L’intelligenza artificiale non è neutrale. Non lo è mai stata. È uno specchio del potere: di chi la finanzia, di chi la dirige, di chi decide a quale esercito affittarla.
Sam Altman è gay. Lo sa, lo dice, l’ha vissuto sulla propria pelle fin dall’adolescenza, quando prese il microfono per difendere il Coming Out Day in un liceo americano dove era più comodo stare zitti. Per anni quella biografia ha funzionato come garanzia implicita: OpenAI era guidata da uno di noi, e questo doveva significare qualcosa.
Poi è arrivato il momento della verità, e si è rivelato più crudele di qualsiasi dichiarazione.
Mentre Trump bombardava mezzo mondo e firmava ordini esecutivi che cancellavano le persone trans dall’esistenza federale, eliminava ogni riferimento LGBTQ+ dai siti governativi e dichiarava per decreto che il genere è binario e immutabile, le linee di crisi del Trevor Project registravano un’impennata del 33% nelle chiamate di giovani queer in difficoltà. Il giorno dopo, +46%. Vite sospese sull’orlo, cercando qualcuno che dicesse loro che esistevano ancora.

Altman, in quei giorni, era alla Casa Bianca. In giacca. A stringere mani. A celebrare la nascita del tecnofascismo plutocratico che sta polverizzando la democrazia liberale USA.
Poco dopo, OpenAI annunciava un accordo con il Dipartimento della Difesa americano per sviluppare i propri modelli in ambito militare: lo stesso accordo che aveva rifiutato Anthropic, la società concorrente, quella di Claude, che ora tutt* stanno installando al posto di ChatGPT. Dario Amodei, imprenditore italo-americano che ha fondato Anthropic, si è opposto. E ha dichiarato che certi utilizzi sono semplicemente al di fuori di ciò che la tecnologia poteva fare in sicurezza.
Recentemente, in un vertice in India alla presenza del presidente Modi, durante una foto ufficiale, Amodei e Altman hanno rinunciato visibilmente a tenersi per mano: il video è diventato virale, a conferma della netta differenza tracciata tra le due grandi AI del pianeta.
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Nel frattempo è emerso un altro dettaglio: ChatGPT veniva usato dall’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, quella che raduna, schedula, deporta e uccide a sangue freddo, per filtrare curricula di candidati a posizioni lavorative. E si moltiplicavano le voci su donazioni milionarie di vertici di OpenAI verso l’orbita MAGA.
Non da ultimo, Open AI ha annunciato l’inclusione del meccanismo pubblicitario nel proprio modello di business. Dunque i dati raccolti dalla conversazioni di Chat GPT con gli utenti diventeranno strumento di marketing per la stessa Open AI a fini commerciali. Non solo. All’ipotetica domanda “Qual è la miglior acqua minerale in bottiglia, considerando le mie caratteristiche fisiche e il mio stile di vita?” (è solo un esempio), Chat GPT potrebbe rispondere non solo con la mera computazione dei dati in suo possesso, ma includendo anche il brand di acqua minerale che avrà comprato pubblicità da Open AI.
Ma veniamo alla concretezza delle nostre vite LGBTIAQ+. La questione smette di essere astratta. Una persona queer che usa ChatGPT finanzia, con la propria presenza e i propri dati, un’azienda il cui CEO ha scelto la prossimità al potere che perseguita le persone queer.
Nessuno chiede ai CEO di essere santi e conosciamo le logiche del profitto. Ma dobbiamo anche capire che il silenzio nei momenti decisivi è una forma di parola, e che certi silenzi costano.
L’identità LGBTIAQ+ non produce automaticamente coscienza politica. Altman ne è la dimostrazione più lampante, e più dolorosa. Qualche giorno il magazine-bibbia (ex bibbia) della cultura tech-nerd Wired ha addirittura sbattuto in copertina una presunta Gay-Tech-Mafia, vomitando omofobia diffusa pur di puntare il dito su gente come Altman, Thiel ecc. È un caos americano ormai anche culturale che dobbiamo respingere.
Altman, l’uomo che ci ha donato Chat GPT, è un uomo gay che ha costruito lo strumento più pervasivo dell’era digitale e ha scelto di metterlo al servizio di chi, tra le prime azioni di governo, ha reso la vita delle persone trans americana più precaria, più esposta, più sola.
Il boicottaggio nato spontaneamente negli ultimi giorni “#QuitGPT” ha raccolto settecentomila adesioni, le recensioni a una stella su ChatGPT sono aumentate del 775%, i download di Claude sono cresciuti del 50% in un weekend, portandolo in cima all’App Store. Altman ha poi ammesso che la mossa “è apparsa opportunistica“, ha annunciato revisioni all’accordo col Pentagono. Ma è soltanto una gestione del danno. È ormai impossibile per Open AI tornare indietro. Le ire funeste del fascio-psycho-clown di Washington sarebbero imprevedibili. ChatGPT è al servizio di guerrafondai che stanno provando a portare il mondo alla distruzione. Per quanto tutto questo sia palese, occorre scriverlo qui, nero su bianco.
Disinstallare ChatGPT è il gesto minimo. Nessuno lo scambia per rivoluzione. Ma i gesti minimi, praticati con consapevolezza, sono il modo in cui le comunità tracciano i propri confini e decidono chi merita la propria fiducia.
Un uomo gay che siede accanto a chi cancella le persone trans dall’esistenza legale non è “uno di noi” per diritto di nascita. Lo diventa, o smette di esserlo, con le scelte che fa quando il potere gli offre una sedia comoda e chiede, in cambio, il silenzio. Basta.
