Tra le centinaia di ordini esecutivi firmati al suo primo giorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha imposto anche la sospensione per 90 giorni di tutte le attività dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (USAID) – uno dei principali strumenti di promozione dei diritti umani, dello sviluppo economico e della lotta alle disuguaglianze a livello globale.
Ufficialmente, l’obiettivo sarebbe quello di “rivedere” l’impiego dei fondi federali all’estero, ma per molti questa mossa si traduce nell’ennesimo, inquietante passo verso il disimpegno dagli ideali che, per decenni, hanno definito il ruolo degli Stati Uniti come pilastro della scena globale.
L’USAID non è infatti soltanto un’agenzia di aiuti umanitari, ma un vero e proprio strumento di soft power, capace di consolidare l’influenza americana nei paesi in via di sviluppo. Al netto delle critiche sul suo approccio – spesso accusato di avere sfumature neocolonialiste, portando avanti un’agenda che promuove valori e standard occidentali – non si può ignorare il ruolo essenziale che ha svolto in contesti segnati da instabilità e povertà cronica. La sua inattività, anche temporanea, si traduce in conseguenze dirette: milioni di persone private di assistenza sanitaria, programmi salvavita bloccati, ONG a tematica LGBTQIA+ paralizzate nel loro operato sul campo.
Con un gesto tanto rapido quanto drastico, Trump mette dunque in discussione anni di impegno internazionale, ridisegnando l’immagine degli Stati Uniti da guida globale a un attore sempre più chiuso in se stesso. Le ripercussioni non sono però solo politiche o economiche, ma profondamente umane: chi oggi dipendeva da quei fondi si trova improvvisamente senza una rete di sicurezza, mentre altri paesi (Russia, Cina…), con agende decisamente meno trasparenti, sono pronti a colmare il vuoto lasciato da Washington.
Cos’è l’USAID e perché conta
Facciamo un passo indietro. Fondata nel 1961 sotto l’amministrazione Kennedy, l’USAID nacque con un obiettivo preciso: consolidare gli Stati Uniti come pilastro dei diritti umani e civili a livello globale – non certo senza un tornaconto. Ma al di là del fine, è il mezzo che conta: negli anni, l’agenzia si è impegnata a sostenere i paesi in difficoltà nello sviluppo di economie stabili, nel miglioramento delle condizioni di vita e nella tutela dei diritti fondamentali, coniugando la promozione degli ideali democratici con interessi strategici di politica internazionale. Solo nel 2023, sono stati erogati ben 66 miliardi di dollari, pari al 30% degli aiuti del blocco OCSE-DAC verso i paesi in via di sviluppo.
Se diversi critici dipingono dunque l’USAID come un sofisticato strumento di colonialismo e suprematismo celato sotto il velo della difesa dei diritti umani, è impossibile negare il profondo impatto che questa agenzia ha avuto nel migliorare le vite di milioni di persone.
Tra i suoi progetti più noti c’è infatti il PEPFAR, il Piano di Emergenza del Presidente per la Lotta all’AIDS, che ha garantito l’accesso a farmaci salvavita contro l’HIV/AIDS a milioni di persone nei paesi più poveri, contribuendo nel contempo a ridurre lo stigma associato alla malattia in molte società.
L’USAID ha poi avuto anche un ruolo determinante nella tutela e nella promozione dei diritti LGBTQIA+ a livello globale e a 360°, anche nei contesti più conservatori. Pensiamo ai paesi del blocco ex sovietico, come la Bulgaria, dove i fondi statunitensi hanno permesso a ONG a tematica queer come Dajstvie di operare ed organizzare eventi come il Sofia Pride in un paese problematico come la Bulgaria, fornendo risorse essenziali per promuovere visibilità e protezione in contesti ostili. Ma oggi, con gli USA stessi a limitare le tutele e a scagliarsi per invisibilizzare orientamenti e identità non conformi sulla linea del Project 2025, non c’è da stupirsi se questo impegno non sia più tra le priorità.
L’impatto della sospensione
La sospensione improvvisa decisa da Trump ha dunque avuto conseguenze immediate e devastanti. Gruppi che operano in contesti di emergenza, come bonificatori di mine, operatori sanitari e associazioni umanitarie, sono stati costretti a interrompere immediatamente le attività.
In Sudafrica, le cliniche per il trattamento dell’HIV sono state costrette a chiudere i battenti al day one, lasciando migliaia di pazienti senza accesso ai medicinali essenziali. “Non possiamo permetterci 90 giorni: ci costeranno vite”, ha dichiarato Sibongile Tshabalala, presidente della Treatment Action Campaign.
L’ordine non ha però colpito solo i beneficiari diretti, ma anche il personale delle ONG, molte delle quali operano già con margini finanziari esigui. Molti operatori hanno perso il lavoro, mentre i leader delle organizzazioni sono alla disperata ricerca fondi alternativi o esenzioni temporanee.
Tuttavia, l’atmosfera di incertezza e il timore di ritorsioni interne hanno paralizzato anche i funzionari dell’USAID, costretti a ottenere approvazioni di alto livello per qualsiasi comunicazione esterna. Pena, pesantissime sanzioni amministrative.
Un funzionario, parlando al Guardian sotto anonimato, ha descritto il clima all’interno dell’agenzia come “teso e oppressivo”. Le richieste di esenzione, ha aggiunto, sono percepite come atti di sfida. E dunque in molti preferiscono salvare il proprio posto di lavoro, nella speranza di un trasferimento dalla morente USAID ad altri uffici.
Gli USA si ritirano, chi prenderà il loro posto?
Come accennato, milioni di persone nei paesi in via di sviluppo dipendono dai programmi finanziati dall’USAID per la loro sopravvivenza. I farmaci contro l’HIV forniti dal PEPFAR richiedono una distribuzione costante per essere efficaci. “Questo blocco strapperà i medicinali dalle mani di adulti, bambini e giovani nei paesi supportati”, ha dichiarato Asia Russell, direttrice esecutiva di Health GAP.
Anche i rifugiati appena arrivati negli Stati Uniti stanno pagando il prezzo di questa decisione. Senza fondi, organizzazioni come Global Refuge non possono garantire assistenza per l’alloggio, il cibo e i corsi di lingua necessari per iniziare una nuova vita. “Siamo già al limite”, ha affermato Krish O’Mara Vignarajah, CEO dell’organizzazione, avvertendo che migliaia di famiglie potrebbero essere sfrattate o lasciate senza sostegno alimentare.
Il blocco, inoltre, minaccia anche i programmi di finanziamento militare estero. Sebbene siano stati esentati i fondi destinati a Israele ed Egitto, i miliardi destinati ad altri paesi strategici, come Ucraina, Giordania e Taiwan, sono nel limbo.
Non è del resto la prima volta che i repubblicani mettono in discussione il valore degli aiuti esteri, ma la sospensione dell’USAID sembra essere il punto di rottura. Gli Stati Uniti, il maggiore donatore umanitario al mondo, rischiano di perdere credibilità e influenza, proprio mentre competono con potenze come Cina e Russia per il controllo geopolitico.
