Negli stati USA a maggioranza repubblicana, la battaglia contro la censura dei libri è ormai un conflitto aperto, una guerra culturale a suon di barricate ideologiche erette dall’ultradestra conservatrice contro qualsiasi forma di dissenso sociale.
Ogni anno, l’American Library Association (ALA) pubblica un rapporto che documenta le migliaia di tentativi di rimozione di titoli dalle biblioteche scolastiche e pubbliche, con un aumento vertiginoso del 65% delle richieste di divieto di specifici libri nel 2023 rispetto all’anno precedente. La maggior parte di questi tratta temi legati alla comunità LGBT+, al razzismo e alla storia dei diritti civili.
La trasparenza del fenomeno, manifesto con richieste formali e “liste nere” pubblicamente accessibili, consente però di comprendere chiaramente l’ampiezza e l’impatto di queste campagne moralizzatrici.
Al contrario, nel Regno Unito, il panorama appare più frammentato, meno documentato e, forse proprio per questo, più pericoloso. L’assenza di un sistema centralizzato per raccogliere dati sulla censura nelle biblioteche scolastiche significa che le storie di libri rimossi, spesso in segreto, emergono solo attraverso resoconti aneddotici o inchieste giornalistiche sporadiche.
Nonostante la mancanza di un equivalente britannico della lista ALA, il numero crescente di casi di rimozione di libri con contenuti LGBTQIA+ e la tendenza crescente all’autocensura sono però segnali ormai non trascurabili e allarmanti di un’inquietante deriva culturale in corso.
L’analisi di Index on Censorship – organizzazione per la difesa della libertà d’espressione con sede a Londra – spiega come le politiche censorie nelle scuole britanniche abbiano trovato nuovo slancio sotto il governo di Rishi Sunak, la cui amministrazione ultraconservatrice ha contribuito a radicare un clima di chiusura e repressione culturale che si protrae ben oltre l’estendersi della sua legislatura.
Il tentativo del governo britannico di limitare le discussioni sull’identità di genere nelle scuole, escludendole dall’educazione sessuale, ha infatti avuto un impatto diretto sull’opinione pubblica.
Nel 2023, Emma (nome di fantasia), bibliotecaria scolastica, è stata costretta a rimuovere nella sua interezza una collezione di libri che includevano temi LGBTQIA+ in seguito alla lamentela di un singolo genitore. Un episodio emblematico del clima di terrore in cui lo staff scolastico è ormai costretto ad operare nelle istituzioni britanniche, per paura di ritorsioni.
Un sondaggio condotto tra bibliotecari scolastici del Regno Unito ha infatti rivelato che il 53% di essi ha ricevuto “richieste” di rimozione di libri, principalmente da genitori, e che nel 56% dei casi i libri in questione sono stati effettivamente rimossi dagli scaffali. Tra questi, titoli come This Book Is Gay di Juno Dawson, Julián è una sirena di Jessica Love e ABC Pride, una raccolta destinata ai bambini che esplora l’alfabeto attraverso i temi dell’orgoglio LGBT+.
Il paradosso che emerge è che i libri destinati a promuovere l’inclusività e la comprensione sono esattamente quelli che vengono censurati con maggiore veemenza: la scuola diventa un campo di battaglia ideologico, dove i valori progressisti e la rappresentazione delle minoranze sessuali e di genere tornano tabù, e l’accesso all’informazione plurale che dovrebbe essere garantita dalla scuola viene inficiata.
Il caso di Emma è però particolarmente significativo perché rappresenta quella sottile e perniciosa forma di pressione che porta alla paralisi decisionale: anche quando i libri sono stati rimessi sugli scaffali, Emma ha evitato di acquistare nuovi volumi a tema LGBTQIA+ per paura di ulteriori contestazioni.
Un meccanismo che non si limita, tuttavia, al solo Regno Unito. In altre parti del mondo occidentale – Stati Uniti, ma anche in Ungheria fino al nostro stesso paese – un panorama politico e culturale sempre più polarizzato ha creato un fertile terreno per la diffusione di politiche censorie che trovano nel moralismo religioso e nella “tutela dell’interesse dei minori” il loro fragile alibi principale.
In uno dei rarissimi episodi capaci di attirare l’attenzione della stampa, Alice Lagatt – unica bibliotecaria che nell’inchiesta di Index on Censorship ha il coraggio di utilizzare il proprio vero nome – è stata oggetto di una pesantissima gogna mediatica dopo aver organizzato una lettura di libri con l’autore Simon James Green, autore di libri per ragazzi a tematica LGBTQIA+.
