Gli insulti sui social network sotto i post LGBTIAQ+ ci sono da sempre. Le aree commenti sono un riflesso della pancia profonda dell’omobitransfobia: dietro gli schermi, le dita saltabeccano sulle tastiere e sui telefoni con più agilità e con un più concreto senso di impunibilità rispetto alla vita reale, che pure non manca di gesti e parole violenti verso le persone non cis e/o non etero.
Eppure per molti anni, soprattutto in tempi di Pride, lo sciame di epiteti d’odio aveva i contorni della quota di imbecillità organicamente connaturata ad alcuni elementi della specie umana, una componente irrinunciabile di persone colme di odio traboccante dai propri bias. Persone delle quali, volenti o nolenti, dobbiamo in qualche modo farci carico. Tollerare l’intolleranza, per una persona LGBTIAQ+, è del resto sempre stato il minimo indispensabile per sopravvivere.
Nel 2026 però la sensazione che gli imbecilli stiano dilagando più del solito è netta: quest’anno i Pride italiani sono più di 70. Una diffusione capillare che sta certamente facendo tremare molte sponde che lavorano al ritorno degli autoritarismi: peccato che la comunità LGBTIAQ+ italiana si prodighi in divisioni interne, anziché lavorare alla consapevolezza della propria forza radicata sul territorio.
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Arcigay
Arcigay quest’oggi ha pubblicato un coraggioso post dal titolo fin troppo elegante “La Spoon River degli odiatori” nel quale espone le foto di alcuni haters che si erano prodigati a vomitare la bile della propria pochezza omobitrasnfobica sotto una foto che ritrae il segretario nazionale della più grande associazione LGBTIAQ+ italiana, Gabriele Piazzoni, augurare Buon Pride.
Sbucano con tanto di nomi, cognomi e foto sotto i post contenenti le gioie e le battaglie dei Pride italiani e depongono commenti appestati d’odio, discriminatori, carichi di bullismo incontenuto e incontenibile.
“Abbiamo scoperto una cosa – scrive Arcigay – l’odio non indossa tute mimetica. Non ha volti deformati. Indossa camicie pulite, foto profilo con i figli, sorrisi rassicuranti. L’odio è la signora che abita al piano di sopra. È il collega che ogni giorno ti saluta. È il genitore che incontri al parco.”
Nella galleria degli orrori pubblicata da Arcigay si contano circa 2000 commenti di odio, denuncia l’associazione. C’è un tizio che augura a noi persone LGBTIAQ+ di annegare. Un’elegante signora dall’acconciatura ordinata è sintetica e ci apostrofa come “Coglioni“. Un motociclista con capelli al vento e sguardo sardonico scrive “Chissà come sono orgogliosi i vostri genitori, quando mostrate loro le foto di come lo prendete in cu…“. E un’altra signora: “Patetici”. Un altro motociclista “Letame”. E ancora “Schifooo”, oppure “A Sparta i difetti cercavano di correggerli“, “Niente bandierine anali?“, “Buona incularella“, “A me sembra un’epidemia“.
Torino
Nelle stesse ore in cui Arcigay pubblica il carosello delle imbecillità, il Torino Pride denuncia gli insulti omofobi scagliati contro il Pride e contro la co-coordinatrice del pride della Mole Chiara Tarantello su un treno. L’episodio oltrepassa la soglia dell’assurdo: l’odiatore si sarebbe surriscaldato fino a strombazzare il proprio odio contro il Pride e contro Tarantello dopo aver origliato una telefonata di quest’ultima nella quale si discuteva dell’organizzazione del Pride a Torino. Tarantello ha sporto denuncia per diffamazione.
Imperia e Lecco
Pierluca Viani di Arcigay Imperia denuncia una valanga di commenti omofobi sotto i post del Sanremo Pride e precisa: “Stiamo mandando lettere tramite un avvocato perché alcune offese sono davvero pesanti“.
Profluvio di odio e di parole anti-LGBTIQ+ anche sotto un post del Lecco Pribde: “Andate a ripulire i fossi e le strade“, “Pagliacci travestiti“, “Esami sanitari oltre a test hiv e glicemia e colonscopia“, “I Pride sono la vergogna per tutti gli italiani“, “Pezzi di culanda e leccafighe marcie” fino al commento di un signore che inneggia alla “Remigrazione” e un altro che teorizza l’analogia “Dove c’è degrado, c’è Pride” per chiudere con un lecchese che, nome e cognome in bella vista, chiosa “Che merda di città“.
L’onda anti-Pride sui social è tentacolare. Più semplice notarla schiumare su account in vista, come quelli di attivisti, degli stessi pride cittadini, delle associazioni. Ma le tossine omobitransfobiche pullulano ovunque, e imbrattano anche i post di semplici cittadini. Alfredo Arciero, giovanissimo attivista gay romano, il 1° giugno, come tanti di noi, ha pubblicato la propria personale, gioisa celebrazione del Pride Month. Apriti cielo. “Maandateaffanc*lo deficienti depravati pervertiti del ca**o… AIDS per tutti” scrive un tizio infoiatissimo e oltremodo devastato dall’evidente odio per sè stesso. Un altro dice ad Alfredo che è un “Aborto della natura” e che deve “farsi curare per guarire da questa brutta malattia“.
Quali sono i motivi?
Non sappiamo a cosa sia dovuta questa impennata di stringente urgenza nel deporre cumuli di odio nei commenti alle foto e ai post dei Pride italiani. Di certo l’abolizione di quasi ogni principio di censura da parte di Meta, in nome della trumpiana libertà di opinione, non aiuta a contenere l’onda. Di certo sono molte le potenze autoritarie ben equipaggiate di bot e marchingegni tecnologici in grado di propagandare odio e manipolare via social le opinioni dei cittadini occidentali, per allinearle al progetto di smantellamento delle democrazie liberali. Di certo la nostra politica, da tutti i partiti della maggioranza Meloni all’ascesa del nuovo alleato Vannacci, in questi ultimi quattro anni hanno ben contribuito ad esacerbare gli animi contro le minoranze e in special modo quella LGBTIAQ+.
