Che Marco Mengoni fosse un’anima bellissima e in continuo movimento lo sapevamo da un pezzo. Ma oggi, nel 2025, il cantautore italiano più premiato e iconico della sua generazione alza il volume, prende il microfono e lo punta non solo sul palco, ma anche sul resto del mondo.
Tra il ritorno live negli stadi e un’Europa che traballa tra rinascita e retromarce pericolose, Mengoni parla chiaro: “Nessuno deve mettere limiti all’amore, alle emozioni, ai diritti umani”.
L’intervista di Chiara Oltolini, pubblicata su Vanity Fair (numero 20 in edicola fino al 13 maggio), è un viaggio nel presente e nel futuro del cantante da quasi 3 miliardi di streaming, 85 dischi di platino e 15 anni di carriera sempre in vetta. Ma è anche una dichiarazione politica, sociale, umana. Sì, perché Marco è pronto a scendere in campo. Ancora una volta.

In questo articolo
- 1 Marco Mengoni e il ritorno sul palco: un tour pop-opera per decostruire
- 2 Marco Mengoni e il suo orgoglio “ipereuropeo”: oltre confini e bandiere
- 3 La legge anti Pride in Ungheria
- 4 “Meloni? Vivo in un Paese che non mi rappresenta!”
- 5 Il desiderio di paternità
- 6 Un artista necessario: pop, queer e fiero
Marco Mengoni e il ritorno sul palco: un tour pop-opera per decostruire
La giornata di Marco Mengoni inizia all’alba. Letteralmente: “Alle 5.20 mi ha svegliato il vento. Ha fatto cadere le mie 12 piante di pomodori sul terrazzo”. Coltivare la terra resta per lui una forma di disconnessione profonda: “Mi disconnetto per ritrovarmi”.
E cosa vuol dire ritrovarsi per un artista abituato a riempire stadi? Per Mengoni, vuol dire lavorare sulle emozioni e su sé stesso, “disinnescare i pensieri ostili”, smettere di analizzarsi troppo e accettare il dolore. Un lavoro personale che si riflette sul palco, con un tour che si preannuncia epico: “Ho scelto di misurarmi con un progetto audace. Farò tuffare il pop nell’opera”.
Una sfida che lo coinvolge in ogni minimo dettaglio: “Mi prendo la responsabilità di ogni scelta, dal numero di luci al materiale dei vestiti dei performer”. Insomma, Mengoni si dimostra, ancora una volta, un vero visionario del suono e dell’immagine. E non ha intenzione di fermarsi.
Marco Mengoni e il suo orgoglio “ipereuropeo”: oltre confini e bandiere
Dopo l’estate, sarà il momento del tour europeo, ma per Marco Mengoni non si tratta solo di musica: “Non credo nei confini. L’Italia è in Europa e io sono un italiano europeo, un ipereuropeo”.
Un’affermazione che prende ancora più significato in un momento storico in cui l’Eurovision Song Contest, la competizione che unisce l’Europa dal 1956, torna a essere specchio di una società in trasformazione.
Mengoni c’era nel 2013, ma è nel 2023 che ha lasciato il segno con un gesto indimenticabile: “Non avrei potuto avere con me un’altra bandiera oltre a quella italiana. Così ho nascosto, proprio nel Tricolore, la bandiera arcobaleno dell’inclusività totale”.
Un atto coraggioso, clandestino, ma potentissimo: “Dietro le quinte le tenevo strette entrambe, con l’angoscia che mi cadessero o mi beccassero”. Per fortuna il suo team lo ha protetto fino all’ultimo passo. “Sono felice e orgoglioso del mio gesto”, dice. Ma ammette che oggi, forse, non basterebbe più.
La legge anti Pride in Ungheria
“All’epoca suonava potente, oggi meno. Sono stati fatti parecchi passi indietro”, dice Mengoni a proposito del suo gesto all’Eurovision 2023. E ha ragione: poche settimane fa Viktor Orbán, primo ministro ungherese, ha approvato una legge che mette al bando il Pride.
E la risposta di Mengoni è netta, senza filtro: “Aggiungerei volentieri Budapest al tour. È assurdo che si arrivi a questo, all’assolutismo di chi sta al potere dopo che un gruppo di persone l’ha votato o votata… questo femminile non è casuale”.
“Meloni? Vivo in un Paese che non mi rappresenta!”
Poi, il suo chiarissimo punto di vista su Giorgia Meloni e l’attuale situazione politica in Italia: “Vivo in un Paese che non mi rappresenta, che ha fatto diventare la pratica della maternità surrogata un reato universale. Ci rendiamo conto? Ci sono figli nati prima di questa assurdità che cresceranno e scopriranno che i loro genitori sono punibili penalmente. Per fortuna ho vicino persone con la mia stessa visione. E sono convinto che quelli che non ce l’hanno siano pochi, ma abbiano più potere”.
E ancora: “Bisogna votare con più precisione e non preferire il candidato meno peggio. Intanto come artista io non smetto di prendere posizione, di piantare un seme di riflessione: da sempre il palco per me è un momento per condividere un messaggio, non pretendo di convincere nessuno ma mi piace che il pubblico esca dai miei concerti con spunti e domande”.
Il desiderio di paternità
Spazio, anche, per qualche confessione privata: “Se ho mai pensato alla paternità? Sì, un figlio è importante”.
E sull’amore: “Io amo amare, mi piace svegliarmi e andare a letto con il pensiero fisso di un amore. Ho questa foga di accudire l’altro e in passato ho anche strafatto. Ora però non c’è nessuno”.
Un artista necessario: pop, queer e fiero
Marco Mengoni non è mai stato “solo” un cantante. È un performer queer, un simbolo di libertà, un ambasciatore inconsapevole di una nuova Europa che non ha paura di essere diversa, fluida, complessa.
Con lui, il pop non è evasione, ma dolce resistenza. Ed è questo il messaggio che serve oggi, in un mondo dove l’odio cerca sempre nuovi spazi. Ma per fortuna, Mengoni è ancora qui. Con la sua voce. Con i suoi pomodori. Con la sua bandiera nascosta, ma mai dimenticata.
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