La scuola, una cattolica maschile a Purley, Londra, ha dapprima sostenuto l’iniziativa, per poi cedere alla violenta campagna di diffamazione imbastita da un blog cattolico di estrema destra volta ad accusare Lagatt di voler “traviare i minori”: la diocesi ha dapprima cancellato l’evento, per poi licenziare l’intero organo direttivo della scuola oppostosi alla decisione.
Non sono però solo i libri LGBTQIA+ a finire nel mirino: gruppi conservatori e integralisti si oppongono alla “promozione” delle identità non normative nella loro totalità. Anche quelle neurodivergenti o appartenenti a minoranze etniche.
In diverse occasioni, bibliotecari hanno infatti riferito di richieste di rimozione di fumetti manga, spesso accusati di sessualizzare i personaggi, o di libri contenenti scene di violenza o autolesionismo. Anche la narrativa per giovani adulti, che spesso esplora temi difficili come il disagio psicologico, la depressione e la scoperta dell’identità, è stata bersaglio di critiche.
Amy, altra bibliotecaria scolastica intervistata nell’ambito dell’inchiesta, ha perso il lavoro a proprio causa del suo rifiuto di censurare un titolo su questa tematica, ritenuto troppo controverso per una famiglia musulmana conservatrice.
Tuttavia, il problema non si esaurisce con la rimozione fisica dei libri. Un fenomeno altrettanto preoccupante è l’autocensura. Non tutti hanno il coraggio di Amy, e molti bibliotecari, temendo di incorrere in conflitti con genitori o dirigenti scolastici, scelgono di non acquistare determinati libri o di non esporli sugli scaffali più visibili.
Questa è forse la forma più pericolosa di repressione culturale, perché agisce senza clamore, senza creare scandali, ma ottiene lo stesso effetto: limitare l’accesso a idee e prospettive che potrebbero sfidare lo status quo.
È Alison Tarrant, amministratore delegato della School Library Association (SLA), a portare i risultati di un’analisi della netta cesura tra l’ordinaria scrematura dei titoli accessibili nelle biblioteche scolastiche e il vero e proprio fenomeno censorio a cui assistiamo negli ultimi anni. Quasi l’89% dei bibliotecari intervistati si è dichiarato preoccupato in tal senso, non più una questione di contenuti inappropriati o tutela dei minori, ma una vera e propria battaglia per il controllo del discorso pubblico.
Come affermato da David, altro bibliotecario scolastico anonimo, la mancanza di supporto istituzionale lascia lo staff isolato e vulnerabile, costretto a navigare tra le richieste dei genitori e le politiche scolastiche senza strumenti adeguati per formulare una difesa efficace.
La risposta a questa minaccia, secondo molti professionisti del settore, dovrebbe venire dall’alto. Solo un intervento deciso da parte del governo e degli organismi educativi può fornire ai presidi e ai bibliotecari il sostegno necessario per opporsi alle richieste di censura e difendere il diritto degli studenti di accedere a una varietà di prospettive e narrazioni.
Tuttavia, l’attuale clima politico nel Regno Unito – che ancora risente degli strascichi del governo ultraconservatore di Rishi Sunak e dell’ignavia di una nuova amministrazione labourista che non sembra intenzionata a tornare sulla questione – non lascia molto spazio all’ottimismo.
Nel frattempo, i bibliotecari continuano a lottare, spesso in silenzio, per garantire che gli spazi educativi rimangano luoghi di inclusività e di libertà intellettuale. Alcuni hanno iniziato a selezionare attivamente libri vietati negli Stati Uniti per le loro collezioni in un atto di resistenza. Ma queste iniziative individuali non possono essere sufficienti a contrastare un fenomeno così diffuso e insidioso.
La battaglia per la libertà di lettura nelle scuole britanniche è infatti solo un riflesso di una lotta più ampia per la libertà di espressione e per il diritto di ogni individuo di raccontare la propria storia così che nessuno debba più essere marginalizzato, escluso o attaccato a causa della propria identità. E, come spiega Tarrant, l’unico modo per costruire un mondo che valorizzi la diversità è partire dalla scuola.
“L’obiettivo è permettere a ogni bambino di esplorare e comprendere il mondo che li circonda, utilizzando l’immaginazione, la realtà e il potere delle narrazioni. Ed è noto che i bambini sono più inclini alla lettura quando si identificano con le storie, i personaggi e le situazioni, siano esse reali o immaginarie”.
