Storia delle donne queer, è ancora tempo di lottare: dall’invisibilizzazione allo straightwashing

Saffo, Emily Dickinson, Ellen Degeneres, Cristina di Svezia, Mercedes de Acosta, Katherina Hetzeldorfer, Anne Lister e molte altre, tra nozioni e aneddoti.

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Storia delle donne queer - Kirsty Loehr - Le Plurali (2024)
Storia delle donne queer - Kirsty Loehr - Le Plurali (2024)
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È arrivato un libro ricco di aneddoti, di quelli che servono per zittire chi associa le donne lesbiche e queer a vecchi stereotipi e pregiudizi. Si intitola Breve Storia delle donne queer, di Kirsty Loehr autrice che lo scorso giugno è stata in Italia per un tour di presentazioni che ha coinvolto collettivi e associazioni.

Pubblicato da Le Plurali nella traduzione di Beatrice Gnassi (tra le fondatrici di questa casa bellissima editrice di libri d’autrice, intersezionale, nata a Firenze), gode della prefazione di Frad, che con Non facciamone un lesbodramma (pubblicato da Asterisco) ha regalato un graphic novel divenuto imprescindibile nella stanza di ogni lesbica d’Italia, fino a quando non verrà tradotto e lo sarà anche all’estero.

Storia delle donne queer - Kirsty Loehr - Le Plurali (2024)
Storia delle donne queer – Kirsty Loehr – Le Plurali (2024)

È proprio Frad ad introdurre uno dei dibattiti ricorrenti che Loehr affronta nel suo saggio irriverente, raccontando come, prima di diventare – tra le altre cose – la fumettista e comedian più amata dalla nostra comunità, fosse spaventata dall’idea dominante sulle lesbiche femministe, arrivando a farla sua:

Le lesbiche, le femministe, le donne queer le temevo, mi sembravano minacciose e giudicanti, pareva che volessero censurarmi, quando ero con loro non potevo per esempio oggettificare le ragazze che reputavo attraenti o dire parole offensive e sessiste, una vera ingiustizia!

 

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Frad introduce al tono dell’opera, ma chiede anche: come ci si decostruisce? Progressivamente, riconoscendo elementi fattuali che Storia delle donne queer esamina. E al di là dell’ironia che caratterizza Kirsty Loehr, c’è davvero molto su cui riflettere: l’invisibilizzazione, ad esempio, che omette – finché le riesce – le stesse esistenze delle donne e i loro diritti (come non pensare al trattamento riservato ad una scienziata quale fu Marie Curie, e vale per molte altre), ancor più se fuori della norma in quanto non eterosessuali e giudicate soprattutto in quanto non-madri.

L’autrice è sarcastica almeno quanto è determinata a denunciare certe prassi, incluse quelle che hanno colpito le esistenze lesbiche persino post mortem, come ad esempio lo straightwashing: da Saffo a Emily Dickinson, sono moltissime coloro che, pur non essendosi nascoste, hanno avuto accanto persone che hanno tentato goffamente di occultare il loro orientamento, beneficiando anche economicamente di ciò che avevano creato.

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In tempi più recenti, il coming out di Ellen Degeneres ne ha fatto un’icona che ha poi potuto – a differenza di altre – costruire attorno a sé un impero (messo in discussione dallo stesso staff del suo seguitissimo show, oggi chiuso), ma accade raramente a chi non decida di gestire il potere alla maniera degli uomini e che non sia la più potente del circondario, come Cristina di Svezia, la regina che praticava il gender bending.

Una piacevole sorpresa nel libro di Loehr è la sua capacità di immaginare come possano essere andate realmente le cose quando di un certo episodio del passato non rimangono che alcune tracce. Ad esempio quando ci offre ipotetici dialoghi, come quello tra abitanti di Lesbo: non abbiamo bisogno di prove che non troveremmo per apprezzare la sua ricostruzione, perché i concetti che esprime sono chiarissimi. E non manca di ricordare le conseguenze nefaste dei fondamentalismi religiosi e del periodo coloniale.

Ma dove c’è Storia c’è anche una moltitudine di microstorie, con annesse curiosità e aneddoti. Sapevate che i termini arabi per nominare le donne che amano altre donne (sahq, sihaq e sihaqa) hanno origine dai verbi “sfregare” e “pestare”, “come il pesto, il guacamole o la vagina?” O che gli antenati di dildo e cinture falliche si usavano sicuramente già dal Quattrocento?

E quando sembrerà che Loehr prediliga raccontare le regine della festa queer o quanto meno le seduttrici seriali (come Mercedes de Acosta, Katherina Hetzeldorfer o Anne Lister) sarà il momento di scoprire Wu Zao, scrittrice e artista cinese vissuta nell’Ottocento, che pur non essendo destinata ad imparare a leggere a scrivere – la sua classe sociale non era ritenuta degna di farlo – diventò un riferimento della classe lavoratrice.

Questa Storia, i suoi tentativi di cancellazione, sono una costante in tutti i rapporti di potere: c’è sempre una forma di cancellazione e qualcuno che la esercita pensando di spuntarla in modo definitivo. Leggendo Loher allora sorridiamo e ci arrabbiamo, troviamo nuove sodali e ci facciamo dei nemici virtuali, ma soprattutto, pagina dopo pagina, ci rendiamo conto che nonostante un’evoluzione ci sia stata, la lotta delle donne queer è ancora in corso, come una missione non certo evangelizzatrice, ma trasformativa, innanzitutto per chi la vive.

© Riproduzione riservata.

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