Sanremo 2026, un festival antiqueer e familista: cinque serate di inspiration porn dove non è successo niente, e non per caso

Dalla gestione del rischio zero alle ospiti-trofeo, dal pietismo sulla disabilità al familismo pervasivo nei testi in gara: il Sanremo di Carlo Conti ha corso veloce per non dire nulla. Analisi della 76ma edizione del Festival, dove ogni imprevisto è stato neutralizzato e ogni margine politico appiattito.

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Sanremo 2026, un festival antiqueer e familista: cinque serate di inspiration porn dove non è successo niente, e non per caso - Sanremo 2026 Anti Queer Carolo Conti Tony Pitony - Gay.it
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All’indomani della prima serata della kermesse, in conferenza stampa, Carlo Conti ha dichiarato che più che uno show democristiano, il suo quinto Sanremo sarebbe stato cristiano e democratico. Soprattutto cristiano, possiamo dire alla fine di queste cinque serate. Ecumenico, quasi. Perché per non infastidire nessuno, si è appiattito tutto – al ribasso s’intende– e si è annullato ogni margine di rischio, ogni possibilità di imprevisto è stata neutralizzata. Per perseguire il suo scopo, Conti ha compiuto un miracolo: ha corso, ha galoppato, ogni sera, fino all’1.20, cercando di rosicchiare minuti, secondi, da ogni momento possibile, eppure ha annoiato, ha stufato terribilmente, tediato come forse nessuno era riuscito a tediare prima di lui. Tutto ha seguito un copione precisissimo e, però, inesistente – questo Sanremo ha tra i difetti anche quello di avere alle spalle una squadra autoriale evidentemente stanca, poco ispirata o demotivata – che ci ha consegnato una lunga prima serata di cinque giorni grottesca più che divertente, scollata dalla realtà e livellata, appunto.

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Quello che è stato compiuto, per gran parte di queste cinque serate, è un gesto di fatto antiqueer. Se, infatti, il queer è ciò che sborda, che non si piega e non si fa prendere, che, semplificando, rifiuta di stare entro i binari, allora possiamo dire che fare pratica queer significa anche occuparsi della possibilità del fallimento, e fare politica dell’imprevisto. Che si annidi nelle domande scomode deə giornalistə in conferenza stampa o negli eventuali interventi non previsti dellə artistə in gara, l’inatteso – primo alleato delle dirette televisive – diventa qui il principale timore. La testata L’Unità, sgradita all’attuale potere delle destre, scompare dal racconto storiografico di un’anziana partigiana, mentre un errore ortografico, la Repubblica (quella che ha vinto sulla Monarchia) che diventa Repupplica si staglia senza cura: un errore dell’AI, dicono. Appunto.

Per questo, gli interrogativi curiosi o inquisitori vengono, come da prassi meloniana, rispediti al mittente, mentre lo show si sottrae all’inopinato. Metti che qualcuno si esponga, metti che qualcuno dica qualcosa che non potrebbe, che chi non dovrebbe finisce per infastidirsi. Sarà che di rado guardo la televisione generalista fuori dai giorni di Sanremo, ma l’impressione è che ci stiano levando anche il tempo per riflettere: via un cantante ecco l’altro, una canzone e una canzonetta subito dopo, neanche il tempo di pensare se ci è piaciuta oppure no.

Tra una canzone e l’altra, i messaggi sociali, sciorinati così, di fretta, giusto per. No alle guerre, qualcuno pensi ai bambini, no alle droghe e ai social che creano dipendenza – detto da uno, Schettini, che della dipendenza dai social ha fatto la sua fortuna e la sua condanna – e viva le forze dell’ordine, anche, e grazie alle forze dell’ordine, poi ancora i bambini, lo sport, le Olimpiadi, i campioni e le campionesse, che, però, come, nel caso di Francesca Lollobrigida, sono prima di tutto mamme d’oro, poi, dopo, forse, atlete. E anche, quasi ogni sera, il token della disabilità: ospiti chiamati in causa per sensibilizzare sul tema – il coro Anfass di La Spezia prima, Paolo Sarullo poi – vergognosamente trattati con pietismo, infantilizzandoli e appropriandosi, senza preparazione alcuna, di una narrazione altrui. Più che valore testimoniale, allora, queste partecipazioni sono rapide prese di posizione che fanno leva su sensazionalismo e vogliono generare ispirazione posticcia. Ogni persona con disabilità non è davvero una persona, ma una funzione della sua disabilità. Eroi ed eroine messe lì per ispirare chi disabile non è. Così come Bianca Balti, alla co-conduzione per il secondo anno, chiamata a dar sfoggio della sua resilienza, ridotta al suo corpo di sopravvissuta e, ancor prima, al suo corpo di top model e di madre, ovviamente. Carisma, simpatia e tempi televisivi innati messi da parte, schiacciati sulla golosissima possibilità di creare engagement ancora una volta attraverso l’inspiration porn. Poche battute, molte discese dalle scale precedute dall’annuncio di un nuovo cambio d’abito. Un’abitudine che persino Baudo aveva abbandonato nei suoi ultimi festival.

