Tiziana Cantone se avesse potuto si sarebbe rivolta direttamente ai suoi aguzzini, avrebbe detto basta, non ce la faccio più. Ma non c’era più nessuno a cui potesse dirlo. Da qui l’estrema ratio, il foulard attorno al collo. La 31enne del video diventato un vero e proprio tormentone trash su internet– Stai facendo un video? Bravo – ha sperimentato sulla sua pelle l’impersonalità della rete, che usa i singoli individui come puro appoggio per replicarsi, per alimentarsi, continuando a crescere, a espandersi finché c’è del carburante di interesse, da qualche parte nel mondo. Un’impersonalità priva di volto che proprio per questo risulta irrefrenabile, che ha la stolidità delle leggi di natura, della caduta dei gravi, delle maree, dei fenomeni fisici. Internet è la concrezione massima della nostra indifferenza. È una diffusione anonima ed esponenziale, in cui la decisione iniziale spesso, una volta inserita nel sistema, non può più essere revocata.

La storia del video di Tiziana e del suo tragico epilogo è la storia dell’alleanza tossica tra cultura maschilista e onnipotenza del web, un’alleanza in cui a rimetterci sono ovviamente, neanche a dirlo, sempre le donne, perché rese, volutamente, sesso debole e perché contro di loro si schierano non solo gli uomini che le giudicano e le umiliano, ma anche le donne stesse, quelle che accusano e insultano con gusto sadico, avendo assorbito egregiamente i valori del maschio dominante, del capo branco. Pressoché ovunque il femminile diventa più facilmente oggetto di ridicolizzazione, parodia, dileggio, rispetto al maschile. La dignità delle donne è di base molto meno radicata: basta un niente che la faccia viene persa e la persona si fa personaggio, definizione, categoria, tipologia umana – la troia, il cesso, la brava ragazza.

A margine del doveroso cordoglio ci dev’essere allora anche la consapevolezza che casi come questo chiedono di ripensare l’idea che abbiamo di Internet. Abbiamo bisogno di dichiarare la fine dell’idea di virtuale: Internet è la realtà, produce effetti assolutamente concreti – che sanno divenire inusitati, devastanti, estremi. La storia di Tiziana è anche la storia dell’irreversibilità di quelle immagini, di quelle parole.

Il tempo in questa storia, per Tiziana, non passava più, Tiziana era stata inchiodata lì, fissata come una farfalla nella teca delle poco di buono. Si è appellata al diritto all’oblio, mediante i suoi legali, ma gli strumenti tradizionali della giurisprudenza hanno rivelato la loro inadeguatezza nello stare al passo coi tempi moderni: troppo lenti, troppo blandi. Il potere della rete è enorme, ingestibile, senza territorio, senza volto. Sovrannaturale. Come ogni Dio che si rispetti, non risponde, non interagisce, non ascolta il pianto degli uomini. Figuriamoci quello delle donne.

Questa è soprattutto una storia sulle sorti del femminile in questo paese. Il femminile che viene normato, sottoposto a una legge non scritta e iper-estesa. La storia di Tiziana non è inimmaginabile al maschile, non sarebbe mai, mai potuta accadere ad un uomo: perché il sesso non infanga il nome di un maschio, il valore di un uomo non può mai essere diminuito dai suoi rapporti sessuali. Semmai solo aumentato. Sono le regole del gioco, vecchie come il mondo. L’uomo colto sul momento del godimento al massimo strappa una risata che non lascia molte tracce, una donna invece diventa virale, diventa il bersaglio contro cui tutti prendono la mira e infieriscono. Come se i troia, i puttana non si andassero a conficcare in un corpo, quello stesso corpo che avrà certo goduto, pubblicamente, sfacciatamente, ma che può pure tremare, piangere, invocare pietà.

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Invece sono state fatte magliette, parodie, cartoline digitali e remix, ma la pietà non è arrivata. Non era prevista, non poteva arrivare. Si è aggregata invece in brevissimo tempo un’Inquisizione beffarda e sfacciata, una caccia alla strega dal registro non drammatico, ma pecoreccio. Un’Inquisizione che non prevedeva l’attacco diretto al corpo della strega-puttana, quanto piuttosto la sua rovina morale, la distruzione del suo nome e della sua dignità, l’eclisse della sua umanità, dell’umanità di Tiziana, schiacciata su quel rapporto orale, su quella frase. Ora si legge che Tiziana era una escort, un’aspirante pornostar e il sottotesto è sempre lo stesso: non era una persona normale, quello che le è successo è coerente con la sua sessualità borderline, estrema, deviata. Se era una prostituta tutta la sua storia in qualche modo si risolve, inquieta di meno. Perché?

Cosa ci guadagnavano i suoi aguzzini nel tormentarla e cosa ci guadagnavano l’uomo e la donna della strada nel perpetrare lo sputtanamento? L’euforia della gogna, dello stare dalla parte dei lanciatori di pietre, dei lapidatori? E poi, che altro? Il senso di essere migliori, che da quella vergognosa esposizione della propria animalità noi siamo immuni? Chissà.

Tiziana aveva provato a trasferirsi, dalla provincia di Napoli alla Toscana, aveva fatto causa alle persone che avevano dato il la alla sua persecuzione, aveva richiesto il cambio del nome per provare a lavare via l’onta della donna che scopa, della Maria Maddalena senza conversione, senza Gesù (maschio) che viene a salvarla, a ricomporne la dignità. Le ha provate tutte, ha tentato come ha potuto di cancellare ciò che era stato, ma internet è ovunque, non concede niente. L’effetto è un po’ quello di una storia horror, solo che la casa infestata era grande come tutta una città, come tutto il nostro Paese. Uscirne vive non era possibile.

Internet fa sì che frammenti di vita privata possano diventare improvvisamente pubblici, finendo sottoposti a un giudizio che non dovrebbe occuparsi di loro. Tiziana è morta non perché ha fatto un pompino, ma perché il suo pompino è diventato pubblico. Ed è soprattutto sul pubblico che il dominio patriarcale si applica: il patriarcato è soprattutto un codice per il visibile, per come bisogna mostrarsi al mondo, un insieme inflessibile di norme per mantenere il controllo dei corpi, dei gesti, delle relazioni sotto lo sguardo degli altri.

La colpa è certamente di quelli che hanno fatto circolare il video. Ma se queste persone l’hanno fatto e hanno trovato divertente farlo è perché c’era e c’è uno sfondo condiviso che l’ha permesso, che rendeva sensato, divertente, figo farlo. Se non ci fosse stata una precisa cultura a sorreggere il dispositivo sociale che ha spammato il video in giro per il mondo, il video avrebbe avuto vita breve. Non sarebbe andato lontano e Tiziana, neanche a dirlo, starebbe ancora a fare pompini.

Jonathan Bazzi

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