Jonathan Bazzi sommerso da insulti sui social de Il Fatto Quotidiano

Tutto è partito da un articolo sul Corriere nel quale Bazzi, scrittore, racconta il proprio vissuto personale per favorire un confronto pubblico.

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Jonathan Bazzi Solitudine Il Fatto Quotidiano
Jonathan Bazzi scrive un editoriale da brividi sulla solitudine di oggi. Lo fa riportando il proprio vissuto personale. Ma sui social de Il Fatto Quotidiano si scatena la gogna.
2 min. di lettura

Malato mentale, trovati uno psichiatra, zombie, umanoide. Sono soltanto alcuni degli epiteti rivolti a Jonathan Bazzi dal popolo social de Il Fatto Quotidiano.

Il quotidiano aveva ripreso un articolo di Bazzi per il Corriere.

L’articolo di Jonathan Bazzi che ha scatenato i commenti del popolo de Il Fatto

Nell’articolo scritto per il Corriere della Sera l’autore di “Febbre” (presto un film) e “Corpi minori” racconta la sua reclusione volontaria: lavora e fa yoga, ordina tutto a domicilio e resta sullo smartphone per ore. Non disprezza la solitudine, ma avvisa i rischi di un isolamento che indebolisce. Lo “sciame social” riduce il contatto fisico a qualche occasione saltuaria ed eccezionale, la casa diventa il luogo di sempre, in una clausura digitale che nasce dal desiderio di protezione, scrive l’intellettuale milanese. Bazzi paragona la propria condizione ai “monaci secolari”. Il suo racconto, sempre in bilico tra l’attrazione per la comfort zone e la pericolosa tossicità di quest’ultima, tratteggia la ricerca di un rifugio che tuttavia, offrendo comfort, si rivela illusorio. Una riflessione che infine, senza infingimenti, approva alla certezza che sia necessario non rinunciare al confronto autentico. Lo scrittore auspica un ritorno alla relazione reale e riconosce l’importanza di un equilibrio tra benessere individuale e sana esposizione al mondo esterno. ​​Il consiglio di Gay.it è di leggere l’articolo integrale di Bazzi sul Corriere.

Il Fatto posta tre volte in nove ore l’articolo su Bazzi

Il Fatto Quotidiano riprende l’articolo di Bazzi, pubblicandone ampi stralci. Nell’articolo, non firmato, Il Fatto riporta il senso universale del testo di Bazzi come un racconto personale, e questo viene altamente frainteso dal popolo dei social che, tocca ricordare, non è certamente sotto il controllo del giornale. Sulla pagina Facebook de Il Fatto l’articolo viene pubblicato tre volte in nove ore.

Il tenore dei commenti è di questo tipo:

Non ho letto l’articolo, non ho intenzione di leggerlo ma dato che è apparso sulla mia home senza che lo cercassi credo di aver il diritto di dire la mia su quel poco che mi è stato sbattuto in faccia.
Quindi dirò che son pronto a scommettere quale macroarea politica questo ragazzo sostiene.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

Moltissimi consigliano di farsi curare da professionisti di vario genere:

Fatti vedere da uno psicologo!!
Non sei normale!!

Galera gli verrà utile

quando uno sta male, si cura, non fa interviste. Speriamo che avendola letta qualche “amico” o parente lo aiuti a curarsi

Forse ci vuole un esorcista

Che fortuna non avere tali problemi mentali

Quindi i commenti che preferiscono concentrarsi sul volto di Bazzi:

Lombroso was right

Si vede dalla faccia che non esci da mesi …

Ma chi sarebbe sto disagio

Ti consiglio di uscire a prendere un po’ di sole che ti viene un po’ di colorito

non più un umano ma un umanoide. Messo veramente male.

Altri commenti evitiamo di riportarli. Tra i follower del quotidiano, ecco qualche estimatore in sua difesa. Scrive infatti un utente:

L’articolo non è per tutti… il 79% di analfabeti funzionali si è fermato al titolo giustamente.

La nota triste però, a ben vedere, è che proprio quel 28% (e non 79%) di analfabeti funzionali sono in grado a quanto pare di fraintendere un racconto universale e trasformarlo in motivo di gogna personale.

Jonathan Bazzi, come ogni scrittore autentico, trasforma il proprio vissuto in un’occasione di riflessione collettiva. Questo il senso del suo contributo sul Corriere (come anche dei suoi due romanzi). Il suo racconto sull’isolamento non è un piagnisteo né un’esibizione, ma un invito a interrogarsi sul nostro rapporto con la solitudine e la socialità digitale.

© Riproduzione riservata.

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