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Il romanzo come corpo queer: intervista a Giorgia Tolfo, autrice di “Wild Swimming”

Con "Wild Swimming", Giorgia Tolfo, che abbiamo intervistata, racconta una crisi totale – personale e generazionale – e celebra l’arte di stare a galla, nonostante a tutto.

Il romanzo come corpo queer: intervista a Giorgia Tolfo, autrice di "Wild Swimming" - Matteo B Bianchi57 - Gay.it
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Wild swimming, l’arte queer di stare a galla

L’espressione wild swimming indica il nuoto in acque aperte, incontaminate, e non ha un traduzione precisa in italiano. Dire nuoto selvaggio ci porta con la testa da un’altra parte, a un moto acquatico smanioso, esagitato, addirittura incontrollato, quasi febbrile. L’aggettivo wild indica anche qualcosa di feroce, di imbestialito e impreciso.

Wild swimming è il titolo, tra le altre cose, di un testo eccellente scritto da Giorgia Tolfo, pubblicato qualche settimana fa dalla casa editrice Bompiani. Un romanzo-antiromanzo che fa dell’opacità del titolo una cifra identitaria. La protagonista, dietro alla quale in negativo possiamo scorgere – almeno parzialmente – Tolfo stessa, si immerge completamente nella sua vita, nella crisi che sta attraversando, come se questa fosse appunto un’acqua incontimanta e, al tempo stesso, in quella pozza, si muove con frenesia. Ha perso ogni appiglio eppure continua ad andare, a sbracciarsi selvaggiamente per provare a stare a galla, a uscire dallo stallo.

L’io che abita il libro è una donna queer tra i trenta e i quaranta. Nata in Veneto, a Marostica, poi trasferitasi dopo l’università a Londra, dove ora vive sospesa tra due lingue, due stati e tre (forse più) città. È un io frantumato, attraversato da una crisi totale, che è linguistico-traduttiva, psicogeografica e spazio-temporale. È un turbamento, il suo, personale, intimo e sentimentale, che incontra uno smarrimento generale e collettivo, generazionale.

Wild swimming è un libro complesso, policentrico e sinaptico, antigerarchico e tortuoso: si sviluppa per associazioni costellative, come un’alberatura, come una mappa astratta, che rinuncia a ogni illusione di linearità, di finitezza e di chiusura. Un testo imprendibile, che si erge sulle spalle di gigantesse come Deborah Levy, Annie Ernaux e Virginia Woolf.

Wild Swimming

Abbiamo intervistato Giorgia Tolfo.

Dicono sia impossibile descrivere il tuo libro, imprendibile com’è. Che testo è Wild Swimming?

È un libro molto personale, ci sono larghi episodi che sono aderenti alla mia realtà, al mio vissuto, ma ci sono anche alterazioni, invenzioni. Non voglio essere identificata completamente con la Giorgia del romanzo. Mi interessa mantenere quell’opacità, quello scarto di elaborazione. Un libro è uno spazio di creazione tra chi scrive e chi legge. Scrittori e scrittrici possono decidere quanto e come portare sé stessi nel proprio testo. Allo stesso modo, i lettori e le lettrici devono poter avere lo spazio per immaginare, per completare il testo con le loro proiezioni.

Si è detto anche che Wild Swimming è un romanzo queer

Non voglio essere una scrittrice queer. Io sono queer e scrivo: è diverso. Il libro racconta di personagge queer, ma l’etichetta in sé non mi piace, perché rende le soggettività non eterosessuali una specie protetta. Siamo passati dall’assenza di visibilità all’eccezionalismo.

È un tema commerciale, anche.

Certo, raccontare la diversity serve anche a posizionarsi in un certo modo. Io sono un po’ resistente a questa dinamica.

Né romanzo né saggio, ma testo esploso che va oltre il binomio fiction/memoir, Wild Swimming è queer più nella forma che nei contenuti; supera i generi letterari.

Racconto il disorientamento, l’evoluzione, la mutazione, l’io multiplo e i suoi movimenti. Per questo, non può esserci una struttura lineare, da romanzo tradizionale. La narrazione deve essere esplosa, libera, deve superare le categorie. Se la realtà è frammentata, contaminata, dinamica, anche il romanzo, anche la letteratura, deve esserlo.

