«SEI GAY!» SI UCCIDE

Non tutti i gay frequentano i locali o vivono la propria sessualità liberamente. Qualcuno addirittura si ammazza. Come M., che si è buttato dalla finestra perchè gli amici lo deridevano.

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TORINO – È triste, ancora oggi, dover riportare notizie come questa, che viene da una grande città del nord Italia. Un giovane di 16 anni, padre italiano, madre originaria delle Filippine, si è prima ferito con un arma da taglio e poi si è suicidato lanciandosi dal quarto piano della palazzina dove viveva con la famiglia. Una storia di solitudine marcata dall’incapacità dei compagni di scuola di accettare un loro coetaneo perché… “diverso”. Deriso, per i gesti troppo delicati forse per essere quelli di un maschio.

«SEI GAY!» SI UCCIDE - suicidio08 - Gay.it

Il giovane, studente dell’istituto tecnico Sommelier, ha lasciato un biglietto ai genitori in cui spiega le motivazioni del gesto e chiede scusa di quello che sta per fare. La madre del ragazzo, tra le lacrime, ha raccontato con semplicità ai giornalisti che i problemi erano iniziati più di un anno fa, quando il figlio era entrato in prima superiore. Ne parla come di un ragazzo dolce, sensibile, che non alzava mai la voce, non partecipava a certi giochi e non litigava con nessuno. Poi lunedì è rientrato a casa dicendo di essere molto stanco e triste. La mattina dopo aveva chiesto di non andare a scuola e di voler rimanere a casa per studiare e riposarsi. Rimasto solo si è tolto la vita.
La signora ha confermato di sapere che il figlio aveva dei problemi a scuola: «Lo sapevo, anche perché all’inizio del precedente anno scolastico si era confidato con me. Diceva che lo prendevano in giro, che gli dicevano “sei un gay”, “ti piacciono i maschi”. Ne avevamo anche parlato con il preside. All’inizio non voleva più andare in quella classe. Poi continuò il corso di studi. E i compagni lo isolarono dal gruppo. Lo lasciarono solo, come se non fosse uno di loro, come se fosse diverso. Io ero preoccupata. Gli chiesi se voleva andare da uno psicologo, mi rispose di no. Non è giusto – conclude la mamma – non me lo dovevano trattare così».
Un ennesimo campanello di allarme

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Dunque è successo di nuovo, un altro suicidio, l’ennesimo tragico epilogo del ben noto problema del bullismo. L’incapacità per un ragazzo di sopportare la pubblica maledizione del non essere accettabile dai coetanei perché ritenuto ‘diverso’. Coetanei cresciuti in questa bell’Italia dove giusto pochi giorni fa il vice presidente del Senato Roberto Calderoli, commentando certe dichiarazioni del nuovo Presidente dei Vescovi sui DiCo, ha ripetuto che l’omosessualità è «non soltanto contro l’etica ma anche contro natura» e che «se ancora non si è capito essere culattoni è un peccato capitale e, pertanto, chi riconosce per legge una cosa del genere è destinato alle fiamme dell’inferno».
E anche quando non si usano certi toni (che si qualificano da soli) si continua spesso a sostenere che non è accettabile la ‘normalizzazione’ di una cosa che pure fa parte dell’identità profonda di molte persone. Si sta assistendo a una certa recrudescenza di voglia di patologizzare la condizione ‘deviata’ dell’omosessuale ed ecco che i quotidiani si occupano di certi psicoterapisti da strapazzo che vogliono ‘curare’ i gay. L’inaccettabilità pubblica dell’omosessualità intesa anche come vita di coppia è quasi quotidianamente sottoposta agli strali di chi ci tiene a reiterare all’infinito la biblica condanna. Le relazioni omosessuali sarebbero solo dei ‘capricci’ e dunque devono rimanere inesistenti per lo Stato, altrimenti ne va della moralità delle istituzioni.

