I GAY SPOSATI

Sono tanti. Alcuni si stancano della doppia vita. Ma non sanno come dirlo a moglie e a figli. A cosa vanno incontro? Rispondono un avvocato, uno psicologo e uno psicoterapeuta.

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7 min. di lettura

La lettera che un lettore di Gay.it ha scritto alla nostra jena Fabio Canino (clicca qui per leggerla) descriveva l’angoscia di un uomo sposato che non se la sentiva più di ‘fingere’ ma non sapeva come fare per confessare alla moglie e ai figli la propria omosessualità. Questa lettera ci ha spinto a dedicare spazio alla delicata tematica, e cercare di capire che cosa può comportare il ‘coming out’ da sposati, a livello non solo psicologico, ma anche legale. Cosa accade quando un matrimonio (magari con figli) rischia di sfasciarsi perché lui (o lei) decide di non vivere più una doppia vita, di uscire allo scoperto e dire: mi piacciono le persone del mio stesso sesso? Quali possono essere le conseguenze, legali e psicologiche? Lo abbiamo chiesto a tre esperti nei diversi campi: l’avvocato Ezio Menzione, lo psicologo Luca Pietrantoni, lo psicoterapeuta Maurizio Palomba. Ecco le loro risposte.

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EZIO MENZIONE, Avvocato

Per quello (o quella) che pur sapendo di essere gay si sposa e poi si trova nei guai, potremmo cavarcela dicendo: ben gli sta, doveva pensarci prima, invece di nascondersi dietro un matrimonio spesso di comodo; se non sapessimo che il matrimonio per molti gay è l’ultimo, penoso baluardo psicologico, più o meno inconscio, per non fare i conti con la propria natura.

Poi c’è il fatto che assai spesso gli orientamenti, al momento del matrimonio, sono ancora assai incerti e la chiarezza e la consapevolezza vengono dopo, e non è giusto che uno si trovi penalizzato per un’intera vita.

Infine, corrisponde ancor meno a giustizia il fatto che una simile penalizzazione venga attuata (dai giudici come dal consesso sociale) solo in ragione di un’avversione omofoba ben radicata, in ragione cioè di una discriminazione bella e buona.

Sta di fatto che il coniuge che decide di rivelare la propria omosessualità il più delle volte si ritrova nei pasticci. Salvo quei rarissimi casi in cui l’altro coniuge accetta la cosa, un po’ per amore e molto per convenienza, in tutti gli altri casi è assai facile che il coniuge che si sente "tradito" faccia di tutto per "farla pagare" al proprio compagno o compagna e si passi alla separazione con carte bollate, avvocati, liti degne dei Roses.

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Se ci sono figli, in genere essi diventano il terreno dello scontro: te li levo e non te li faccio più vedere perché sei omosessuale e potresti avere una pessima influenza su di loro (questa e in genere la scusa). Se non ci sono figli, comunque cerco di fare ricadere su di te la "colpa" della separazione, ti levo la casa, cerco di toglierti ogni bene e farmi mantenere vita natural durante. Questo è di solito lo scenario, spesso aggravato dal fatto che il coniuge gay non desidera che si sappia in giro della sua omosessualità, aborre lo scandalo e preferirebbe la clandestinità anche per la vita a venire: da qui il ricatto.

Ma non è detto che il ricatto riesca. Innanzitutto, per spuntarlo, occorrerà non avere paura che in giro si sappia della propria omosessualità. Poi che si abbia il coraggio di combattere una battaglia (che a questo punto può essere anche più breve e meno campale del previsto), per non soggiacere alle richieste infondate del coniuge. Oggi sono sempre di più (anche se ancora pochi) i giudici che ritengono che un genitore omosessuale (specie una lesbica) possa avere rapporti stabili, continuativi e insomma "normali" coi figli minori, che possano cioè essere ottimi genitori. Più ancora sono quelli che non considerano l’omosessualità una colpa e dunque non ritengono che il coniuge gay debba pagare per il proprio orientamento sessuale. Insomma, viso aperto e decisione: la battaglia può essere vincente.

