
È questa la grammatica della narrazione di Filippo Soldi e del suo documentario Non so perché ti odio – Tentata indagine sull’omofobia e i suoi motivi. Una cifra stilistica che fa parlare le vittime di una subcultura fatta sostanzialmente di ignoranza, pregiudizio ideologico, di quella scarsa volontà di conoscere la ragione delle cose (doveva essere questo il titolo originario del film) e le pone in giustapposizione con chi, quella violenza, l’ha prodotta o in un certo qual modo ne ha la responsabilità morale.
E allora ti trovi di fronte il volto di Martina, siciliana, ventenne. Capo scout, amica e parente di persone LGBT. Eterosessuale. Eppure ai suoi superiori e al vescovo della sua comunità, la sua vicinanza e militanza alle tematiche della questione omosessuale non vanno giù. O lasci la politica o te ne vai dal nostro gruppo. Questa è la violenza a cui è sottoposta. Alla quale non si piega. E anche il suo sguardo diventa un’accusa. Ti interroga, senza nemmeno dirlo. Ti chiede dov’eri, quando tutto questo succedeva.

E accanto i racconti delle vittime, ci sono le motivazioni di chi ha ucciso. Racconti tesi, tremolanti. Parole impastate alle lacrime a volte. Perché l’omofobia non fa fuori solo chi è gay, ma anche chi consuma la sua vita in galera, per un delitto di tale matrice. Per un senso dell’onore che non vede più la persona, ma solo la riprovazione sociale.
E ci sono, ancora, le “ragioni” di chi va a leggere libri per le piazze, in silenzio, per protestare contro qualsiasi tentativo da parte dello Stato di invertire quei processi che ancora oggi, nel 2014, giustificano violenze verbali e fisiche, sguardi di riprovazione e ammiccamenti odiosi verso chi viene ritenuto non solo come “diverso”, ma sbagliato perché tale. In nome di ideologie politico-religiose che, anch’esse, perdono di vista l’essere umano e lo sacrificano all’altare del loro integralismo.

E se volete capire fino in fondo, chi si trova a Roma può recarsi giovedì 4 dicembre, alle 20:00 presso il cinema Aquila. Per guardare in faccia il volto del mostro, che passa attraverso gli occhi di chi, nonostante tutto, ce l’ha fatta e non ha problemi a dirlo. Guardandoti in faccia. Senza alcuna concessione, senza parole di troppo.