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Sono tornate le modelle, le donne trofeo. Come Irina Shayk, chiamata per non dire pressoché nulla, perché «bellissima», «una delle donne più belle al mondo». Senza alcun altro merito, senza desiderio di renderla protagonista. Irina Shayk è una cornice muta, una bella statuina. In conferenza stampa, incalzata, dice: «Sono femminista a modo mio: non odio gli uomini. Anzi, li amo e li rispetto», poi aggiunge, come di consueto, come da copione, che non è la riviera il luogo giusto per esprimersi, che quello festivaliero non è il contesto adatto per dire alcunché. È una metafora perfetta, a pensarci bene, Irina Shayk. L’emblema di un certo femminile anti-femminista, molto caro al pubblico di Rai Uno e ai protagonisti della rete ammiraglia. A chi lo accusa di una misoginia, probabilmente inconsapevole, nella scelta di brani in maggioranza scritti e interpretati da artisti e cantautori, a scapito come sempre di cantautrici e artiste, Conti risponde di non vedere il problema, si de-responsabilizza, dice che è l’industria, che è il periodo, che non è, soprattutto, un tema di genere. Poi, intanto, sul palco, le maestre d’orchestra vengono chiamate ancora «maestro», salvo poi rispondere «certo, certo, finalmente», quando una di loro Carolina Bubbico, nel corso della quarta serata dice: «no, maestra!». «Certo, certo, finalmente!». E non si contano, infine, le tristi allusioni falliche intorno ai mazzi di fiori, ai microfoni, a questo suppellettile e a quell’altro. Tutto ciò non fa che vanificare l’ospitata di Gino Cecchettin; un attimo prima di fare la tragica conta dei femminicidi e di accogliere sul palco il padre di Giulia Cecchettin, Conti, senza pudore, si rivolge alla moglie dicendole di non comprare mai i jeans come quelli delle ballerine appena esibitesi: «Sapete, è gelosia!». E tuttə giù a ridere.

È un festival, a ben guardare, sommando tutto, che definirei familista: dalle canzoni in gara ai (pochi) momenti di show, tutto fa riferimento alle madri, ai figli, ai bambini (ancora), ai matrimoni, alla coppia tradizionale che si lascia e non dovrebbe o che invece non si lascerà mai. L’Ariston, e il web con lui, si sbraccia per Sal Da Vinci che bacia la fede e giura davanti a Dio e per la sua canzonetta – una canzone fatta meme o un meme fatto canzone? – che inneggia all’istituzione matrimoniale classica, di due – lui e lei – che vogliono legarsi per la vita. E, mentre il mondo brucia, il per sempre torna anacronisticamente in molti dei testi in gara, tra l’altro. Così, alla fine del medley di Laura Pausini, a proposito di familismo, Conti scherza sul fatto che il chitarrista sia il marito, Paolo Carta. Allo stesso modo, mentre Raf si esibisce con la sua Ora e per sempre (per sempre, appunto), la regia inquadra di continuo Gabriella Labate, la moglie, commossa in prima fila. Poi Sayf chiama sul palco la madre e così anche Samurai Jay. Madri e figli che ballano, figli e madri che piangono, come in una finale qualunque di Saranno Famosi, come una puntata tra le tante del Treno dei desideri. «Oggi è la serata delle mamme, che bello!», dice Conti. Che bello!

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Stella cometa 1.3.26 - 23:45

Concordo pienamente con l' autore di questo bell' articolo, che riassume in pieno ciò che è diventata la tv generalista da un po' di anni (ovviamente ad eccezione di alcuni canali televisivi dove c' è molta più libertà e senso critico) a questa parte. Per fortuna esiste Internet dove c' è molta più libertà e posso vedere ciò che voglio e leggere, come da consuetudine, Gay. It❤️ ️‍ ! ❤️ ️‍ ❤️ ❤️ ❤️ ❤️ ❤️ ❤️ ❤️ ❤️ ❤️

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Mara Bernardi 1.3.26 - 7:46

Pienamente d'accordo. Ho trovato questo festival noioso e monotono senza un sussulto o uno sprazzo che portasse un po' di sole in questo grigiore. Speriamo che De Martino faccia tesoro di ciò e stravolga le cose in positivo