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LUCA PIETRANTONI, Psicologo

Le persone omosessuali o bisessuali sposate a qualche punto della loro vita matrimoniale scendono a patti con la propria sessualità e prendono in considerazione l’idea di dirlo alla moglie o marito. Spesso questo avviene perché non riescono più a tenere il segreto dentro di sé o perché ritengono che il coniuge già "sospetti". Capita altresì che alcuni uomini sposati iniziano ad avere periodicamente rapporti sessuali occasionali con altri uomini, e si sentono spinti a parlarne perché temono di essere scoperti o di poter trasmettere infezioni sessuali alla moglie. Le persone sposate che hanno deciso di dirlo al coniuge sanno che non sarà un passo facile. Alcuni si preparano al coming out, "tastando il terreno", facendo capire al coniuge che provano delle simpatie per i gay, introducono argomenti gay nelle discussioni, mostrano di essere interessati alla cultura gay, e poi rivelano alla moglie o marito le proprie tendenze gay. Altri non lo dicono esplicitamente al coniuge ma "lo fanno capire" : ritengono che la moglie o il marito possa far fronte più facilmente a una "cosa non detta ma conosciuta" piuttosto che chiaramente esplicitata; in realtà l’ambiguità e il timore di nominare apertamente l’orientamento sessuale e di parlare dei desideri e bisogni autentici può alla lunga essere estremamente invalidante e frustrante per entrambi. Le reazioni dei coniuge possono essere le più diverse. La persona omosessuale e bisessuale sposata che ha deciso di dirlo dovrebbe essere pronta a rispondere a domande tipo: "Perché non me l’hai mai detto?" "Sei sempre stato gay?", "Quando mi hai sposato, mi amavi?", "Mi ami ancora?", "Allora, il sesso in questi anni è stato tutta una finzione?", "Ti vedi con qualcuno?".Entrambi possono poi decidere come affrontare il futuro.

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Le scelte dovrebbero basarsi sul rispetto reciproco dei bisogni e sulla cooperazione. Le motivazioni altruistiche del tipo "lasciamo tutto così per i vicini – i genitori – i bambini" possono fungere da scudi per non confrontarsi con la nuova conoscenza e il cambiamento richiesto alla relazione. E’tuttavia importante che la relazione tra marito e moglie si ridefinisca valorizzando il rapporto passato che si è costruito negli anni. A volte non ci sono motivi per rompere definitamene il legame affettivo tra i due; entrambi hanno ancora bisogno uno dell’altro e cercano di conciliarlo con il desiderio di uno per persone dello stesso sesso. Mi ricordo una coppia sposata che dopo qualche anno di matrimonio il marito ha riconosciuto di essere gay e la moglie di essere lesbica, hanno discusso e hanno deciso di andare a vivere in case diverse, poi hanno continuato a frequentarsi con i loro nuovi partner e tuttora sono legati da un affetto e una conoscenza reciproca unica. Il periodo di aggiustamento tuttavia può essere lungo ed estremamente turbolento, alternare periodi di calma e altri di ricatto, rabbia, delusione, stress. Spesso la moglie o il marito dopo averlo saputo pone la fatidica domanda "E adesso cosa diciamo ai bambini?". E’ bene ribadire che questa è una decisione che spetta prima di tutto alla persona omosessuale; purtroppo ci sono casi infelici in cui il coniuge incoraggia la clandestinità o la usa all’interno del conflitto coniugale (ricatta di dirlo ai figli). Dirlo ai figli è certo una scelta impegnativa. Ci possono essere modi diversi per dirlo a seconda dell’età dei bambini. Ad un bambino in età preadolescenziale potrebbe essere spiegato semplicemente che esistono varie forme di amore e di famiglie tra gli esseri umani, che ci sono uomini come papà che amano altri uomini e donne come mamma che amano altre donne. Paradossalmente la situazione potrebbe essere più difficile con i figli adolescenti: a questa età sono già inquieti per la loro sessualità e tendono ad vedere il mondo in bianco e nero. Potrebbe quindi avere risposte chiaramente omofobiche e questo potrebbe creare dei problemi di comunicazione e distanza tra il genitore omosessuale e il figlio.

