A diversi mesi dall’apertura del Tavolo tecnico interministeriale Schillaci-Roccella sui percorsi affermativi rivolti ai minori trans, emergono le prime indiscrezioni sul contenuto della relazione finale. Il documento, atteso per aprile, potrebbe confermare la possibilità di somministrare la triptorelina per bloccare – reversibilmente – lo sviluppo puberale nei giovani transgender che necessitano di più tempo per esplorare la propria identità di genere, ma con un monitoraggio più stringente.
Il farmaco, che viene utilizzato senza troppe polemiche anche in altri ambiti della medicina – tra cui proprio nel trattamento della pubertà precoce nell* bambin* – non dovrebbe dunque andare incontro a un ban definitivo. Tuttavia, il quadro complessivo resta tutt’altro che rassicurante. A oggi, le persone trans e non binarie non hanno avuto alcun ruolo nel dibattito istituzionale, e il rischio che il Tavolo si chiuda senza aver ascoltato le voci direttamente coinvolte è più concreto che mai.
Bloccanti della pubertà, quali saranno le nuove linee guida?
Al netto delle informazioni trapelate, è ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive. Si sa che, sull’impostazione del Cass Review britannico – che nel Regno Unito ha portato al ban dei bloccanti della pubertà – il Tavolo tecnico ha lavorato in tre sottogruppi, occupandosi rispettivamente:
- dei rischi suicidari nei giovani con disforia di genere;
- dell’inquadramento diagnostico;
- dei trattamenti.
La relazione finale dovrebbe sintetizzare queste analisi e fornire indicazioni sull’uso della triptorelina e degli ormoni per la transizione. Eppure, il precedente più vicino non lascia spazio a facili ottimismi. Nel 2024, il rapporto dell’ispezione ministeriale all’ospedale Careggi aveva anticipato un approccio fortemente patologizzante, ponendo l’accento sulla necessità di un rigido controllo psichiatrico e lasciando intravedere l’intenzione di restringere l’accesso ai trattamenti. Un impianto che, se confermato, potrebbe rendere il percorso di affermazione di genere ancora più ostico, rallentando ulteriormente i processi decisionali per i giovani transgender. Nonostante una nuova revisione della revisione scientifica condotta da 26 società mediche europee abbia fortemente consigliato un approccio tempestivo.
Secondo quanto trapelato, il Tavolo tecnico proporrebbe l’istituzione di un registro nazionale per raccogliere dati sulla somministrazione della triptorelina e degli ormoni utilizzati nella transizione. Un’idea che, se da un lato potrebbe sembrare una misura di trasparenza, dall’altro potrebbe trasformarsi in un ulteriore strumento di controllo, volto più a ostacolare l’accesso ai trattamenti che a garantirne la sicurezza.
A pesare sulle decisioni future c’è anche il parere espresso lo scorso dicembre dal Comitato nazionale di bioetica, che aveva già chiarito come la triptorelina fosse un’opzione terapeutica lecita, previo un percorso medico altamente strutturato e prudente. Cosa che già accade: la diagnosi e la somministrazione del farmaco sono già affidate a équipe multidisciplinari. Il modello in vigore si basa però su un approccio affermativo, che accompagna il giovane transgender nel proprio percorso di autodeterminazione senza costringerlo a dover “dimostrare” la propria identità di genere attraverso iter psichiatrici di tipo riparativo. Un modello che, evidentemente, entra in rotta di collisione con l’impostazione del governo, più incline a trattare l’incongruenza di genere come una condizione da correggere piuttosto che da riconoscere e accompagnare nei percorsi affermativi.
Il punto però resta: il Comitato non ha mai messo in discussione l’utilizzo della triptorelina. E questo rappresenta un ostacolo non da poco per chi, dentro e fuori le istituzioni, vorrebbe ridurre drasticamente l’accesso ai trattamenti per i minori transgender.
Nel frattempo, l’ospedale Careggi – struttura di riferimento per il trattamento dell’incongruenza di genere nei minori – prosegue la sua attività, nonostante le tensioni dell’ultimo anno. L’ispezione disposta dal Ministero della Salute tra il 2023 e il 2024 aveva acceso un dibattito feroce, culminato in interrogazioni parlamentari e polemiche strumentali.
2024, un anno di attacchi alla comunità trans da parte del governo Meloni
L’indicazione ministeriale più rilevante, ovvero la presenza obbligatoria di uno psichiatra nel team del centro, è stata attuata senza che l’operatività venisse interrotta. Negli ultimi mesi, l’ospedale ha ripreso la somministrazione della triptorelina, con due nuovi pazienti in trattamento.
I numeri complessivi restano invariati: negli ultimi cinque anni, solo nove minorenni sono stati trattati con il farmaco, mentre altri 75 pazienti lo hanno ricevuto dopo lo sviluppo puberale. Numeri che smontano qualsiasi narrazione allarmistica su un presunto “boom” di giovani in transizione. Ma le pressioni politiche hanno avuto conseguenze. Il centro ha perso due figure chiave, la psicologa e l’endocrinologa che lo coordinavano prima dell’ispezione.
Un dibattito senza le persone trans
Se le prime indiscrezioni raccolte da Repubblica sembrano dunque confermare la continuità dell’uso della triptorelina, è però impossibile ignorare una questione di metodo: ancora una volta, le soggettività trans sono state escluse dalla discussione.
Il Tavolo tecnico, istituito nel maggio 2024 con la partecipazione di 29 esperti scelti dai ministeri della Salute e della Famiglia, ha lavorato per quasi un anno senza alcun confronto con le associazioni che si occupano di diritti e salute delle persone transgender. Nessuna consultazione, nessuna audizione, nessuno spazio di intervento per chi è direttamente coinvolto.
E così, mentre il governo mantiene il più assoluto riserbo sui lavori del Tavolo, le indiscrezioni arrivano alla stampa prima che ai diretti interessati. Una dinamica che la comunità trans denuncia da tempo: non solo il potere decisionale sulle loro vite resta in mano a tecnici e politici, ma il processo stesso si svolge in totale opacità, senza trasparenza e senza alcuna accountability.
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