Perché oggi dobbiamo leggere “Homocaust” di Massimo Consoli: il triangolo rosa, quel silenzio e la memoria

Consoli svela l'inganno estetico del nazismo: una promessa di purezza e rinascita spirituale che celava una selezione brutale e condannava gli esclusi a un destino di marginalità e annientamento.

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Homocaust Massimo Consoli
Homocaust di Massimo Consoli fa luce su deportazione e sterminio delle persone omosessuali durante la tragedia nazista: le persone venivano marchiate con il triangolo rosa.
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Massimo Consoli, figura centrale e mai doma del movimento LGBTIAQ+ italiano, si addentra in un terreno scabroso e volutamente sepolto dalla storia. Con “Homocaust“, pubblicato nel 1991, spalanca una porta su un orrore rimasto a lungo taciuto: l’annientamento sistematico degli omosessuali sotto il regime nazista, meglio noto come Omocausto. Il libro non è soltanto cronaca, ma un grido che risuona nel silenzio, un pugno al petto di chiunque cerchi di capire come l’ideologia totalitaria possa stritolare le identità non conformi, fino a polverizzarle. In occasione della Giornata della Memoria, e visti i tempi di sistematica rimozione delle istanze LGBTIAQ+ dalle priorità istituzionali delle democrazie occidentali soprattutto guardando a tutto ciò che sta combinando Donald Trump in USA, questo libro riporta alla memoria il tema indicibile del silenzio che la società patriarcale preferisce distendere sull’esistenza stessa delle persone non conformi allo schema eterosessuale cisgender.

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Un’illusione fatale

La trappola del nazismo, osserva Consoli, fu innanzitutto estetica, ingannevolmente seducente. Una promessa di rinnovamento individuale, di ritorno alla purezza primigenia, spirituale e naturale. Un abbraccio che si dichiarava aperto, ma che fin dall’inizio serbava un veleno letale. Dietro il sogno si celava la selezione brutale: chi restava dentro, chi fuori. E gli esclusi, sempre più numerosi, sempre più precisi nei contorni, scivolavano verso l’abisso. Gli ebrei, il primo bersaglio. Poi, in un crescendo di rigore e accanimento, gli “altri”: chiunque fosse percepito come deviazione, chiunque fosse sfuggito alla geometria rigida e mortale dell’ideologia.

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Il triangolo rosa e il paragrafo 175

C’è una legge, un paragrafo in un codice, che da solo può decidere i destini di migliaia. Il paragrafo 175, afferma Consoli, è la chiave che spalanca la gabbia dell’inferno. Già prima del nazismo, criminalizzava l’omosessualità maschile; ma il regime, con la precisione chirurgica di un boia, ne fece un’arma. Non c’erano esitazioni, non c’erano dubbi: la legge diventava un fiume di accuse, di arresti, di deportazioni. Quegli uomini, colpevoli di vivere un amore sbagliato, venivano marchiati. Il triangolo rosa: piccolo, apparentemente insignificante, ma pesante come una condanna eterna. Non solo deportati, ma annientati due volte. Prima nei campi, poi nella memoria.

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Silenzio e rimozione

La domanda non smette mai di aleggiare nelle pagine: perché il silenzio?

Perché, nel racconto del genocidio, c’è sempre un angolo buio in cui queste storie non trovano spazio?

Consoli scrive con lucidità e furia, decostruendo questa omissione. Non è un caso, non è una svista. È un’assenza costruita, coltivata. È la testimonianza di una società che, decenni dopo il crollo del regime nazista, continuava (e continua ancora oggi con il ritorno dei totalitarismi) a tollerare l’omofobia come un male minore, un sussurro dietro il fragore della tragedia. La memoria degli omosessuali deportati è relegata ai margini, un peso troppo scomodo da portare. Ma il silenzio è colpevole, tanto quanto chi ha inflitto la prima violenza.

Un imperativo etico

Homocaust” è un libro che non permette di voltarsi dall’altra parte. Consoli intreccia le vite, i volti, le voci di chi è stato ridotto al silenzio, e attraverso queste storie ci costringe a guardare. Ci costringe a ricordare. Pagina dopo pagina, si avverte il richiamo che va oltre la comunità LGBTIAQ+, e oltre la storia passata. È un richiamo universale che risuona come un monito davanti al presente della comunità LGBTIAQ+.

 

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Joni Chan 27.1.25 - 8:52

Finalmente! Lo raccomando da 20 anni!