Le lesbiche nella Germania nazista: i club segreti di Berlino e la storia dimenticata del Terzo Reich

Durante il nazismo le lesbiche non furono perseguitate come gli uomini gay, ma vissero tra clandestinità, controlli e reti segrete nella Berlino del Terzo Reich.

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La storia poco conosciuta delle lesbiche nella Berlino nazista
La storia poco conosciuta delle lesbiche nella Berlino nazista
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La storia della persecuzione delle persone LGBTQIA+ durante il nazismo è spesso raccontata attraverso la tragedia degli uomini gay deportati nei campi di concentramento e marchiati con il triangolo rosa. Molto meno conosciuta è invece la storia delle donne lesbiche che vissero nella Germania hitleriana.

La loro esperienza fu diversa, ma non per questo priva di rischi. In assenza di una legge specifica contro il lesbismo, molte donne riuscirono a mantenere relazioni sociali e affettive, spesso attraverso reti informali e incontri privati. Tuttavia il regime nazista considerava la sessualità femminile non conforme una deviazione da controllare o correggere.

Nella Berlino degli anni Trenta e Quaranta, alcune donne continuarono a incontrarsi in ambienti privati, mantenendo viva una comunità che aveva radici profonde nella scena queer della Repubblica di Weimar.

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Berlino prima del nazismo: la capitale queer d’Europa

Negli anni Venti Berlino era uno dei centri più dinamici della cultura LGBTQIA+ europea. La città ospitava numerosi bar, club e associazioni dedicate alla comunità queer, oltre a riviste e circoli culturali.

Le donne lesbiche partecipavano attivamente alla vivace scena queer berlinese. Esistevano locali frequentati principalmente da donne e persino organizzazioni dedicate alla socialità lesbica. Tra i più noti c’era il Damenklub Violetta, uno dei più grandi club lesbici della città.

In quegli anni circolavano anche riviste dedicate alla cultura lesbica, come Die Freundin, che pubblicava articoli, racconti e annunci personali. Queste pubblicazioni contribuivano a creare una rete culturale e sociale per le donne che amavano altre donne.

Tra i locali più frequentati dell’epoca c’era anche il Mali und Igel, bar gestito dall’imprenditrice Elsa Conrad. All’interno del locale si trovava il club esclusivo Monbijou des Westens, frequentato dall’élite lesbica intellettuale della capitale. Tra le ospiti celebri del club ci fu anche l’attrice Marlene Dietrich. Il club organizzava grandi balli annuali che potevano riunire fino a seicento donne.

Nel marzo del 1933, con l’avvento del regime nazista, iniziò una campagna per la chiusura dei locali omosessuali. Molti bar e club frequentati da persone LGBTQIA+ vennero chiusi o posti sotto stretto controllo delle autorità.

Perché il nazismo perseguitava soprattutto gli uomini gay

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Una delle ragioni per cui la storia delle lesbiche durante il nazismo è diversa riguarda il Paragrafo 175, la legge tedesca utilizzata per criminalizzare l’omosessualità. Questa norma, rafforzata dal regime nazista nel 1935, colpiva esclusivamente i rapporti tra uomini. Le relazioni tra donne non erano menzionate nella legge.

Per il regime nazista l’omosessualità maschile rappresentava una minaccia alla crescita demografica e alla virilità militare dello Stato. Gli uomini gay venivano considerati incapaci di contribuire alla natalità e quindi pericolosi per la “comunità nazionale”.

Le donne lesbiche, invece, erano spesso interpretate come donne che potevano ancora essere “ricondotte” al ruolo di mogli e madri.

È importante ricordare che l’omosessualità femminile venne invece criminalizzata in Austria dopo l’annessione nazista del 1938, mentre non esisteva una norma analoga nella maggior parte del Reich tedesco. Questa differenza giuridica contribuì alla minore sistematicità della persecuzione contro le lesbiche.

Identità lesbiche nella Berlino degli anni Trenta

Gli studi sulla cultura lesbica della Berlino di Weimar mostrano che esistevano già identità e stili riconoscibili all’interno della comunità.

Molte donne adottavano un’estetica maschile o androgina, con abiti sartoriali, capelli corti e accessori tipicamente maschili. All’interno della scena lesbica erano presenti dinamiche simili a quelle che oggi definiremmo butch e femme.

Queste espressioni di genere potevano rendere alcune donne più visibili e quindi più vulnerabili alla repressione. La polizia nazista osservava con sospetto le donne che non rientravano nei modelli tradizionali di femminilità promossi dal regime.

All’epoca, la sessualità femminile non conforme veniva interpretata come un segnale di devianza sociale o morale.

Lotte Hahm, attivista e figura chiave della scena lesbica berlinese

Lotte Hahm
Lotte Hahm

Una figura centrale della scena lesbica berlinese fu Lotte Hahm, attivista e organizzatrice culturale molto influente nella subcultura queer della Berlino degli anni Venti. Nata a Dresda nel 1890, si trasferì a Berlino nel 1920, dove entrò rapidamente in contatto con la vivace rete di riviste, associazioni e locali frequentati dalla comunità omosessuale della Repubblica di Weimar.

