Doveva essere una risposta storica. È diventata una resa. Ieri 13 maggio 2026, cinque giorni prima della scadenza fissata dai trattati, la Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen ha comunicato la propria risposta all’Iniziativa dei Cittadini Europei che chiedeva il divieto delle pratiche di conversione in tutta l’Unione, che era stata approvata dal Parlamento Europeo. La risposta è stata no.
Nessuna direttiva. Nessuna legge. Nessun obbligo. Solo una raccomandazione, atto non vincolante, privo di sanzioni, ignorabile da qualsiasi governo nazionale. La Commissione ha invocato i limiti delle proprie competenze e ha annunciato che la raccomandazione formale verrà adottata nel 2027. Nel frattempo, le pratiche di conversione restano legali in diciannove dei ventisette Stati membri dell’Unione, Italia inclusa.
Una direttiva è un atto legislativo vincolante: obbliga tutti gli Stati membri a recepirla nel proprio ordinamento nazionale entro una scadenza stabilita, pena procedure di infrazione. Una raccomandazione è invece un atto non vincolante: esprime un orientamento politico dell’istituzione che la emette, ma non produce obblighi giuridici né sanzioni in caso di inottemperanza. Gli Stati possono ignorarla senza conseguenze legali.
Le pratiche di conversione sono interventi psicologici, farmacologici, fisici, spesso di natura religiosam che si propongono di modificare o sopprimere l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona. Le Nazioni Unite le definiscono pratiche crudeli, disumane e degradanti, equiparabili alla tortura. Causano depressione, ansia, dissociazione, tentativi di suicidio. Non hanno alcuna base scientifica. Il mondo medico le condanna unanimemente da decenni. Eppure sono pratiche consuete, anche in Europa, l’Italia stessa non le vieta.
In Europa 1 persona LGBTIAQ+ su 4 ha subito pratiche riparative. In Italia 1 persona su 5.
Oltre 1,2 milioni di cittadini europei avevano firmato l’Iniziativa dei Cittadini Europei lanciata dall’associazione ACT chiedendo un divieto vincolante. Il Parlamento europeo, il 29 aprile scorso, aveva approvato il rapporto sui diritti fondamentali chiedendo esplicitamente alla Commissione di agire, respingendo nel farlo il tentativo del gruppo ECR (di cui fa parte Fratelli d’Italia) di cancellare dal testo il paragrafo che condannava queste pratiche. Tutto questo non è bastato.
«La Commissione europea ha abbandonato le persone LGBTQI+ vittime passate, attuali e future delle pratiche di conversione», ha scritto ACT tre ore fa. «Aveva la possibilità di proporre una legislazione vincolante. Delle vite dipendevano da quella scelta. Ha scelto di non combattere questa battaglia.»
Secondo quanto appreso da Gay.it, la strategia di ACT in sede alle istituzioni europee non sarebbe stata supportata da Ilga-Europe che avrebbe preferito suggerire alla Commissione Von der Leyen di procedere con una semplice raccomandazione, invece della direttiva vincolante. “Ilga ha preferito spingere per una soluzione più soft, perché teme che l’iniziativa di ACT si sarebbe letteralmente schiantata più avanti al Consiglio degli Stati membri” ci spiega la nostra fonte interna ad Ilga.
Scrive Ilga:
Accogliamo con favore l’impegno della Commissione europea a formulare una raccomandazione per porre fine alle pratiche di conversione, un passo avanti importante e atteso da tempo per i diritti delle persone LGBTI in Europa.
Porre fine alle pratiche di conversione richiede più che simbolismo o azioni nazionali frammentate. L’Europa ha bisogno di un’azione coordinata, di sistemi di supporto incentrati sulle vittime e di una formazione adeguata per i professionisti in tutta l’UE.
La commissaria per l’Uguaglianza Hadja Lahbib ha parlato di «messaggio chiaro e inequivocabile». Ma un messaggio senza conseguenze giuridiche non protegge nessuno. Affidare il divieto delle pratiche di conversione alla buona volontà dei governi nazionali significa, in concreto, lasciare che governi di destra e di estrema destra decidano se e quando agire.
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