Turchia, è la fine di Erdoğan? Caos, proteste e liberazione: chi è Ekrem İmamoğlu, sindaco arrestato dal tiranno

Il governo turco reagisce come una bestia braccata: colpisce, azzanna, tenta di sopravvivere strappando brandelli di Stato di diritto. Ma la società civile, stremata e insieme lucida, non è più disposta a restare in silenzio.

Ascolta:
0:00
-
0:00
turchia-proteste-erdogan-imamoglu
Mentre l’inflazione galoppa al 40%, la lira turca si sbriciola sotto i colpi di una crisi finanziaria senza precedenti, e il malcontento sociale si fa sempre più denso e trasversale.
5 min. di lettura

Durante una manifestazione ad Antalya, un giovane travestito da Pikachu viene ripreso mentre fugge da una carica della polizia. In poche ore, il video fa il giro del web, scoperchiando il vaso di Pandora del grottesco quotidiano turco.

Anno (della Famiglia) 2025. Nessuno avrebbe mai creduto possibile che, in un Paese candidato UE, un avversario politico potesse essere eliminato con un colpo di mano giudiziario. Eppure, è esattamente ciò che è accaduto sotto il governo paranoico di Recep Tayyip Erdoğan. Ekrem İmamoğlu, il sindaco di Istanbul e principale figura dell’opposizione laica e repubblicana (CHP), è stato arrestato, con un’accusa di corruzione che non convince però nessuno.

Come se non bastasse, la sua laurea è stata invalidata — in modo altrettanto sospetto — escludendolo di fatto dalla corsa presidenziale del 2028. Una manovra tanto brutale quanto trasparente, che ha acceso la miccia di una nuova ondata di proteste non autorizzate, che da giorni infiammano le piazze turche nonostante i divieti e la repressione.

Sì, perché mentre l’inflazione galoppa al 40%, la lira turca si sbriciola sotto i colpi di una crisi finanziaria senza precedenti, e il malcontento sociale si fa sempre più denso e trasversale, la risposta del presidente sembra essere una sola: una repressione che ha sfruttato sin da subito — e continua a sfruttare — le minoranze vulnerabili per diffondersi a macchia d’olio su tutto l’impianto istituzionale.

Ed è in questo clima che, il 21 febbraio scorso, diversi attivisti dell’organizzazione Kaos GL — tra le più storiche e attive nella difesa dei diritti LGBTQIA+ in Turchia — sono stati arrestati ad Ankara. Tra loro anche Yıldız Tar, giornalista e caporedattore dell’omonimo portale, accusato di appartenere a un gruppo armato nell’ambito di un’indagine che prende di mira il Congresso Democratico dei Popoli (HDK), un’organizzazione di sinistra impegnata nella lotta contro le discriminazioni etniche, religiose e di genere. Un’accusa che pare confezionata su misura, più per zittire una voce scomoda che per fermare un reale pericolo alla sicurezza dello Stato.

Del resto, la linea era già stata tracciata da Erdoğan a inizio anno, quando proclamava il 2025 “l’Anno della Famiglia” – esclusivamente eterosessuale e tradizionale. Il messaggio era chiaro e inequivocabile: chiunque non rientri in questo perimetro normativo e simbolico — persone queer, attivisti, oppositori politici — può essere sacrificato senza troppi complimenti sull’altare del consenso populista.

Circolano infatti da settimane indiscrezioni su un nuovo disegno di legge, modellato sulla scia delle leggi anti-LGBTQ+ in vigore in Russia e Ungheria, che vorrebbe punire la cosiddetta “propaganda LGBT” e vietare ogni forma di espressione queer, in pubblico come in privato. Una strategia già collaudata in altri regimi autoritari, che serve a creare un nemico comune utile a distrarre dalle reali responsabilità politiche ed economiche.

La Turchia di Erdoğan prepara una legge anti-LGBTIAQ+ di stampo totalitario: le persone queer saranno cancellate dallo spazio pubblico

La borsa di Istanbul ha dunque aperto in negativo, alcune agenzie di rating si stanno ritirando, la fiducia internazionale scricchiola, ma il leader di Ankara, piuttosto che aprire un dialogo, intensifica lo scontro. E a questo punto la domanda non è più se, ma quando e come il consenso del suo regime, già profondamente incrinato, inizierà a crollare definitivamente.

Turchia, le proteste che Erdoğan non riesce più a nascondere

Ogni sera, migliaia di persone si radunano davanti al municipio di Istanbul. È Sarachane il nuovo cuore pulsante della rabbia collettiva. Le immagini che arrivano sono potenti: ventenni cresciuti sotto un governo che non hanno mai scelto, donne, religiosi, laici, studenti, curdi, simpatizzanti di sinistra ma anche di destra. Tutti accomunati dalla volontà di sostenere un’alternativa democratica e civile al dominio ventennale del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP).

