USA, le associazioni LGBTQIA+ incalzano i democratici: “Serve una risposta più forte all’odio della destra”

Dopo la disfatta del 2024, alcuni Dem tacciono sui diritti LGBTQIA+ per attrarre i moderati. Altri, come il governatore della California progressista, Gavin Newsom, fanno apertamente concessioni alla destra. Ma gli attivisti avvertono: “Non funzionerà”.

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Gavin Newsom, uno dei volti più progressisti dei Democratici e possibile candidato alle presidenziali 2028, ospite di Charlie Kirk: il governatore della California definisce “profondamente ingiusta” la partecipazione di atlete transgender nelle competizioni femminili.
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Se ancora non fosse chiaro, la comunità LGBTQIA+ negli Stati Uniti sta attraversando una delle fasi più drammatiche degli ultimi decenni. Mentre l’amministrazione Trump affonda il piede sull’acceleratore, smantellando diritti e protezioni con una ferocia tanto ostentata quanto senza precedenti, il Partito Democratico proprio come dalle nostre partiappare dall’altra parte incerto, impantanato tra l’esigenza di costruire una strategia elettorale vincente e il dovere di difendere i valori che, almeno sulla carta, dovrebbero definirlo.

A segnalare la frattura, una lettera congiunta firmata dalle principali organizzazioni per i diritti LGBTQIA+ – Human Rights Campaign, GLAAD, PFLAG e altre – che ha posto una questione tanto semplice quanto impellente: da che parte stanno, oggi, i Dem? 

La risposta non è affatto scontata. Se la sconfitta elettorale del 2024 ha lasciato il partito in stato confusionale, le prime mosse di alcuni suoi leader sembrano delineare una strategia della moderazione, nella convinzione che cedere qualcosa oggi possa garantire una vittoria domani.

Il problema, avvertono gli attivisti, è che quando si tratta di diritti fondamentali, il pragmatismo si trasforma in sinonimo di compromesso. E in questo scenario, ogni concessione non è un aggiustamento tattico, ma una vittoria per chi quei diritti vuole cancellarli. “Non si tratta di episodi isolati, ma di un attacco sistematico ai diritti civili, con la comunità LGBTQ+ usata come grimaldello per smantellare tutele che riguardano tutte le minoranze” si legge nella lettera, che mette in guardia da una strategia del GOP sempre più aggressiva e coordinata.

Stati Uniti, l’ultimatum delle associazioni ai Dem

Non è la prima volta che la comunità LGBTQIA+ si trova a dover richiamare alla coerenza il Partito Democratico. Ma il tono della lettera inviata al DNC segna un cambio di passo: meno appelli, più richiami diretti alla responsabilità. L’accusa è chiara: in nome di un’improbabile pacificazione con il GOP, alcuni democratici hanno iniziato a considerare la possibilità di cedere su temi fondamentali.

Alcuni esponenti del partito sembrano convinti che ammorbidire il proprio impegno sui diritti LGBTQ+ possa servire a trovare un punto d’incontro con l’elettorato più conservatore” scrivono gli attivisti. “Ma questa strategia è destinata a fallire. Non ci si può aspettare che chi vuole limitare i nostri diritti si fermi davanti a un compromesso: ogni concessione oggi aprirà la strada a richieste ancora più estreme domani. Serve una risposta più forte all’odio della destra”.

La comunità LGBTQIA+ è storicamente una delle basi elettorali più fedeli ai democratici, ma la pazienza sta dunque finendo. La richiesta è netta: il partito deve smettere di trattare i diritti delle persone queer come una questione negoziabile e deve assumere una posizione chiara e unitaria. Qualche segnale c’è, ma non è sufficiente. 

