La Turchia di Erdoğan prepara una legge anti-LGBTIAQ+ di stampo totalitario: le persone queer saranno cancellate dallo spazio pubblico

Carcere per chi osa sfidare il concetto di "sesso biologico" e per chi celebra anche solo simbolicamente un'unione tra persone dello stesso sesso: la nuova offensiva repressiva del governo Erdoğan.

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Ondata di reazioni indignate dalla politica e dalla società civile: "sarà un incubo".
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L’ossessione della destra reazionaria per la comunità LGBTQIA+ si conferma il collante ideologico delle nuove forme di autoritarismo. Dalla raffica di ordini esecutivi emessi dall’amministrazione Trump negli USA alla repressione sempre più severa di qualsiasi elemento di disturbo nella distopia eteropatriarcale voluta da Vladimir Putin in Russia, la morsa si stringe sempre di più attorno alle persone queer, bersaglio prediletto di leggi che non mirano solo alla repressione, ma alla loro cancellazione dallo spazio pubblico.

L’ultimo fronte di questa offensiva globale si apre in Turchia, dove l’esecutivo omobitransfobico e anti-diritti di Erdoğan – grato alla premier italiana per tutte le sue crociate ideologiche – prepara una nuova stretta sulle identità LGBTQIA+ con un disegno di legge che, se approvato, criminalizzerebbe del tutto l’esistenza pubblica delle persone queer in un paese dove la repressione ha già raggiunto livelli critici.

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La bozza, attualmente in fase di elaborazione presso il Ministero della Giustizia, introduce emendamenti al Codice Civile e al Codice Penale che, nei fatti, sancirebbero la fine della già precaria libertà delle persone LGBTQIA+ in Turchia, nel bel mezzo di un’escalation di censura, violenza e restrizioni: già dal 2022 il governo reprime Pride e arresta centinaia di manifestanti durante le parate.

L’annuncio arriva nel quadro di una più ampia campagna ideologica promossa dal governo turco sotto la bandiera del 2025 come “Anno della Famiglia. Un’iniziativa che, dietro lo slogan del rafforzamento dei valori tradizionali, cela una politica sistematica di repressione delle minoranze sessuali e di genere, in perfetta sintonia con i trend autoritari globali.

Erdoğan, che da anni ripete che la comunità LGBTQIA+ è una “minaccia per la società, sembra infatti ispirarsi oggi direttamente alla strategia repressiva di Putin e ai modelli della destra trumpiana, per consolidare il proprio potere facendo leva su una retorica conservatrice che criminalizza la diversità.

Turchia, cosa prevede il disegno di legge anti-LGBTQIA+

Le modifiche proposte al Codice Civile e al Codice Penale dal nuovo disegno di legge, andrebbero ad imporre restrizioni draconiane, colpendo in maniera chirurgica ogni aspetto della vita delle persone LGBTQIA+: dall’identità di genere all’espressione pubblica, fino alla possibilità stessa di organizzarsi per rivendicare i propri diritti.

Una delle misure più violente riguarda il percorso di transizione e affermazione di genere, che verrebbe reso ancora più tortuoso e punitivo. Il governo intende alzare a 21 anni l’età minima per accedere al riconoscimento legale del genere, ignorando completamente il parere degli esperti di salute mentale e i bisogni delle persone transgender.

Come se non bastasse, per ottenere il cambio anagrafico del sesso tornerebbe l’obbligo di sterilizzazione, un requisito aberrante che la Corte Suprema turca aveva già dichiarato incostituzionale nel 2017. Non solo: chiunque decidesse di intraprendere la transizione all’estero rischierebbe, al rientro in Turchia, di incorrere in sanzioni penali.

Ma la repressione non si ferma qui. Proprio come negli USA, la proposta di legge trasformerebbe infine il concetto di “sesso biologico” in un parametro giuridico assoluto nel Codice Penale turco. Qualsiasi manifestazione pubblica di un’identità di genere non conforme – come quella non binaria – verrebbe dunque equiparata a oscenità e atto contrario alla morale pubblica.

Non si parla più solo di censura, ma di criminalizzazione: chiunque venga accusato di “promuovere, elogiare o incoraggiare comportamenti contrari al sesso biologico assegnato alla nascita” rischierebbe da uno a tre anni di carcere. Un sistema repressivo così pervasivo che potrebbe colpire chiunque: attivisti, giornalisti, influencer, persino insegnanti e operatori sociali.

E la stretta non risparmia neanche le relazioni personali. Se due persone dello stesso sesso decidessero di celebrare simbolicamente la loro unione, anche senza alcun valore legale, potrebbero essere punite con una pena detentiva fino a quattro anni. È il trionfo dell’ingegneria giuridica applicata alla discriminazione: ogni traccia di esistenza queer deve essere eliminata, ogni legame affettivo non conforme al modello eteronormativo va reso un reato.

E così, il governo si prepara anche a smantellare ogni forma di resistenza: le associazioni per i diritti queer verrebbero messe fuorilegge, con la possibilità di sciogliere qualsiasi organizzazione colpevole di promuovere la famigerata “propaganda gender”, un concetto volutamente vago e indefinito.

I media sarebbero poi sottoposti a una sorveglianza ferrea: qualsiasi contenuto LGBTQIA+ potrebbe essere censurato dall’Autorità radiotelevisiva RTÜK e dall’Agenzia per le tecnologie delle comunicazioni BTK, rendendo impossibile persino parlare pubblicamente dell’esistenza delle persone queer.

