Ogni populismo ha la sua retorica, cucita su misura per il contesto in cui attecchisce, ma sempre in grado di adattarsi, di replicarsi, di circolare oltreconfine. Quella anti-LGBTQIA+ ne è una delle varianti più pervasive. Che si tratti delle invettive contro la “gender ideology” nei talk show europei, del moral panic sulle donne trans nei bagni femminili negli Stati Uniti o delle leggi anti-drag in Uganda, lo schema si ripete: si costruisce un nemico interno, spesso inesistente, e lo si eleva a minaccia esistenziale alla civiltà. Nei paesi non occidentali, questa narrativa prende una piega ancora più infida: le identità non conformi vengono bollate come un’invenzione straniera, una devianza importata dall’Occidente per distruggere i pilastri della sovranità nazionale — Dio, Patria e Famiglia.
Ma è una palese menzogna. Le persone LGBTQIA+ non sono un prodotto dell’Occidente: sono sempre esistite. Hanno vissuto nei miti e nei templi, nelle corti imperiali e nei mercati, negli spazi sacri e in quelli profani, molto prima che il colonialismo arrivasse a imporre una visione binaria, moralista e medicalizzata del genere. Paradossalmente, proprio quell’Occidente che ha esportato il moralismo vittoriano nelle sue ex colonie — criminalizzando ciò che un tempo era parte integrante di molte culture — oggi si ritrova a combattere i fantasmi che ha contribuito a disseminare nel mondo. Il passato, del resto, torna sempre.
Nel subcontinente indiano, le identità di genere “non conformi” – secondo i nostri canoni – non solo erano parte del tessuto sociale: erano rispettate, riconosciute, in molti casi celebrate. In Pakistan, quei corpi hanno un nome: khwaja sira. Una parola che racchiude un’intera cosmologia culturale e spirituale, una genealogia politica. Oggi, una storia di sopravvivenza.
Dalle corti Mughal ai margini delle città: il lungo viaggio dellə khwaja sira
In urdu, khwaja sira – titolo attribuito al capo eunuco della corte Moghul, l’impero islamico che, al suo apice nel XVII secolo, dominava gran parte del subcontinente indiano – è il termine con cui ci si riferisce a persone che non si identificano come maschio o femmina, che talvolta si descrivono come “anime femminili intrappolate in corpi maschili” o che semplicemente rifiutano la rigidità del binarismo di genere. In Occidente le si potrebbe chiamare “trans”, “queer”, “non binarie” o “gender non conforming”, ma nessuna di queste definizioni restituisce la complessità spirituale, linguistica e culturale racchiusa in quella parola.
Durante l’epoca Mughal, lə khwaja sira erano consiglierə imperiali, educatorə, guardianə degli harem, mediatorə. Avevano accesso ai luoghi più intimi del potere e godevano di uno status sociale riconosciuto. La loro esistenza era contemplata dalle scritture sufi, menzionata nei testi indù, buddisti e giainisti, rispettata in molteplici forme.
Ma con l’arrivo del dominio britannico nel 1858, tutto cambiò. Il Criminal Tribes Act del 1871 classificava le persone “eunuchə” (categoria che includeva anche lə khwaja sira) come soggetti pericolosi per l’ordine morale. Si trattava di un’esportazione diretta della morale vittoriana, in cui la devianza sessuale e di genere veniva medicalizzata, criminalizzata, soppressa. Quel retaggio continua a influenzare le leggi e le sensibilità culturali nel Pakistan contemporaneo.
E così oggi, le donne trans hanno rivendicato il proprio nome storico e vivono perlopiù ai margini delle grandi città come Karachi, Lahore e Islamabad, in comunità affiatate guidate da guru anzianə. Moltə sono attivistə, parlano una lingua propria, partecipano a rituali religiosi sciiti come il Parcham Kushai, sopravvivono grazie all’elemosina, ballano ai matrimoni e ai funerali, o talvolta sono sex workers. Spesso sono visibili, ma raramente riconosciutə come soggetti politici o religiosi a pieno titolo. Eppure, proprio qui si gioca la loro resistenza quotidiana: nell’intreccio tra corpo e fede, storia e memoria, spiritualità e dignità.

