India, la suora cattolica che salva le persone Hijra e LGBTQIA+ rifiutate dalla società

La storia di suor Prema Chowallur, la suora cattolica che in India offre protezione e supporto alle persone Hijra/Kinnar e LGBTQIA+.

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In India, una suora cattolica ha fondato una casa di accoglienza dedicata in particolare alle persone Hijra/Kinnar (persone transgender) e, più in generale, alle persone LGBTQIA+ cacciate dalle famiglie, discriminate nei luoghi pubblici e rimaste senza un rifugio sicuro. Si chiama suor Prema Chowallur ed è la fondatrice della Rainbow Home of Seven Sisters, attiva dal 2021 a Guwahati, nel Nord-Est del Paese.

Il progetto nasce come risposta alla marginalizzazione strutturale che colpisce soprattutto le comunità Hijra e Kinnar, storicamente riconosciute nella cultura indiana ma oggi spesso escluse dalle famiglie, dal lavoro e dai servizi essenziali. La struttura si inserisce così in un contesto segnato da forti disuguaglianze e da una persistente stigmatizzazione delle minoranze di genere e sessuali.

Fonte foto: Progetto Gionata
Fonte foto: Progetto Gionata

Suor Prema Chowallur e l’origine del progetto

Suor Prema Chowallur è una religiosa delle Sisters of the Cross, impegnata da anni in attività sociali nel Nord-Est dell’India. L’idea di creare Rainbow Home prende forma dopo un episodio di discriminazione a cui la suora ha assistito direttamente.

“In un giorno particolarmente doloroso, a Guwahati, ho assistito alla discriminazione e all’ostracismo sociale subiti da una persona hijra su un autobus pubblico. Questa esperienza mi ha profondamente scossa”, racconta Prema, come riporta Progetto Gionata.

L’episodio, avvenuto sotto gli occhi di tutti, per la religiosa diventa un punto di svolta. “È stato un richiamo forte alla mia scelta di vita religiosa”, aggiunge, “e ha acceso notti insonni di riflessione sull’importanza vitale di questo nuovo ministero che stavo per iniziare”.

Cos’è la Rainbow Home of Seven Sisters

La Rainbow Home of Seven Sisters è una casa di accoglienza definita dalla sua fondatrice come “neutrale rispetto al genere”. La struttura nasce per rispondere a una realtà diffusa: il rifiuto familiare delle persone Hijra/Kinnar e di altre minoranze di genere e sessuali.

“Molti genitori rifiutano l’identità di genere e l’orientamento sessuale dei propri figli”, spiega suor Prema. “Vengono ostracizzati dalle famiglie e dalla società”.

Secondo la religiosa, il rifiuto familiare è spesso solo il primo passaggio di un’esclusione più ampia. “Sono molestati nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali e in quasi tutti gli spazi pubblici”. Le conseguenze sono spesso gravi: “Lo stigma, la discriminazione e il rifiuto li rendono senza casa, senza rifugio”

L’attenzione specifica alle persone Hijra

Hijra

Le persone Hijra/Kinnar rappresentano una delle comunità più vulnerabili seguite da Rainbow Home. Si tratta di identità storicamente presenti nel subcontinente indiano e in gran parte dell’Asia meridionale, che non trovano una corrispondenza diretta nelle categorie occidentali di genere e che oggi vengono ricondotte, in senso ampio, alle persone transgender. Nonostante una lunga storia culturale e simbolica, queste persone subiscono ancora forti discriminazioni, soprattutto all’interno delle famiglie e nei contesti lavorativi.

La condizione delle persone Hijra è caratterizzata da una profonda ambivalenza: accanto allo stigma e all’esclusione sociale, esiste un riconoscimento tradizionale che affonda le radici in pratiche religiose e rituali antiche. In diversi contesti dell’Asia meridionale, le persone Hijra sono state storicamente considerate portatrici di una dimensione sacra e le loro benedizioni vengono richieste in occasione di nascite o cerimonie. Allo stesso tempo, questa dimensione simbolica convive con forme di segregazione e marginalizzazione quotidiana.

Una dinamica simile è visibile anche in Bangladesh, dove la comunità Hijra è ufficialmente riconosciuta come “terzo genere” dal 2013, con il diritto a documenti coerenti con la propria identità, al voto, all’istruzione e all’accesso alla sanità. Nonostante il riconoscimento formale, le discriminazioni e gli abusi restano diffusi e molte persone continuano a essere respinte dalle famiglie e escluse dai percorsi scolastici e lavorativi.

