La Corte europea dei diritti dell’uomo ha ordinato alla Russia di riconoscere le unioni tra persone dello stesso sesso. La sentenza è figlia di una battaglia legale durata 3 anni da parte di tre coppie LGBTQI+ dopo che la Russia aveva negato loro la possibilità di sposarsi. Nell’estate del 2021 la Terza Camera aveva già stabilito all’unanimità che il rifiuto della Russia di fornire qualsiasi riconoscimento legale alle coppie dello stesso sesso violasse i diritti umani ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il 12 ottobre del 2021 il governo russo aveva chiesto la pronuncia della Grande Camera della Corte. Che è ora finalmente arrivata.
La corte ha stabilito ieri, mercoledì 18 gennaio, che la Russia ha l’obbligo di mettere a disposizione delle coppie dello stesso sesso tutele legali equivalenti al matrimonio ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
In assenza di uguaglianza matrimoniale, la corte ha ritenuto che gli Stati membri del Consiglio d’Europa abbiano l’obbligo di mettere in atto un “quadro giuridico specifico” per il riconoscimento e la protezione delle coppie dello stesso sesso.
La Russia ha cessato di essere parte della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nel settembre del 2022, a seguito della sua espulsione dal Consiglio d’Europa in risposta all’invasione dell’Ucraina. Ma tribunale mantiene la giurisdizione sulle denunce presentate prima di tale data.
La Russia ha sostenuto che estendere il matrimonio alle coppie dello stesso sesso sarebbe “contrario alla Costituzione russa e all’ordine pubblico“, rimarcando come l’introduzione di qualsiasi altra forma di unione legale sarebbe “irragionevole dal punto di vista legale“.
Il governo russo ha precisato alla Corte che “la famiglia nella sua forma tradizionale è un valore fondamentale della società russa” in quanto “intrinsecamente legata all’obiettivo di preservare e sviluppare la razza umana“. La Corte ha stabilito che questi argomenti non sono sufficienti per negare alle coppie LGBTQI+ i loro diritti.
Pierre Karleskind, vicepresidente dell’Intergruppo LGBTI, ha affermato che “giustizia è fatta in tutta l’area del Consiglio d’Europa”. “Questa sentenza del tribunale cristallizza ciò che la comunità LGBTIQ rivendica da anni: che le loro relazioni meritano lo stesso diritto al riconoscimento legale (e alla protezione) di qualsiasi altra coppia“, ha affermato Karleskind. “Ora continueremo a sostenere che i restanti Stati membri dell’UE debbano compiere progressi costanti a livello nazionale per rispettare e attuare l’interpretazione della corte“.
Attualmente, sei Stati membri dell’UE – Bulgaria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia – non forniscono alcun quadro giuridico per il riconoscimento delle relazioni omosessuali. Maria Walsh, che è anche vicepresidente dell’Intergruppo LGBTI, ha definito la sentenza un “giorno glorioso per la nostra comunità”. “È giunto il momento che le famiglie arcobaleno ottengano la protezione e il riconoscimento che meritano, continueremo a fare pressioni per garantire che questa sentenza si traduca un giorno in un riconoscimento obbligatorio delle relazioni nei casi transfrontalieri“.
Ma è evidente che la Russia non darà alcun ascolto alla sentenza della Corte, come più volte fatto fino ad oggi sul fronte LGBTQI+. Nel 2017, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva definito la legge russa sulla “propaganda LGBTQ+” come discriminatoria, oltre a violare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Russia di Vladimir Putin non solo ha ignorato la sentenza e ha mantenuto la legge in vigore, ma l’ha estesa a fine 2022, facendo cadere la mannaia della censura sull’intero Paese.
