In Indonesia orientale, è attualmente in corso un processo militare che ha riportato alla luce la violenza sistemica e l’omofobia diffusa all’interno delle forze armate del Paese. Sul banco degli imputati ci sono quattro soldati accusati di aver torturato due commilitoni, sospettati – senza alcuna prova – di essere coinvolti in una relazione omosessuale. Una delle vittime, il ventenne Lucky Chepril Saputral Namo, è morto dopo giorni di agonia in ospedale; l’altro, Richard Bulan, è sopravvissuto e ha raccontato in aula i dettagli di un incubo fatto di pestaggi, umiliazioni e violenze fisiche inflitte “in nome della disciplina e della moralità”.
In questo articolo
- 1 Indonesia, processo sulla morte di un soldato
- 2 Le torture: calci, bruciature e umiliazioni
- 3 Il processo ai militari: 20 indagati, 4 imputati principali
- 4 Le parole dei genitori: “Nessuna prova, solo barbarie”
- 5 L’esercito promette misure severe, ma resta il sospetto di impunità
- 6 Essere LGBTQ+ in Indonesia: tra criminalizzazione e persecuzioni
Indonesia, processo sulla morte di un soldato
Il processo sulla morte di Lucky Chepril Saputral Namo, soldato semplice dell’esercito indonesiano, è seguito con grande attenzione dai media locali per la sua brutalità e per le motivazioni che lo hanno provocato.
Lucky, giovane militare del neonato Battaglione di fanteria territoriale 834/Wakange Mere, è morto il 6 agosto scorso dopo giorni di agonia in ospedale. Era stato picchiato, umiliato e torturato dai propri commilitoni perché sospettato di essere coinvolto in una “relazione LGBT”.
La vicenda, raccontata dai media, è stata ricostruita durante il processo che si è aperto a fine ottobre presso il tribunale militare di Kupang, nella provincia di East Nusa Tenggara, nell’Indonesia orientale. A testimoniare, con la voce rotta dal pianto, è stato il soldato semplice Richard Bulan, sopravvissuto alle stesse torture inflitte al suo amico Lucky.
“Ci hanno costretti a spogliarci e a mostrare i genitali. Lucky è stato obbligato a piegarsi e io dovevo fare la parte del maschio”, ha dichiarato Richard davanti ai giudici, secondo quanto riportato da kompas.com e The Jakarta Post.
Le torture: calci, bruciature e umiliazioni
Secondo la testimonianza di Bulan, la notte del 27 luglio scorso segna l’inizio dell’incubo. Intorno all’una e mezza del mattino, uno degli imputati, il soldato Emiliano de Araujo, colpisce Lucky con un calcio alla testa mentre entrambi siedono su dei materassi. Poi colpisce Richard all’addome e lo schiaffeggia.
Un altro militare, Petrus Nong Brian Semi, li costringe ad alzarsi e colpisce più volte Lucky al petto, facendolo cadere a terra.
Le violenze non si fermano qui. Gli imputati costringono i due a spogliarsi, li deridono e li accusano di essere in una relazione omosessuale. “Ci hanno fatto fingere di telefonare ai nostri genitori usando delle bucce d’anguria come se fossero telefoni”, ha raccontato Richard. “Dovevamo dire che stavamo bene, mentre ci picchiavano”.
Il soldato Aprianto Rede Radja è accusato di aver spento sigarette accese sul corpo delle vittime, compreso il collo e la nuca di Lucky. Dopo ore di percosse, i due soldati sono lasciati stremati. Lucky morirà pochi giorni dopo, il 6 agosto, a causa delle gravi ferite riportate.
Il processo ai militari: 20 indagati, 4 imputati principali
Il processo, iniziato a fine ottobre, si è concentrato su quattro imputati principali ma coinvolge in totale 20 militari, tra cui un ufficiale. La procura militare ha suddiviso il caso in tre fascicoli: uno dedicato al comandante della compagnia, il tenente Ahmad Faisal, accusato di non aver impedito le torture; un secondo per i 17 commilitoni di grado superiore di Lucky e un terzo per i quattro autori materiali delle violenze.