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In questo contesto, le persone Hijra/Kinnar vivono spesso all’interno di comunità strutturate, con regole e gerarchie interne, guidate da figure di riferimento tradizionalmente chiamate “guru”. Questi gruppi accolgono soprattutto giovani respinti o fuggiti dalle famiglie di origine. In assenza di reali alternative, molte persone sono costrette a sopravvivere attraverso lavoro informale, accattonaggio o prostituzione, esponendosi a violenze, ricatti e abusi, anche da parte delle istituzioni.

È proprio per rispondere a questa esclusione strutturale che nasce la Rainbow Home fondata da suor Prema. “Questa casa è aperta a tutte le minoranze di genere e sessuali” afferma la religiosa. “Sono loro ad avere bisogno della nostra cura, della nostra attenzione, dell’accoglienza e di uno spazio”.

L’obiettivo non è soltanto offrire un tetto, ma garantire condizioni minime di sicurezza, stabilità e dignità, in un ambiente in cui le persone Hijra e Kinnar non siano costrette a nascondersi o a negoziare continuamente la propria esistenza. Rainbow Home si propone così come uno spazio di protezione concreta, ma anche come un punto di partenza per costruire percorsi di autonomia personale e inclusione sociale.

Accoglienza e servizi offerti

Oltre all’ospitalità, Rainbow Home offre una serie di servizi strutturati. “Offre supporto psicologico”, racconta la fondatrice. “Uno psicologo a tempo pieno accompagna le persone della comunità e donne adulte salvate dalla tratta, aiutandole ad affrontare traumi, depressione e disforia”.

Accanto al supporto psicologico, la struttura garantisce cure mediche, percorsi educativi e orientamento al lavoro. Quando possibile, viene avviato anche un lavoro di mediazione con le famiglie, se le condizioni di sicurezza lo consentono.

All’interno della struttura opera anche uno spazio chiamato Rainbow Care. Si tratta di un gruppo di supporto dedicato alla salute mentale e al benessere emotivo delle persone accolte.

“È un luogo dove fermarsi in silenzio e condividere ciò che si porta nel cuore”, spiega la suora. Un ambiente che, secondo la fondatrice, permette di affrontare vissuti di isolamento, vergogna e rifiuto senza ulteriori stigmatizzazioni.

L’attenzione alla salute mentale è centrale nel progetto, anche in considerazione delle condizioni di partenza di molte persone accolte, che arrivano dopo esperienze prolungate di violenza psicologica e sociale.

Un elemento rilevante del progetto è la composizione dello staff. Circa il 60% delle persone che lavorano all’interno di Rainbow Home appartiene alla stessa comunità LGBTQIA+ accolta dalla struttura.

Si tratta di una scelta precisa, che punta a superare un approccio puramente assistenziale e a favorire percorsi di autonomia e responsabilizzazione. La casa non è pensata come un servizio esterno, ma come uno spazio costruito insieme alle persone che la abitano.

Il contesto in India

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Kolkata, West Bengal, India – 25 giugno 2023: I partecipanti sventolano una bandiera arcobaleno durante la parata del pride a Kolkata | Credit: Dipayan Bose/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

Il progetto di suor Prema si inserisce in un contesto nazionale complesso. Nonostante la depenalizzazione dell’omosessualità nel 2018, le persone LGBTQIA+ in India continuano a subire discriminazioni diffuse, soprattutto fuori dai grandi centri urbani.

Suor Prema partecipa inoltre al lavoro del Talitha Kum India Network, una rete di suore provenienti da diverse regioni del Paese impegnate nella lotta alla tratta di esseri umani e nell’accoglienza delle persone LGBTQIA+. Il lavoro in rete consente di condividere risorse, informazioni e buone pratiche in contesti spesso privi di tutele istituzionali.

Pur sviluppandosi in un contesto geografico e culturale distante dall’Europa, l’esperienza avviata da suor Prema si inserisce in un dibattito più ampio sul ruolo delle istituzioni religiose nei processi di inclusione e tutela dei diritti delle persone LGBTQIA+.

© Riproduzione riservata.

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