione dell’alienazione, ostracizzazione, e in un certo senso anche della dismorfia, che si è ritrovato ad esperire durante il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta (complice Nightmare 2, sequel considerato tra gli slasher più ‘queer’ mai realizzati): ‘A differenza degli altri serial killer, Freddy non ha una maschera: Freddy è la sua stessa maschera. Il fatto che fosse così visibilmente mostruoso, senza nasconderlo, è stato molto importante per una persona come me che ha vissuto quasi tutta la sua adolescenza a farsi problemi con la propria immagine, il proprio corpo, e le aspettative della società, così come della stessa comunità LGBTQIA+’.

Anna Bogutskaya, autrice di Feeding the Monster, considera l’horror un genere basato sull’empatia. Non si tratta di un semplice esercizio voyeuristico, ma di ‘provare quello che provano’ persone che vengono fatte a pezzi. Per Marconi se non il più empatico, lascia sensazioni addosso che permangono di più rispetto altri generi. Sensazioni che nella nostra banale quotidianità, cerchiamo di arginare con tutte le forze. È proprio qui che cade il paradosso: com’è possibile trovare conforto in qualcosa che ne incarna l’esatto opposto? Durante la nostra conversazione, gli racconto che lo scorso Novembre, durante un ciclo depressivo, sono riuscita a farmi un bel pianto catartico solo guardando The Babadook, film del 2014 diretto e scritto da Jennifer Kent, dove l’uomo nero (lo stesso Mr. Babadook a sua volta ha seguito una lenta ascesa come icona LBGTQIA+) è prima uno stato mentale che fisico. Una tetra metafora della solitudine e il dolore che una donna, madre e vedova, non può più nascondere sotto il letto: più la reprime, più il mostro prende forma dentro e fuori di lei. Nel film di Kent non c’è solo un invito ad affrontare le proprie paure, ma a conviverci, nutrirle, e renderle parte della nostra famiglia. Una fiaba che durante la mia infanzia nessuno mi ha mai raccontato. Al contrario, andava nascosta in cantina, cambiando argomento o canale.
È proprio in questo gioco di specchi che risiede la potenza del cinema horror: i mostri che ci hanno insegnato a reprimere, nascondere, e mai guardare in faccia, si siedono a tavola insieme a noi. Ma una volta visti in faccia, fanno meno paura. L’ansia non è più un senso di minaccia aleatorio che permane nella stanza, ma ha una forma chiara e riconoscibile, e nel migliore dei casi, controllabile. ‘Quando guardi un horror puoi morire metaforicamente più volte, sapendo che ogni volta ti risveglierai’ spiega Marconi ‘È un genere che più di tutti gli altri, ti fa assaporare quella piccola morte, e può essere incredibilmente catartico’.
Ma se l’horror ha sempre riflettuto le paure della società, evolvendosi e cambiando di pari passo insieme al pubblico in sala, in Scary Fagdom, Marconi chiede: chi sono i mostri del futuro? Fino a quattro anni fa avrebbe detto che l’eteronormatività, omologazione stessa della comunità, e la repressione di tutto quel lato di noi stessə che non vogliamo tirare fuori dall’armadio. Ma oggi il mostro si presenta di nuovo come una presenza in carne ed ossa: ‘Se negli anni Duemila ci concentravamo più sui nostri mostri interiori, nel frattempo sono emerse nuove forze oscure che nell’ultimo periodo hanno preso sempre più potere, soprattutto nella politica’. spiega l’autore ‘Questa ondata di oligarchia mista a neofascismo sposta il focus su un altro genere di storie, e gente come Trump, Musk, o Meloni, fa più paura dei lati reconditi di noi stessə’.
All’alba del 2025 i pregiudizi verso il cinema horror non sono ancora tutto estinti: dal 1929 ad oggi, solo 7 titoli sono stati nominati come ‘Miglior Film’ agli Oscar – l’ultimo è The Substance di Coralie Fargeat – e soltanto uno si è portato a casa la statuetta (L’Esorcista, 1974). Tra tutti i generi cinematografici, è ancora quello che attrae e in equa misura respinge il grande pubblico, smosso dal brivido di spaventarsi dentro uno spazio sicuro, ma scettico all’idea di poter trarre qualcosa in più oltre un salto sulla poltrona. Ma in tempi terrificanti come questi, l’horror non solo ci mette ancora a nudo con le nostre stesse paure, ma può trasmetterci la via per superarle: ‘Il conforto più grande che una persona queer può trarre dal cinema horror, è ritrovare il potere di sconfiggere le forze oscure che minacciano la nostra stabilità fisica e mentale’ spiega Marconi ‘Questi film insegnano che i mostri della storia non muoiono mai e sono pronti a risorgere. Alla luce di un nuovo capitolo, dobbiamo essere sempre più furbi di loro e restare pronte a combatterle’.
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