In un’epoca in cui anche il pallone — quel dio di cuoio grasso e retorico — finge di piegarsi ai diritti umani, Nemanja Matic ha trovato il modo per ricordarci che l’omobitransfobia, nel calcio, non è mai davvero fuori gioco. Lo ha fatto con la grazia ruvida dell’uomo d’ordine: un pezzo di nastro adesivo bianco, posato con metodica ostinazione sul logo arcobaleno cucito sulla maglia del Lione per la giornata contro l’omobitransfobia. La stessa giornata in cui l’intera Ligue 1 — stadi, grafiche, telecamere — provava goffamente a dire: anche qui, anche tra questi gladiatori milionari, l’odio non deve abitare.

E invece abita eccome. Silenzioso, burocratico, come un’email di convocazione: Matic sarà ascoltato dalla commissione disciplinare il 4 giugno, come si ascolta un bambino sorpreso a scartare caramelle in chiesa. Ma non è un bambino, e il gesto non è ingenuo. È simbolico, chirurgico. È un rigetto.

Il calcio che smentisce se stesso

Il gesto di Matic fa il paio con il reiterato rifiuto di Mostafa Mohamed, attaccante egiziano del Nantes, che da tre anni diserta la giornata contro l’omofobia in nome della sua fede. Una fede che — a suo dire — rispetta tutti, ma non può tollerare un simbolo. In Francia, almeno, la maschera è caduta. Il ministro dello Sport ha parlato di “errore professionale”. Il Nantes ha multato il giocatore, destinando i soldi a un’associazione LGBTQIA+. Una toppa etica su un buco strutturale.

In Italia intanto, la serie A ha timidamente abbozzato la campagna “A + LOVE” tra arcobaleni proiettati e capitani fasciati da buone intenzioni. Ma di calciatori gay, apertamente tali, ce n’è uno solo: Jakub Jankto, che ha avuto l’ardire di baciare il proprio compagno sotto le luci crude dello stadio. Gli altri? Invisibili. Obbligati alla doppia vita. Oppressi non da una legge, ma da una curva.

Rosa, piume e blasfemia

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Lamine Yamal Gay.it Ronald Araujo
Lamine Yamal e la sua felpa rosa. E lo sfottò del suo compagno di squadra al Barcelona, Ronald Araujo

Mentre Matic incarta la coscienza con nastro adesivo, in Spagna un ragazzino — Lamine Yamal, 17 anni, genio totale del Barcellona — viene sbeffeggiato per una felpa rosa e pantaloncini troppo sexy. Ronald Araujo, veterano della virilità catalano-uruguaiana, ride: “Sembra la giacca di mia figlia”. È uno scherzo, certo. Eppure il peso è tutto sulle spalle del più giovane. Lo stesso peso che ha travolto il compagno Hector Fort, linciato sui social per aver posato sorridente con Brigitta Lamoure, drag queen catalana.

Fort ha taciuto. Yamal ha risposto come sanno fare i predestinati: con un gol, un rigore sbagliato, e i pantaloni ancora più giù. “E IN SEMIFINALE”, ha scritto. Non era una sfida. Era una dichiarazione d’intenti. Anatomia del futuro, per citare il suo coetaneo juventino, Kenan Yildiz: scarpe rosa, talento tedesco-turco, e la solita omofobia ficcanaso a chieder conto del colore, del corpo, del desiderio.

Il gesto, lo squarcio

Francia, il vile gesto di Nemanja Matic che nasconde il logo contro l'omobitransfobia - Kerstin Casparij bacia il polsino trans dopo il gol - Gay.it
Kerstin Casparij bacia il polsino con i colori della bandiera trans dopo il gol

Matic non è solo un calciatore che ha coperto un logo. È la radiografia di un sistema. In cui si può ancora “tacere” un simbolo, schermare un’idea, restare impuniti nella convinzione di avere ragione. Perché tanto, si dirà, non ha detto nulla. E invece ha detto tutto. Il corpo queer nel calcio è sempre un corpo assente, coperto, spinto fuori dal campo come da un fallo non sanzionato. Nemanja Matic ha solo reso visibile ciò che il calcio prova costantemente a coprire. Ma la toppa stavolta è diventata bandiera.

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