Domani mercoledì 29 aprile il Parlamento europeo vota il Rapporto Annuale sui Diritti Fondamentali nell’Unione Europea. All’interno di quel documento c’è un passaggio che riguarda direttamente la comunità LGBTIQ+: i deputati chiedono alla Commissione europea di vietare le pratiche di conversione in tutti gli Stati membri. È un voto atteso, che arriva al termine di un percorso lungo più di un anno, e che fissa la scadenza decisiva: entro il 18 maggio 2026, la Commissione dovrà rispondere ufficialmente: sì o no a una legge europea.
Come si è arrivati qui
Tutto parte da una raccolta firme. Il 17 maggio 2024 è partita l’Iniziativa dei Cittadini Europei “Vietare le pratiche di conversione nell’UE“. Un anno dopo, il 17 maggio 2025, aveva totalizzato 1.245.839 firmatari, di cui 62.130 dall’Italia. Il 17 novembre 2025 l’iniziativa è stata consegnata ufficialmente alla Commissione europea, diventando la tredicesima iniziativa di successo nella storia dello strumento. Ha superato il milione di dichiarazioni di sostegno valide e raggiunto le soglie minime in undici Stati membri.
L’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) è uno degli strumenti di democrazia partecipativa previsti dai trattati UE. Perché un’iniziativa possa essere esaminata dalla Commissione occorre raccogliere un milione di firme in tutta l’Unione europea, provenienti da almeno sette paesi. Se l’iniziativa soddisfa tutte le condizioni, la Commissione la prende in esame e pubblica una risposta formale, spiegando per quali ragioni intende presentare o meno una nuova normativa. Lo strumento non è vincolante, ma obbliga l’esecutivo europeo a prendere posizione pubblica.
L’iniziativa chiede alla Commissione di proporre una direttiva che inserisca le pratiche di conversione nell’elenco dei reati europei, e/o di modificare la Direttiva sull’uguaglianza per vietarle esplicitamente, oltre a modificare la Direttiva sui diritti delle vittime per garantire protezione minima a chi le ha subite.
Come funziona il processo
Per capire cosa succede il 29 aprile ecco una breve mappa istituzionale. L’Unione europea ha tre istituzioni principali nel processo legislativo: la Commissione europea, che detiene il monopolio dell’iniziativa legislativa (solo lei può proporre nuove leggi); il Parlamento europeo, eletto direttamente dai cittadini, che vota e modifica le proposte; il Consiglio dell’UE, che rappresenta i governi nazionali e co-decide con il Parlamento (nel Consiglio basta un solo voto contrario di un solo paese dei 27 membri per far saltare una decisione).
Il voto del 29 aprile riguarda il Parlamento europeo, che si esprime su un rapporto, un atto non legislativo, in cui chiede alla Commissione di agire. È un segnale politico forte, non una legge. La legge, se mai ci sarà, dovrà essere proposta dalla Commissione. La Commissione europea presieduta da Von der Leyen deve rispondere alle richieste dei cittadini entro il 18 maggio 2026
Unione Europea: Paesi che hanno già vietato e Paesi che consentono le pratiche di conversione
Otto Stati membri, Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Malta, Portogallo e Spagna, hanno già adottato divieti nazionali, ma le protezioni restano disomogenee nel resto dell’Unione. In Italia non esiste alcuna legge che vieti esplicitamente le pratiche di conversione. Quasi un quarto dei cittadini LGBTQ+ dell’UE ha subito qualche forma di pratica di conversione, secondo l’ultimo rapporto ILGA-Europe. In Italia una persona LGBTQIA+ su cinque ha subito almeno un tentativo di conversione. Durante l’audizione pubblica di marzo 2026, la rappresentante della Commissaria per l’uguaglianza Hadja Lahbib ha riconosciuto i danni documentati delle pratiche, pur senza assumere una posizione formale. La Strategia per l’uguaglianza LGBTIQ+ 2026-2030, adottata dalla Commissione nell’ottobre 2025, afferma l’intenzione di supportare gli Stati membri nel vietare le pratiche di conversione.