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La Chiesa non perde occasione per utilizzare strumentalmente l’arma della ‘difesa’ della famiglia per continuare, sotto mentite spoglie, l’ormai millenaria opera di persecuzione dei deviati ‘peccatori’, che sarebbero a loro modo dire ‘contrari al volere divino’. In questo tipo di clima oscurantista non sorprende se alla fine avvengono atti di violenza contro la minoranza omosessuale oppure se alcuni individui, magari particolarmente vulnerabili, compiano atti di violenza contro se stessi.
Visto che l’episodio di Torino è stato conseguenza di bullismo a scuola Gay.it ha contattato il Ministero della Pubblica Istruzione per poter avere un commento. Ci hanno detto che ci avrebbero richiamato. Non l’hanno fatto.
Le reazioni delle associazioni GLBTDall’Agedo, l’Associazione Genitori di Omosessuali…
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Le reazioni delle associazioni GLBT

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Dall’Agedo, l’Associazione Genitori di Omosessuali: «Siamo nuovamente qui a piangere un altro figlio, un altro ragazzo che si toglie la vita perché nessuno vuole occuparsi della violenza contro i nostri ragazzi, contro le nostre famiglie, contro la dignità dei nostri figli che sono omosessuali. Non siamo in grado di arrenderci, nonostante ci siano parlamentari, ecclesiastici e ministri della Repubblica che si divertono a fare del vero bullismo contro i nostri figli e le nostre figlie, insultandoli, definendoli anormali, malati pervertiti, invertiti, negando loro il diritto al rispetto e all’informazione corretta sulla propria identità nella scuola e nei centri educativi. Lottiamo contro il razzismo e l’omofobia, e per ricordare Marco, un altro Marco, non ci vogliamo arrendere. Piangendo però con la famiglia, che avrebbe potuto essere la nostra. Chiediamo al Ministro della Pubblica Istruzione che emani una direttiva specifica sull’omofobia, sulle pene risarcitorie per chi commette bullismo omofobo, e che sia messo in calendario da parte del Ministro la firma di un Protocollo d’Intesa per la prevenzione della violenza ai danni degli e delle adolescenti omosessuali».

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Arcigay chiarisce che sta emergendo solo la punta di un iceberg. Il Presidente nazionale, Sergio Lo Giudice, ricorda che «Da un’indagine (www.arcigay.it/schoolmates) finanziata dall’Unione europea e condotta nei mesi scorsi da Arcigay su quasi 500 studenti e insegnanti delle scuole superiori è emerso che più della metà dei ragazzi e delle ragazze (53,5%) sente pronunciare spesso o continuamente, a scuola, parole offensive come “finocchio” per indicare maschi omosessuali o percepiti come tali e i docenti tendono a sottovalutare il fenomeno del bullismo anti-gay. Da altre ricerche risulta inoltre che i tentativi di suicidio tra i giovani omosessuali sono il doppio di quelli dei coetanei etero. Di solito il fenomeno del bullismo anti-gay è aggravato dall’incomprensione della famiglia, che si aggiunge alla percezione di un diffuso rifiuto sociale. Per questo è ancor più intollerabile che, di fronte alla protesta di una madre attiva e coraggiosa, la scuola abbia minimizzato il problema».
Per Imma Battaglia, Presidente Dì Gay Project onlus, è ora di dire basta: «Non è possibile in un paese che si definisce civile, che un ragazzo di 16 anni si uccida perché accusato di essere gay (vero o falso che fosse). Di fronte a questo ennesimo suicidio non si può tacere. Anzi, non è un suicidio ma un vero è proprio omicidio; portato avanti da tutta la società omofoba, dai media che esasperano il dibattito pubblico, dalla politica che lo strumentalizza, dalla Chiesa che si è fatta voce di una battaglia omofoba senza precedenti. Ecco le conseguenze. Una battaglia ideologica che sta uccidendo, e ucciderà sempre di più. I media, i politici, la Chiesa devono assumersi le loro responsabilità di fronte alla violenza, figlia di scelte politiche irresponsabili».
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