La mascolinità contemporanea, la manosfera, gli incel, il looksmaxxing e le culture online maschili sono entrati anche nei musei. Ma il risultato non convince tuttə. A porre l’accento su alcuni aspetti critici è un lungo articolo pubblicato da ArtNews e firmato dalla studiosa Eugenie Brinkema, che mette a confronto due mostre attualmente in corso nei Paesi Bassi: “Beyond the Manosphere: Masculinities Today” allo Stedelijk Museum di Amsterdam e “Am I Masculine? Fashion, Art, and Photography” al Noordbrabants Museum di ‘s-Hertogenbosch.
Le due esposizioni partono da un terreno simile, ovvero la crisi e la trasformazione della mascolinità contemporanea, ma arrivano a risultati molto diversi. Da una parte c’è una mostra che prova a intercettare il linguaggio e l’estetica della cultura online maschile; dall’altra un percorso più ampio e fluido sulla performatività della mascolinità, tra moda, corpi, desiderio e cultura queer.
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“Beyond the Manosphere”: la critica allo Stedelijk Museum
La mostra dello Stedelijk Museum prende le mosse dalla cosiddetta manosfera, quell’universo online composto da comunità incel, pickup artist, looksmaxxer, forum misogini e influencer che costruiscono modelli aggressivi di virilità.
Secondo quanto ricostruito da ArtNews, però, il nodo centrale della critica riguarda proprio il rapporto tra il titolo della mostra e il suo contenuto reale. L’impressione è che la ‘manosfera’ venga evocata più come richiamo immediatamente riconoscibile che come tema realmente approfondito.
Nel testo si sottolinea infatti l’assenza di opere che dialoghino davvero con l’immaginario digitale della mascolinità online contemporanea. Vengono citati artisti come Ryan Trecartin, che da anni lavora sulle identità digitali e sui linguaggi di internet, oppure Hito Steyerl, che ha affrontato il rapporto tra immagini, rete e potere. Ma nessuno di questi lavori compare nella mostra.
Da qui una delle frasi più nette contenute nell’articolo: “La manosfera non interessa alla mostra oltre alla sua utilità come keyword SEO”.
Il rischio evidenziato è quello di trasformare un fenomeno complesso e radicalizzato in una semplice etichetta curatoriale utile a intercettare attenzione, attualità e traffico culturale.
Confusione tra “essere uomo” e “mascolinità”
Uno degli aspetti più discussi riguarda l’impostazione teorica stessa dell’esposizione. La domanda posta dalla mostra è infatti: “Cosa significa essere un uomo oggi?”.
Ma proprio qui, secondo l’analisi pubblicata da ArtNews, emergerebbe una confusione tra identità maschile e mascolinità come costruzione culturale.
Il tema è stato affrontato per decenni in mostre internazionali dedicate ai corpi, al genere e alla rappresentazione della virilità. Tra gli esempi citati compaiono “Bravehearts: Men in Skirts” al Metropolitan Museum of Art nel 2003, “Fashioning Masculinities: The Art of Menswear” al Victoria and Albert Museum nel 2022 e “Masculinities: Liberation through Photography” al Barbican Centre nel 2020.
Il punto, però, non è tanto la ripetizione del tema quanto il modo in cui viene affrontato. La mostra tratta la mascolinità come qualcosa di ancora relativamente stabile, mentre proprio le culture online contemporanee, tra ansia performativa, body hacking, looksmaxxing e ossessione estetica, mostrano quanto sia instabile, acquistabile, fragile e continuamente negoziata.
Le opere presenti nella mostra

Tra gli artisti presenti nell’esposizione figurano Reba Maybury, Sylvie Fleury, Lucy McKenzie e Sophie Calle.
Uno dei lavori considerati più efficaci è If It Moves Kiss It (2002) di Lucy McKenzie, murale che riproduce un dipinto vandalizzato apparso nel film A Clockwork Orange. Nell’opera, la rappresentazione classica della virilità viene trasformata in qualcosa di ironico, queer e apertamente omoerotico.
Più debole invece l’impianto generale delle sezioni della mostra – “Legacy”, “Violence”, “Desire” e “Norms” – che nella recensione vengono descritte come categorie spesso sovrapponibili e poco definite.
Un altro elemento evidenziato è la scarsità di riferimenti alla cultura queer e transmaschile contemporanea. Nell’articolo vengono citati nomi come Harry Dodge, Cassils e Del LaGrace Volcano come esempi di artisti che avrebbero potuto ampliare il discorso sulla mascolinità oltre la prospettiva cisgender dominante.
Il confronto con il Noordbrabants Museum
La seconda mostra presa in esame si concentra su “Am I Masculine? Fashion, Art, and Photography”, ospitata al Noordbrabants Museum di ’s-Hertogenbosch. Qui il rapporto con la cultura digitale contemporanea appare esplicito: nelle sale scorrono playlist TikTok dedicate a gym bros, misoginia online, estetica alpha male e contenuti virali sulla performatività del genere.
Ma soprattutto la mostra sembra trattare la mascolinità come qualcosa di mobile, attraversabile e performativo, più che come una categoria chiusa. Armature storiche convivono con moda queer, cultura drag e accessori legati alla cultura transmaschile.
Tra gli artisti presenti vengono citati Khareem Wielingen, Jason Swinehammer e Bart Hess.
L’opera che riceve il giudizio più positivo è SweetMeat (2025) di Bart Hess. Al centro, due uomini impegnati in una lotta fisica mentre cercano di mangiare caramelle gommose attaccate ai rispettivi corpi. Un lavoro che mescola desiderio, competizione, aggressività e omoerotismo senza trasformare la mascolinità in un cliché monolitico.
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Due modi opposti di raccontare la mascolinità contemporanea
Quello che emerge davvero dal confronto è l’approccio opposto con cui i due musei costruiscono il proprio discorso. Lo Stedelijk Museum sembra interessato soprattutto a intercettare un immaginario contemporaneo già riconoscibile, mentre il Noordbrabants Museum lascia molto più spazio all’ambiguità, alla contaminazione e alle zone meno definibili dell’identità maschile.
Nel secondo caso, la mascolinità non viene trattata come un blocco compatto, ma come qualcosa che cambia continuamente forma attraverso corpi, estetiche, desideri, cultura pop, moda e dinamiche queer. Ed è probabilmente questa apertura a rendere la mostra più viva, meno didascalica e meno intrappolata dentro categorie già viste.
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