Si può raccontare la verità, allora?

Non esiste una sola verità, mai. Quello che ti racconto oggi non è quello che ti ho raccontato ieri, anche se gli eventi in questione sono sempre gli stessi. A me interessa raccontare una verità emotiva, che costruiamo, che ci raccontiamo, attraverso la narrazione stessa. Niente in letteratura è completamente reale, anche il memoir è un racconto. 

Lo scrittore sudafricano J.M. Coetzee ha detto che tutta la scrittura è autobiografica e che tutta l’autobiografia è finzione.

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Cioè?

Scriviamo descrizioni di noi che sono delle biografie minime autocurate. Diciamo solo quello che vogliamo, selezioniamo cosa dire. Dobbiamo superare un po’ il binomio fiction/non-fiction, come dicevi. La letteratura sta in uno spettro – come le identità – che si evolve tra due poli utili a dare delle coordinate di partenza. Le parole provano a definire una complessità.

Ci riescono?

Le parole sono boe. Sappiamo sempre dove sono, poi ci nuotiamo attorno, ci avviciniamo e ci allontaniamo. Ci servono a orientarci, anche se non possono essere mai adatte, mai precise. Ci sono sempre nuovi termini per definire le identità non conformi al binarismo o le relazioni non-monogame, perché mai nessun termine è davvero esatto, eppure senza quelle parole non riusciremmo ad ancorarci né a comprendere.

In Italia la questione linguistica, in ambito queer, è bistrattatissima.

Nel Regno Unito, dove vivo, è presa più seriamente. Giusto per fare un esempio: io lavoro per un archivio nazionale e in calce alle mail noi abbiamo i nostri pronomi. L’italiano, credo, ha anche un problema in più: molte parole, quelle importate, non sono inserite organicamente nel contesto linguistico e quindi amplificano la sensazione di estraneità. L’inglese è una lingua meno genderizzata, meno resistente. 

Nel romanzo descrivi il tuo coming out come un’esperienza narrativamente deludente. Ce lo racconti?

È stato narrativamente deludente, perché è stato semplice, sono stata molto fortunata. È avvenuto tardi, intanto. Da bambina, da ragazzina, ero molto solitaria. Leggevo, mi arrampicavo sugli alberi, non mi facevo troppe domande, vivevo in paese (Marostica, ndr).

Quando è cambiato tutto?

Negli anni dell’università ho avuto i primi contatti con altre persone queer, ho scoperto una letteratura diversa, è arrivato The L World (prima serie tv lesbo ndr). In me, intanto, piano piano, si faceva strada il desiderio di riconoscere qualcosa che non mi era totalmente sconosciuto. Nel frattempo, si era anche chiusa la relazione che avevo con un ragazzo e mi ero ripromessa di rimanere aperta ad altre possibilità. Di lì a poco ho conosciuto quella che per molti anni è stata la mia compagna.

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E poi è arrivato il confronto – narrativamente deludente, appunto – con i tuoi genitori.

L’ho raccontato prima a mia madre, durante una cena. Non è stata stupita, anzi, mi ha detto di saperlo già. Fine. Così è andata anche con mio padre, circa un anno più tardi. Mi ha risposto che tutto ciò che contava per lui era la mia felicità. Ecco perché dico che è stato narrativamente deludente: avevo letto storie tragiche in cui il coming out era sempre fondamentale, solenne. Avevo letto Jeanette Winterson, per esempio, ma anche La giungla dei fruttirubini di Rita Mae Brown. Tutte storie di dolore e di fuga. Io sono stata fortunata, è stato tutto semplice. 

Il romanzo come corpo queer: intervista a Giorgia Tolfo, autrice di "Wild Swimming" - Matteo B Bianchi56 - Gay.it
Giorgia Tolfo, autrice di «Wild Swimming», Bompiani.

Perché hai deciso di raccontarlo?

Perché il coming out è un momento fondamentale, sì, ma può essere anche un momento normale. Non siamo esseri speciali perché siamo queer.

Veniamo al tema più ingombrante di Wild Swimming: la crisi.

