Cosa accadrebbe se fosse lo Stato a stabilire chi può o non può avere figli? Qualcuno risponderebbe che in realtà questo già accade, che lo Stato già decide, ad esempio impedendo – come accade nel nostro Paese – l’adozione per i single e le coppie omosessuali. Ma la proposta, al contempo ideale e concreta, che qui provo ad abbozzare si colloca su un altro livello. Essenzialmente vuole essere una critica all’idea di filiazione come diritto posseduto per natura e alla famiglia naturale come modello di bontà morale.

LA NATURA NON È ETICA

Per molte persone avere un figlio è effettivamente una possibilità biologica: ma il fatto che si disponga di tale dotazione biologica è giusto che si traduca automaticamente in un diritto ad avere figli? Diventare genitori produce responsabilità, significa esercitare un potere morale di livello superiore. Fare un figlio non è una decisione come le altre: riguarda in modo intimo e radicale la vita altrui. Ogni riflessione sull’essenza e forme della genitorialità dovrebbe pertanto tenere conto non solo delle persone che decidono di diventare genitori, ma anche – e vorrei dire, soprattutto – dei nuovi e fragili esseri umani che vengono al mondo. Occorre uscire dall’idea che i figli siano un bene o una proprietà dei genitori. Il ruolo del genitori è più simile, ponendosi in una prospettiva moralmente qualificante, a una messa al servizio, all’assunzione radicale di una responsabilità. C’è un punto morale preciso che ritengo ineludibile: siamo responsabili ovvero colpevoli per ogni nuovo dolore che viene al mondo ed è proprio la genitorialità ad essere portatrice di questa responsabilità, essendo dotata del potere massimo di fare del bene/del male a un altro essere umano. Ecco perché qui tento di sostenere l’idea che l’accesso alla genitorialità dovrebbe essere normato, che lo si dovrebbe sottrarre alla possibilità biologica.

PERCHÉ FARE FIGLI NON PUÒ ESSERE UN DIRITTO

Qualche settimana fa dai quotidiani abbiamo appreso che in parlamento si discute di una proposta di legge che intende istituire corsi di formazione per genitori, corsi che si preoccupino di rendere i genitori consapevoli del loro ruolo e delle loro responsabilità. Benissimo. Iniziativa lodevole ma, vorrei dire, assolutamente insufficiente. Non sufficiente a far cosa? Qual è la posta in gioco? Il problema per cui credo si debba finalmente provare a dare una soluzione, va ricercato in quel legame delicatissimo tra dotazione biologica e adeguatezza morale, psicologica e materiale. In altri termini: perché individui impossibilitati a svolgere adeguatamente il ruolo di genitori, nei fatti, finiscono comunque per avere dei figli? Diventare genitori, vorrei ribadirlo, non è qualcosa che riguarda solo l’individuo o la coppia. Si può parlare di “diritto” e di diritto ad “autodeterminarsi” essenzialmente quando si fa riferimento a singoli oppure a relazioni tra adulti. Se un persona vuole biforcarsi la lingua oppure venerare le antiche divinità Inca, deve poterlo fare. Nessun problema. Ma diventare genitori condiziona in modo diretto la vita di un altro essere umano, necessariamente subordinato, che per lungo tempo potrebbe trovarsi a vivere condizioni di disagio senza possibilità di sottrarsi alla sofferenza.

Il male subito dai bambini è il male maggiore, è male inflitto su chi non ha modo di ripararsi, di attenuare o schivare i colpi che riceve. La società, e quindi lo Stato e la politica, dovrebbero fare tutto il possibile per evitare che un male del genere venga compiuto. Prendere tutte le precauzioni a disposizione, compresa quella, certo controversa, di limitare il diritto degli adulti di autodeterminarsi. Perché diritti, beni e valori devono essere bilanciati. E il diritto dei bambini di venire al mondo in un ambiente non ostile ritengo debba ritenersi superiore a quello dei genitori di esercitare la propria facoltà riproduttiva.

