Ricordando Marlene Dietrich, la diva queer e antifascista di Hollywood

Negli anni 30 Dietrich era antifascista e sessualmente libera senza chiedere il permesso a nessuno.

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marlene Dietrich in Morocco (1930)
Marlene Dietrich in morocco (1930)
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Il 27 Dicembre del 1901 nasceva a Berlino Marlene Dietrich.

Oscillando tra cinema muto e sonoro, fu uno dei volti più riconoscibili della Hollywood degli anni ’30, e molto di più.

Iniziò la sua carriera come ‘corista’ durante la Repubblica di Weimar, Dietrich esplose sul grande schermo con il film ‘L’angelo azzurro’ di Josef von Sternberg, considerato anche il primo film sonoro del cinema tedesco: esibendosi sulle note di Lola Lola, Dietrich portava sullo schermo una sensualità peccaminosa e controcorrente, in totale controllo del proprio corpo e desiderio.

Una natura che Dietrich celebrava senza remore anche fuori dai riflettori: tra il 1925 e il 1929, era solita frequentare il Pyramid, club berlinese composto da sole donne, in compagnia della cantante apertamente lesbica Claire Waldoff e a Margo Lion.

Marlene Dietrich
Marlene Dietrich in L’angelo Azzurro (Photo by John Springer Collection/CORBIS/Corbis via Getty Images)

Le tre gestivano anche riviste lesbiche e un teatro-cabaret riservato al pubblico femminile: in una delle esibizioni, Dietrich e Lion si esibivano con ‘My best girlfriend‘ anche conosciuta come ‘la canzone della migliore amica’, danzando insieme tra allusioni lesbiche e violette lanciate alle donne tra il pubblico.

Il successo di L’Angelo Azzurro le valse nel 1930 un contratto di 5.000 dollari a settimana con la Paramount Pictures, che la catapultò da Berlino alle colline di Hollywood.

Con l’insorgere della Germania nazista, riceveva innumerevoli avances da Adolf Hitler e generose offerte da Joseph Goebbels, ministro della propaganda nazista, pur di farla tornare in patria.

Ma Dietrich, orgogliosamente antifascista, declinava ogni invito: al contrario, a fine anni ’30 organizzò aiuti economici – insieme ad altri autori austro-tedeschi come Billy Wilder, Ernst Lubistch, e Fritz Lang – per far fuggire gli ebrei dalla Germania, mettendo nel 1937 un cachet di oltre 450.000 dollari a sostegno dei rifugiati.

Anche oltreoceano la diva continuò a distinguersi come un personaggio in totale opposizione ai codici dello star system americano: “Marlene Dietrich, la donna che tutte le donne vogliono vedere” recitava la tagline di Morocco, primo film americano.

Nella pellicola, si esibiva con cappello a calibro e tuxedo, baciando una donna sulle labbra, facendo la storia con una performance che avrebbe ispirato migliaia di altre artiste nei decenni avvenire, da Madonna a Lady Gaga a Kylie Minogue alla scena drag.

In una intervista dell’epoca rispose che “in Europa non conta se sei un uomo o una donna. Noi facciamo l’amore con chiunque troviamo attraente”.

 

marine dietrich Edith Piaf
Marlene Dietrich e Édith Piaf, 1947. (AP Photo/Matty Zimmerman)

Una libertà sessuale che Dietrich non cercò di tenere a bada nemmeno dopo il suo ‘matrimonio aperto’ nel 1923 con il regista Rudolf Sieber, alternando un susseguirsi di love affair con altre donne (confermati anche dalla figlia Maria, nel libro del 1933 Marlene: an intimate memoir).

Dal batticuore con l’attrice Anna May Wong sul set di Shanghai Express nel 1932 a Mercedes de Acosta, nota amante di Greta Garbo, a cui scriveva lettere d’amore firmandosi “il principe bianco“.

Al colpo di fulmine nel 1939. con l’ereditiera Jo Castairs –che viaggiava il mondo in barca a vela e fu l’unica a poterla chiamare “baby” – alle chiacchiere parigine in compagnia di Colette (scrittrice orgogliosamente bisessuale della Belle Époque) Gertrude Stein, e Alice Toklas (amanti per oltre 39 anni).

Nel 1947 perse la testa per Edith Piaf, all’epoca di 14 anni più giovane, accompagnandola ovunque: dai concerti in giro per il mondo al matrimonio con Jacques Fragore (memorabile lo scatto, immortalato dal fotografo Nick De Morgoli, dove Dietrich allaccia le scarpe a Piaf il giorno delle nozze).

Riviste dell’epoca come Confidential Magazine la ritraeva come bisessuale e in relazioni con tante donne apertamente lesbiche e butch, ma come spiega Kate Lemay, curatrice della mostra Marlene Dietrich: Dressed for the Image al National Gallery, se altre star denunciavano la testata per diffamazione, Dietrich non rispondeva mai: “A lei semplicemente non importava“.

Leggi anche: La storia di Billy Haines, attore gay del cinema muto

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