Questo libro nasce da un momento di crisi personale: vivevo a Londra, mi stava per scadere un contratto di ricerca, ero single da poco, sono tornata a vivere in condivisione. Ero prigioniera di un sistema economico e affranta per una relazione finita male. Non sapevo dove andare, avevo bisogno di un appiglio, che non avevo. Per questo, mi sono messa a scrivere, senza sapere dove sarei andata a finire, e mi sono iscritta alle dating app. Ho creato movimento, fatto caos nel caos. Cercavo di stare a galla.

La crisi è una spinta creativa?

Sì, la crisi ci connette alle nostre sensazioni in modo incredibile e ci spinge a volerle raccontare, a buttarle fuori. Non per liberarcene, ma per entrarci in contatto. In quel periodo, io notavo tutto, ero iper-sensibile, più attivata, in un certo senso. La crisi è generativa, sempre, però andrebbe risemantizzata, così come anche il fallimento. Riempiamo queste parole di significati solo negativi, ma non è così. Hai presente il libro L’arte queer del fallimento?

Certo, Jack Halberstam.

Ecco, in quel libro Halberstam scrive che il fallimento, in una società iperproduttiva, è uno spazio di rivolta, in cui esistere contro la velocità, è una possibilità di ribellione. Per me la crisi è stato questo, mi ha permesso di cambiare, di evolvermi.

Come se ne esce da una crisi totale?

Non se ne esce, una crisi non si risolve. Non si arriva a una soluzione definitiva, si arriva a una negoziazione. Si genera movimento che permette di cambiare direzione, di non stare fermi. Quello a cui sono arrivata dopo la crisi non è un punto d’arrivo, ma un punto di passaggio. Questo libro è un punto di passaggio.

Nel romanzo scrivi: «Lavorare con e nella cultura, essere single e queer, rimangono parametri inconciliabili con il sistema di ridistribuzione economica in cui viviamo». Esiste una specificità queer della crisi, della precarietà?

Sì, è un tema legato a quello dell’abitabilità, che si fonda su dei criteri economici e che privilegia le coppie e le famiglie con figli. Lo spazio domestico replica una struttura sociale. Nelle grandi città ci sono pochi monolocali e tutti molto, troppo, costosi per le persone monoreddito. L’accesso ai mutui, da single, è pressoché impossibile. Per questo, chi non vuole vivere in coppia o chi ha tipologie di relazioni  non nucleari – più frequentemente le persone queer – ha difficoltà a trovare una casa, a mantenersi.

Cos’è una casa per te?

Uno spazio mio, qualcosa che mi radica. Da spatriata ho radici fragili, che vanno rinforzate. La casa è un luogo in cui mi sento protetta, in cui posso ricostituirmi, un luogo con le porte sempre aperte. Quello dell’abitabilità è un tema fondamentale, una sfida. La situazione peggiora se lavori nella cultura, tra l’altro, come dicevamo.

Perché?

Perché gli stipendi sono bassi e il sistema economico in cui abitiamo sfrutta e deride i lavoratori della cultura, promettendo di ripagare tutti i loro sforzi in visibilità, continuando così a perpetrare un atteggiamento estrattivista. Non ci rendiamo conto che la cultura è linfa della società, è ciò che ci tiene in vita. Se investissimo di più nella cultura, avremmo più spirito critico, una maggiore capacità di analisi e probabilmente governi diversi.

Nel libro parli di web of love – rete d’amore, in italiano – per discutere dell’importanza di nuclei relazionali smarginanti rispetto a quelli familiari. Anti-famiglie, famiglie queer, nuclei aperti: come possiamo trasformare questo discorso in una pratica?

È una domanda che mi pongo continuamente. Non lo so, forse coltivando relazioni che vadano in quella direzione e facendosi trovare aperti a questo tipo di legami. La cura è la chiave, credo. Bisogna avere cura delle persone che amiamo. E poi dobbiamo dare il giusto nome alle cose.

Cioè?

La parola famiglia è una parola ingombrante, che pesa. È associata a un concetto biologico, matrimoniale, anche religioso. Per questo, non mi piace l’espressione famiglia queer. Certi concetti andrebbero liberati dal fardello delle parole. Dobbiamo inventare espressioni nuove. Questo a livello micro, mentre a livello macro la questione finisce per intrecciarsi ad altre istanze, come l’abitabilità, appunto, i diritti. Viviamo ancora in un sistema in cui la famiglia è il modello gestionale più semplice. Se rinunci alla famiglia, allora, sei fuori da tutto.

 

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