Pakistan, la modernissima legge trans attaccata dal moralismo islamico
Nel 2018, un barlume di speranza per le identità trans*: il Pakistan approvava una delle leggi più progressiste del Sud globale in materia di diritti LGBTQIA+. Il Transgender Persons (Protection of Rights) Act riconosceva il diritto all’autodeterminazione di genere, vietava la discriminazione e consentiva di ottenere documenti ufficiali con un marcatore “X” accanto a maschile e femminile. Era un risultato frutto di anni di lotte, negoziazioni, campagne portate avanti da un movimento trans* compatto.
Ma il clima era destinato a cambiare. Già nel 2021, gruppi religiosi e partiti conservatori cominciavano a denunciare la legge come una minaccia all’islam e alla “natura umana”. La svolta è arrivata nel maggio 2023, quando la Shariat Court, il più alto tribunale religioso del paese, ha demolito buona parte della legge, sostenendo che permettere a una persona di cambiare genere equivalesse a “distruggere l’ordine naturale voluto da Allah”.
Il verdetto, durissimo, ha creato un effetto domino: decine di persone trans sono state aggredite, le richieste di documenti con genere neutro sono state bloccate e la transfobia è diventata discorso pubblico legittimo.
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Ma la comunità non ha smesso di lottare: ha fatto ricorso alla Corte Suprema, rivendicando non solo i propri diritti costituzionali, ma anche la propria appartenenza alla tradizione islamica. Come spiega Fatima Zaidi, ricercatrice sciita, al Civic Media Observatory “la narrazione corrente secondo cui lə khwaja sira sarebbero contrariə all’islam è falsa: moltə di loro sono praticanti sufi o sciiti. L’ayatollah Khomeini stesso, nel 1987, ha emesso una fatwa che riconosceva la legittimità della chirurgia di affermazione di genere”. Il problema, dunque, non è la religione: è l’uso politico che se ne fa.
E in questo uso, si inserisce un fenomeno nuovo ma già familiare: la transfobia importata. Politici, influencer e opinionisti pakistani citano oggi le stesse argomentazioni della destra americana e russa: le donne trans sarebbero “uomini travestiti”, un pericolo per le studentesse, uno strumento dell’Occidente per sovvertire la società islamica. La celebre stilista ed influencer pakistana Maria Butt ha recentemente pubblicato un video in cui cita il senatore statunitense Tom Cotton per giustificare il suo no all’accesso delle donne trans nelle università femminili. Una retorica che trova consenso, ma anche resistenze: molti utenti online l’accusano di “importare transfobia bianca”.

Repressione, censura e diritto al voto negato
La crisi dei diritti LGBTQIA+ in Pakistan non si può capire senza considerare il contesto politico più ampio. Dopo la caduta del controverso leader post-ideologico Imran Khan nel 2022 e le elezioni del 2024, che si sono svolte in un clima di intimidazione e repressione, il paese è tornato sotto l’influenza dell’élite militare e giudiziaria. Il nuovo governo di stampo autoritario ha rafforzato la stretta sui dissidenti, ha represso le proteste e ha avviato una campagna di silenziamento contro media, attivisti, studenti.
Le aree rurali sono tornate violente, le autorità corruttibili. In questo scenario, le persone LGBTQIA+ restano corpi invisibili, quando non apertamente criminalizzati dal Codice Civile. Gli spazi sicuri vengono chiusi, i documenti rifiutati, i discorsi censurati. A peggiorare la situazione c’è il verdetto della Shariat Court: senza più il marcatore “X” riconosciuto, molte persone trans rischiano di non poter votare alle prossime elezioni del 2026, rimanendo escluse dal diritto democratico più basilare che potrebbe garantire loro un minimo di rappresentanza.
“Abbiamo lottato per avere carte d’identità che ci riconoscessero. Ora ci dicono che per esistere dobbiamo rinunciare a chi siamo” dice Sheema Kermani, attivista del gruppo femminista Tehreek-e-Niswaan. Eppure, lə khwaja sira non smettono di danzare. Lo fanno ai matrimoni e ai funerali, nelle piazze e nei cortei, nei templi e nelle moschee. Danza come atto di presenza, di fede, di disobbedienza. Danza come linguaggio politico, spirituale e identitario. In Pakistan, essere trans è anche questo: un atto di resistenza anticoloniale. Un modo di esistere contro ogni cancellazione. Un promemoria vivente che l’identità non è una minaccia all’ordine, ma una forma profonda e sacra di libertà.