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MAURIZIO PALOMBA, Psicoterapeuta, Ist. Gay Counseling Roma-Milano, www.aiutogay.it

La questione degli uomini e donne che sposati si scoprono gay o lesbiche è, oggi a mio avviso, particolarmente presente, visibile, serena e chiara da quando con l’impegno costante del "movimento gay" – con i vari gay pride, per esempio, – hanno reso possibile ridimensionare paure e pregiudizi sull’omosessualità. Assisto, infatti, ad un aumento delle consulenze nel mio studio, sia uomini sia donne uniti in matrimonio, disorientati rispetto alla propria sessualità ma anche alla ricerca di un modo nuovo di esserci e vivere la vita.

Spesso oggi, la coppia ne parla già al suo interno e, la consapevolezza della realtà omosessuale di uno dei due diventa a volte motivo di crisi, a volte di crescita per nuovi possibili adattamenti. E’ ancora vero che molti nascondono ancora la propria parte omosessuale vivendola in maniera clandestina, per altri invece è una realtà praticabile, attraverso una condivisione col partner e con la possibilità di modificare/adattare la relazione stessa personalizzandola. Ogni coppia, specie se c’è di mezzo l’omosessualità, DEVE inventarsi la propria relazione; certamente perché non ha modelli di riferimento e, se ci sono, vanno ancora verso la direzione negativa degli stereotipi.

Le persone unite in matrimonio sono quelle che devono attingere maggiormente alla propria creatività ed elaborare costantemente una ri-definizione del rapporto sociale-affettivo-famigliare, proprio perché costrette, dalla loro diversità, a ridefinirsi costantemente. Spesso i "gay sposati" non si riconoscono nella definizione di gay o, se lo fanno, sono meno rigidi all’aderire strettamente a tale concetto. Ognuno, infatti, si colloca sia a livello intrapsichico sia dentro la propria relazione il più consapevolmente possibile, accettando limiti e risorse, ma orientato a migliorare la qualità della vita, cercando il proprio benessere e quello delle persone che sono importanti per noi.

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Le situazioni che meglio funzionano, quelle adattate, permettono al partner gay di vivere "l’angolo della (sua) omosessualità" nell’unico modo possibile per lui in quel momento e che, renda più facile, serena e funzionale la propria esistenza. Altri invece nel continuo nascondimento e, di conseguenza, nella coartata espressione di sé, combattono con continui sensi in colpa, eccitati sì dall’incontro e sessuale e intimo con un altro uomo – cosa con una donna sarebbe impossibile – ma anche tormentati e confusi circa la propria identità (da considerarsi tendenzialmente/teoricamente bisex). Ma sull’identità, in questa sede, non vorrei entrare troppo in merito.

L’aiuto, quando richiesto, va di solito verso un ascolto ed una valutazione dei limiti e delle energie che questa pulsione sessuale può rappresentare e per l’individuo e per la coppia. Un aiuto che è anche un sistema e un metodo per accettare pienamente quello che si è, senza ipocrisia e falsità. Spesso l’autenticità, pur se costosa in termini emotivi, ripaga e a lungo andare infonde e profonde rispetto di sè e, conseguentemente, per gli altri

Se l’adattamento non è possibile, allora, non rimane che un sano progetto di separazione, che sia il più costruttivo e creativo possibile, specie se ci sono dei figli. La Guerra dei Roses, sappiamo è sicuramente da evitare.

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