Non basta più una difesa passiva, come quella espressa con voti contrari alle proposte discriminatorie dei repubblicani: ciò che serve, dicono gli attivisti, è un’azione politica proattiva. Serve una leadership che non si limiti a reagire, ma che sappia dettare l’agenda e contrastare apertamente il linguaggio d’odio normalizzato da Trump e dal GOP. “Ciò che stanno facendo non è semplicemente attaccare i diritti delle persone LGBTQ+: vogliono riportare indietro di decenni l’intero impianto delle tutele per le minoranze. È lo stesso gruppo di politici che ancora oggi si oppone ai matrimoni egualitari e che considera l’esistenza delle persone transgender una minaccia”.

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Il timore, che diventa quasi una certezza leggendo tra le righe della lettera, è che parte del Partito Democratico stia invece scegliendo la prudenza non per una reale convinzione, ma per una questione di calcolo politico. Una prudenza che si traduce in titubanza, quando dall’altra parte c’è una macchina politica repubblicana che ha smesso di fingere moderazione e che lavora attivamente per smantellare ogni protezione legale per la comunità LGBTQIA+.

Per Gavin Newsom l’inclusione delle atlete trans è “profondamente ingiusta

Gavin Newsom è l’emblema perfetto della tensione che sta spaccando l’anima progressista del Partito Democratico. Governatore della California, in prima linea per i diritti LGBTQIA+ fin dai tempi in cui, da sindaco di San Francisco, sfidò lo status quo autorizzando i primi matrimoni egualitari, oggi è considerato uno dei candidati più quotati per la corsa alla presidenza del 2028.

Un alleato naturale della comunità LGBTQIA+, verrebbe da pensare. Eppure, nelle ultime settimane, Newsom ha sorpreso (e deluso) molti, scegliendo di sedersi al tavolo con il podcaster Charlie Kirk, uno dei volti più noti della destra ultraconservatrice, noto per la sua retorica anti-LGBTQIA+.

Durante l’intervista, Newsom ha definito “profondamente ingiusta” la partecipazione di atlete transgender nelle competizioni femminili—affermazione che, nonostante i successivi tentativi di ridimensionarla, ha fatto rumore. Strategia elettorale o convinzione personale? In entrambi i casi, il messaggio che arriva alla comunità LGBTQIA+ è chiaro: il sostegno non è più incondizionato, e la battaglia per i diritti sembra essere diventata, ancora una volta, merce di scambio per non alienarsi l’elettorato più moderato.

Ma Newsom non è il solo. La prudenza—per non dire il dietrofront—su questioni legate all’identità di genere e all’inclusione sembra ormai una tendenza strutturale tra i Democratici. Pete Buttigieg, il primo segretario di Stato apertamente gay, ha volutamente evitato negli ultimi mesi dichiarazioni sul tema, mentre il diplomatico Dem, Rahm Emanuel, ha invece apertamente suggerito che il partito dovrebbe abbassare i toni sul fronte delle politiche di diversità, equità e inclusione (DEI), per evitare di essere etichettato come troppo “identitario”.

Il problema? Questo spostamento al centro non è una novità, e non ha mai funzionato. Mentre il Partito Repubblicano radicalizza la sua crociata contro la comunità LGBTQIA+—con oltre 500 proposte di legge anti-LGBTQIA+ già depositate nel 2025—i Democratici sembrano convinti che l’unica strada per riconquistare voti sia quella di smorzare il proprio impegno progressista.

Abbiamo già visto dove porta questa strategia: non si può combattere l’estremismo con la moderazione. Chi oggi suggerisce di rimanere prudenti è lo stesso che, tra qualche anno, ci dirà che abbiamo perso troppo terreno per poterlo riconquistare”.

Se il prezzo della rielezione è la marginalizzazione di una delle sue basi più solide, il Partito Democratico rischia però di pagarlo molto caro. “I diritti civili non sono merce di scambio. Non esiste una versione annacquata della discriminazione che sia accettabile. O si sta dalla parte della comunità LGBTQ+ o si finisce per agevolare chi vuole eliminarci dallo spazio pubblico”.

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