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

Ma se le piazze si riempiono, i media turchi si svuotano. Il governo ha imposto restrizioni sulle trasmissioni che raccontano le proteste. Il sindacato dei giornalisti denuncia l’arresto di almeno nove reporter, molti dei quali fotografi noti, colpevoli solo di aver fatto il proprio lavoro. Le immagini che trapelano raccontano di gas lacrimogeni, cariche, manganelli. Più di mille manifestanti sono stati arrestati. L’informazione, quella libera, è dunque il primo bersaglio di un regime che ha compreso come il vero potere non risieda solo nelle urne, ma nello spazio pubblico — e nella sua narrazione.

turchia-proteste-erdogan-imamoglu (2)
Una manifestante regge un cartello: “L’unica cosa libera in questo paese è l’inflazione”

Erdoğan, del resto, conosce bene la dinamica di piazza: nel 2013 affrontò le proteste di Gezi Park, allora spinte da rivendicazioni ambientali, e sin da 2015 le autorità sono chiamate a reprimere le manifestazioni Pride. Oggi, però, lo scenario è diverso. Non si parla di frange specifiche della società turca. C’è un popolo intero che reclama un futuro diverso, e che non si accontenta più di repressione e propaganda.

Chi è Ekrem İmamoğlu, l’uomo che fa tremare Erdoğan

İmamoğlu è, del resto, tutto ciò che Erdoğan teme: un leader carismatico, trasversale, capace di parlare ai curdi senza alienare i conservatori, un politico capace di includere e rappresentare, anziché dividere e dominare. È riuscito a strappare Istanbul all’AKP nel 2019, con una vittoria che ha avuto il sapore della svolta storica. Ha vinto nuovamente nel 2024. E ora, nonostante l’arresto e l’esclusione forzata dalle presidenziali, è stato eletto con plebiscitaria partecipazione (15 milioni di votanti) come unico candidato alle primarie del CHP.

La sua popolarità poggia su una visione politica moderata e concreta, ma anche su un’apertura culturale che lo distingue nettamente dai suoi avversari. Anche sulle tematiche LGBTQIA+, spesso tabù nella società turca, İmamoğlu ha mostrato coraggio e dignità istituzionale. Dopo il divieto al Pride di Istanbul nel 2019, dichiarò di non voler mai discriminare o mettere in discussione alcuna forma di vita, credo o filosofia. Un anno dopo, sottolineò il dovere dell’amministrazione nel proteggere i diritti civili della comunità LGBTQIA+, pur riconoscendo che la società turca non era ancora pronta per il matrimonio egualitario.

Il suo impegno non si è però fermato alle parole. Sotto la sua amministrazione, una persona apertamente LGBTQIA+ è stata eletta nel Consiglio Urbano di Istanbul: un fatto senza precedenti in Turchia. Ha anche criticato apertamente il divieto del Pride, rimarcando il diritto della comunità a manifestare pacificamente. Scelte che non sono passate inosservate: Erdoğan lo ha più volte accusato, in tono dispregiativo, di essere “pro-LGBT”, attaccando lui e tutto il CHP. Ma forse è proprio questa capacità di parlare a tutte e tutti, senza paura di perdere consensi, a renderlo il nemico perfetto per un regime che ha costruito la sua legittimità sulla paura e sulla polarizzazione.

Turchia, è la fine di Erdoğan? Caos, proteste e liberazione: chi è Ekrem İmamoğlu, sindaco arrestato dal tiranno - turchia proteste erdogan imamoglu 3 - Gay.it

A oggi, le elezioni presidenziali sono previste tra tre anni. Ma Erdogan sta preparando il terreno per riscrivere le regole del gioco. Una riforma costituzionale gli permetterebbe di candidarsi ancora una volta, aggirando il vincolo dei due mandati. Ma per farlo ha bisogno di numeri. E così, mentre reprime l’opposizione laica, flirta con le frange curde più moderate, rispolverando negoziati con il leader del PKK Abdullah Öcalan e aprendo a un’ipotetica operazione di pace — almeno sul piano mediatico.

Ma l’economia lo tradisce. L’inflazione è fuori controllo, la disoccupazione cresce, la fiducia degli investitori si sgretola. Anche i pensionati, un tempo base elettorale solida, iniziano a voltargli le spalle. La repressione diventa così l’ultimo, disperato tentativo di un potere che si sente assediato. Ma forse, come spesso accade, è proprio in questi momenti che i regimi iniziano davvero a scricchiolare.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.