Il procuratore militare Yusdiharto ha precisato che i soldati hanno “costretto le vittime a confessare di essere in una relazione LGBT”, usando la violenza come strumento di umiliazione e controllo. “Dovevo mentire e ammettere tutto perché continuavano a colpirmi”, ha dichiarato Richard in aula, ricordando di essere stato frustato “cinque o sei volte”.
Le accuse nei confronti di Lucky, secondo il procuratore, si basavano su semplici supposizioni. “Era solo un’idea degli imputati, che conoscevano Lucky da appena un mese e mezzo”, ha detto Yusdiharto, aggiungendo che il battaglione “non era neppure operativo da due mesi” quando avvennero i fatti.
Le parole dei genitori: “Nessuna prova, solo barbarie”
Durante l’udienza, ai genitori di Lucky è stato concesso di parlare. Il padre, il sergente maggiore Kristian Namo, ha messo in dubbio le accuse rivolte al figlio: “Dalle testimonianze emerge che mio figlio è stato torturato perché accusato di avere relazioni LGBT. Ma dov’è la prova?”, ha chiesto in aula.
Il procuratore ha ammesso che non esistono prove concrete. Nonostante ciò, Lucky è stato picchiato fino alla morte per un’accusa infondata, segno di una mentalità ancora fortemente stigmatizzante all’interno delle forze armate.
La madre, Sepriana Paulina Mirpey, ha chiesto pene esemplari: “Vostro onore, vi prego di applicare gli articoli più severi contro chi ha ucciso mio figlio in modo barbaro e disumano”.
Gli imputati rischiano fino a nove anni di carcere in base al Codice Penale Militare e al Codice Penale indonesiano.
L’esercito promette misure severe, ma resta il sospetto di impunità
Il comandante del Comando Militare di Udayana, maggiore generale Piek Budyakto, ha dichiarato l’11 agosto che l’esercito “ha preso provvedimenti severi contro i responsabili” e che “venti militari, incluso un ufficiale, sono stati arrestati”. Tuttavia, osservatori locali e organizzazioni per i diritti umani restano scettici: la giustizia militare indonesiana è spesso accusata di proteggere i propri uomini, anche in casi di violazioni gravi dei diritti umani.
Il caso Lucky riapre un tema cruciale: la cultura della violenza e dell’omofobia sistemica nelle istituzioni indonesiane, un problema che non riguarda solo l’esercito, ma la società nel suo complesso.
Il processo in corso rappresenta così un banco di prova importante per l’Indonesia e per la sua capacità di riconoscere e condannare la violenza motivata dall’odio. Sullo sfondo, resta la condizione drammatica delle persone LGBTQ+ nel Paese, ancora oggi stigmatizzate, perseguitate e prive di tutele legali.
Essere LGBTQ+ in Indonesia: tra criminalizzazione e persecuzioni
L’Indonesia, pur non avendo una legge nazionale che vieti esplicitamente le relazioni omosessuali tra adulti consenzienti, resta uno dei paesi asiatici più ostili verso le persone LGBTQ+.
Negli ultimi anni, le autorità hanno intensificato la repressione morale, soprattutto a livello locale. La provincia di Aceh, che applica la legge islamica (sharia), prevede pene corporali fino a 100 frustate per rapporti tra persone dello stesso sesso. In altre regioni, la polizia effettua regolarmente retate nei locali gay, negli hotel e negli appartamenti privati, accusando le persone LGBTQ+ di “atti immorali”.
Nel 2023 il parlamento indonesiano ha approvato un nuovo Codice Penale che vieta le relazioni sessuali al di fuori del matrimonio. Una norma che colpisce indirettamente anche le coppie omosessuali, poiché il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è riconosciuto.
Molti attivisti denunciano inoltre l’uso dell’etichetta “LGBT” come strumento di criminalizzazione: essere accusati di appartenere alla comunità può bastare per perdere il lavoro, subire violenze o essere arrestati senza motivo.