Come ricorda Place2Be, le fotografie che la ritraggono la mostrano spesso con abiti maschili eleganti, capelli corti e uno stile androgino, un’immagine che riflette il ruolo che ebbe nella scena lesbica dell’epoca. Nel 1926 fondò il club femminile Violetta, uno dei principali luoghi di incontro per donne lesbiche della capitale. Il locale divenne rapidamente popolare e fu citato tra i punti di riferimento della comunità dalla rivista Frauenliebe.

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Hahm collaborava con riviste della subcultura queer come Die Freundin e promuoveva la creazione di reti tra donne lesbiche e persone gender non conforming. Tra gli eventi più popolari che organizzava vi erano i cosiddetti “balli travestiti”, frequentati da donne butch, crossdresser e persone che non si riconoscevano nei ruoli di genere tradizionali.

Negli anni Venti Hahm ebbe una relazione con Käthe Fleischmann, barista e imprenditrice della scena queer berlinese. Insieme aprirono locali molto frequentati, tra cui la Monokel-Diele e il Manuela Bar, che divennero punti di riferimento della vita notturna lesbica della città.

Con l’ascesa del nazismo la situazione cambiò radicalmente. I locali queer furono progressivamente chiusi e le due donne tentarono per un periodo di organizzare feste clandestine in appartamenti privati di Berlino. Fleischmann sopravvisse al regime ma fu costretta ai lavori forzati, mentre Hahm riuscì in gran parte a evitare la repressione diretta.

Negli ultimi anni la sua figura è stata riscoperta dagli studi sulla storia LGBTQIA+. Nel 2023 Berlino ha dedicato una targa commemorativa a Lotte Hahm, riconoscendo il ruolo che ebbe nella costruzione della comunità lesbica della città.

 

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Le lesbiche perseguitate dal regime

Ilse Totzke
Ilse Totzke

Nonostante l’assenza di una legge specifica contro il lesbismo, alcune donne furono comunque perseguitate dal regime nazista. Tra i casi documentati ci sono Elsa Conrad e Mary Pünjer, due donne lesbiche arrestate e deportate durante il nazismo.

Molte donne finirono nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück, spesso classificate come “asociali” o “criminali”.

Gli storici sottolineano però che la persecuzione delle lesbiche non fu uniforme. Alcune donne furono colpite perché ebree, nere o oppositrici politiche del regime, e in questi casi la loro identità lesbica poteva aggravare la persecuzione.

Per questo motivo lo storico Samuel Clowes Huneke ha definito la loro condizione con l’espressione “persecuzione eterogenea”, un concetto che descrive la varietà delle esperienze vissute dalle donne accusate di relazioni lesbiche nella Germania nazista.

La storica Laurie Marhoefer ha sottolineato che, pur non esistendo una persecuzione statale sistematica contro le lesbiche, le donne non conformi alle norme di genere correvano comunque un rischio concreto.

Il comportamento, l’abbigliamento o la reputazione potevano suscitare sospetti tra vicini, conoscenti o funzionari statali. Questi sospetti potevano portare a indagini di polizia o a misure repressive.

Un esempio spesso citato dagli studi storici è quello di Ilse Totzke, deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück. Totzke rifiutava di fare il saluto hitleriano, frequentava persone ebree e conduceva uno stile di vita considerato “non conforme”, indossando spesso abiti maschili e mantenendo relazioni affettive con donne. 

Per questi motivi fu ripetutamente denunciata alla Gestapo dai vicini e dalle autorità universitarie. Alcuni testimoni la descrivevano come una “nemica degli uomini” che non riceveva visitatori maschi, un’espressione che all’epoca alludeva spesso all’omosessualità femminile. 

La memoria e le commemorazioni

La memoria delle lesbiche perseguitate durante il nazismo è rimasta a lungo marginale nella ricostruzione storica della persecuzione delle persone LGBTQIA+. Per molti anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sugli uomini gay deportati nei campi di concentramento in base al Paragrafo 175, la legge che criminalizzava l’omosessualità maschile nel Terzo Reich.

Questo squilibrio emerse anche nel dibattito sul Memoriale agli omosessuali perseguitati sotto il nazismo, inaugurato nel 2008 nel Tiergarten di Berlino. Il monumento mostrava inizialmente un video con il bacio tra due uomini, scelta che suscitò discussioni tra attivisti e storici. Alcuni chiedevano di includere anche coppie di donne, mentre altri temevano che una rappresentazione simmetrica potesse semplificare la realtà storica della persecuzione nazista.

Negli anni successivi il video venne aggiornato includendo anche una coppia femminile, riconoscendo così la complessità delle esperienze vissute dalle persone queer durante il regime.

Parallelamente, associazioni lesbiche e gruppi femministi hanno promosso iniziative commemorative per le donne imprigionate nel campo di concentramento di Ravensbrück, il principale lager femminile del sistema nazista. Sebbene non sia esistita una persecuzione sistematica delle lesbiche paragonabile a quella degli uomini gay, molte studiose e studiosi ritengono oggi importante ricordare anche le violenze, le discriminazioni e le forme di repressione subite da alcune di loro nella Germania nazista.

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