Nel frattempo, le forze dell’ordine riceverebbero nuovi poteri per impedire qualsiasi raduno, consolidando il divieto assoluto di Pride e manifestazioni – già ufficiosamente in vigore dal 2015.

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L’inasprimento delle politiche anti-LGBTQIA+ non è altro che l’ennesimo riflesso di una più ampia svolta nazionalista e ultraconservatrice da parte dell’AKP, il partito-nazione di Erdoğan. Il presidente turco ha fatto della retorica anti-LGBTQIA+ un pilastro del suo governo, assimilando le rivendicazioni queer a una minaccia alla stabilità della società turca.

Nel gennaio 2025, durante un congresso del partito, Erdoğan aveva definito le identità LGBTQIA+ “una perversione importata dall’Occidente, sostenendo che la Turchia debba “difendersi” da un complotto globale volto a minare la famiglia tradizionale. Un linguaggio che richiama in maniera diretta le teorie complottiste della destra radicale americana e russa, sempre più impegnata a costruire una narrativa in cui le persone LGBTQIA+ vengono dipinte come un nemico da combattere.

Turchia anti-LGBTQIA+, le reazioni politiche e della società civile

Come prevedibile, l’annuncio del disegno di legge ha acceso un’ondata di reazioni politiche e sociali in Turchia, scatenando un fronte compatto di opposizione che va dalle forze progressiste in Parlamento fino alle piazze digitali, dove la comunità LGBTQIA+ e i movimenti per i diritti umani si stanno mobilitando per fermare l’ennesimo tentativo di repressione di Stato.

Per l’opposizione politica, questa bozza di legge è un attacco frontale alla Costituzione e ai principi fondamentali dello Stato di diritto. Gökçe Gökçen, deputata del Partito Repubblicano del Popolo (CHP), l’ha definita senza mezzi termini “un incubo”: il governo sta tentando di introdurre un provvedimento “anti-scientifico, discriminatorio e ignorante di cosa siano orientamento sessuale e identità di genere”, e il vero obiettivo non sono solo le persone LGBTQIA+, ma chiunque rifiuti la deriva autoritaria dell’esecutivo. A suo avviso, chi ha redatto il testo sembra aver seguito un’unica direttiva: “violiamo ogni articolo della Costituzione e vediamo cosa succede”.

Özgül Saki, parlamentare del Partito della Parità e della Democrazia, inquadra la questione in una prospettiva più ampia, paragonando la manovra turca alle derive autoritarie di Ungheria e Russia, dove l’omofobia di Stato è diventata una leva politica per consolidare il potere. A suo dire, il governo sta semplicemente replicando una strategia già collaudata: “tutti questi regimi fascisti usano il concetto di famiglia per giustificare politiche repressive e hanno sempre bisogno di un nemico”.

Se la politica si muove nelle istituzioni, la risposta più immediata e viscerale è però arrivata immediatamente dalla società civile. Alla fine di febbraio, hashtag anti-Erdogan e pro LGBTQIA+ sono esplosi sui social media turchi, trasformandosi in una campagna di protesta digitale che ha mobilitato migliaia di utenti, uniti dall’urgenza di opporsi a un progetto di legge che minaccia di sancire per decreto la cancellazione delle persone LGBTQIA+ dallo spazio pubblico.

Il 6 marzo, quindici organizzazioni LGBTQIA+ turche hanno firmato una dichiarazione congiunta di condanna, affermando con chiarezza che questa legge “aggraverà la discriminazione e la violenza” già sistematicamente subite dalla comunità queer nel paese. Nello stesso comunicato, si ribadisce che il provvedimento non è solo moralmente aberrante, ma costituzionalmente insostenibile, in quanto “viola sia la Costituzione turca che gli accordi internazionali firmati dal Paese”. La richiesta ai legislatori è diretta e inequivocabile: bocciare senza esitazioni una legge che segna “un grave passo indietro per la pace sociale, la democrazia e i diritti umani”.

Persino l’Ordine degli Psicologi ha scelto di prendere posizione con un lungo comunicato: “Ci troviamo di fronte a queste politiche nel contesto di un’ascesa globale della destra neoliberista, in Turchia e nel mondo, una destra che nega i valori fondamentali dell’essere umano, della vita e di tutti gli esseri viventi. Un’ideologia che non tollera il pluralismo, tenta di mettere a tacere ogni voce di dissenso e nega il diritto all’esistenza a chiunque non rientri nei suoi rigidi parametri di accettabilità”.

Nel frattempo, la mobilitazione si sta estendendo a livello internazionale. Amnesty International e Human Rights Watch hanno già denunciato il clima ostile e le crescenti minacce ai diritti LGBTQIA+ in Turchia, mentre il Comitato Helsinki Norvegese e numerose organizzazioni Pride scandinave hanno condannato il progetto di legge, accusandolo di mirare a “cancellare le persone LGBTQIA+ dalla vita pubblica e legittimare la discriminazione di Stato”. Le associazioni turche per i diritti umani, insieme ai movimenti femministi e ai collettivi queer come Kaos GL, Lambdaistanbul e SPoD, stanno moltiplicando gli appelli alla solidarietà nazionale e internazionale, consapevoli che questa battaglia va oltre i confini del paese. Il messaggio degli attivisti è chiaro: “siamo usciti da quell’armadio una volta, non ci rientreremo mai più”.

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