Paradossalmente c’è qualcosa che potrebbe apparire simile, in questa proposta che sto delineando, alle posizioni di chi intende vietare le adozioni e le altre forme di genitorialità per le coppie LGBT. Il problema è che, come succede ad esempio ai cattolici, il criterio che agisce lì è quello del pregiudizio, dato che letteratura scientifica e cronache ci dicono ormai chiaramente che la famiglia naturale non è affatto garanzia di equilibrio e benessere. Nella visione che mi impegno a difendere due uomini e due donne possono essere genitori qualificati esattamente come un uomo e una donna. La possibilità biologica di fare figli non ha di per sé alcun valore morale. È anzi una capacità che può aprire a veri abissi etici, a tragedie e scenari raccapriccianti, come ormai quotidianamente la cronaca nera ci insegna.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

UN SPECIE DI ADOZIONE CHE PASSA PER LA BIOLOGIA

La proposta che qui provo ad abbozzare è la seguente: ipotizzo che il momento genitoriale venga obbligatoriamente preceduto da una verifica. Esattamente come accade da tempo per le adozioni. I parametri da tenere in considerazione sarebbero molteplici: l’equilibrio psicofisico, le condizioni economiche (non agiate ma tali da garantire un livello almeno decente di sussistenza), la personalità e i motivi per cui si intende diventare genitori, l’assenza di fattori quali la dipendenza da alcol e droghe, la stabilità affettiva della coppia (se di coppia si tratta, poiché non credo sia da escludere l’adozione per i single). Un iter insomma del tutto simile a quello previsto oggi per le adozioni.

A chi tutto ciò risultasse esagerato vorrei far presente che accade già che lo Stato intervenga, togliendo i figli alle famiglie di origine, quando si ritiene che i genitori non siano in grado di svolgere il loro compito o che il contesto familiare sia nocivo per il minore. Col doppio trauma per i bambini, in quei casi, dato dall’aver vissuto in contesti traumatizzanti e dall’essere strappati al contesto familiare che rappresenta comunque un punto di riferimento. Questa proposta intende insomma anticipare il momento dell’intervento dello Stato. Un intervento non a danni fatti, ma in una fase in cui non esiste ancora nessun bambino, in cui si può ancora decidere se è il caso che un bambino lì ci sia. E proprio il riferimento alle adozioni mette in evidenza un vero e proprio paradosso. Infatti: se i figli non ci sono ancora, proibire di averne non produce alcuna sofferenza al bambino (che non c’è), nel caso dei bambini in adozione invece gli standard elevanti e le scrupolosissime verifiche ritardano e talvolta addirittura negano un miglioramento della condizione dei minori.

In questa mia proposta di una licenza o patente per genitori, la selezione di chi è idoneo e chi no, non dovrebbe essere intesa in senso forte, ma in senso debole. Ovvero dovrebbero valere il criterio della massima inclusività possibile che abbia come criterio determinante il bene del bambino. Tutti insomma devono potenzialmente poter essere genitori, a patto che i figli trovino ad accoglierli un contesto almeno decente, dal punto di vista psicologico, materiale, affettivo. Nessuna discriminazione a priori, ma valutazione attenta per il bene dei possibili nuovi nati.

LO STATO NON PUÒ ESSERE ETICO, MA NEPPURE CONTRO L’ETICA

Una possibile critica a questa proposta potrebbe essere quella che la rifiuti ritenendola degna di uno Stato etico. Ebbene, vorrei dire che ogni Stato è etico (o dovrebbe esserlo), nel senso che prevede l’introduzione di principi etici nell’organizzazione politica, sociale, economica, culturale. La tutela dei cittadini, a vari livelli e gradi, è uno dei compiti classici dello Stato. E certo non fa esclusione la tutela dei minori, o dei potenziali minori. Lo Stato già interviene a normare la genitorialità, già interviene nei casi di disagio, indigenza, violenza. Intervengono i tribunali, gli assistenti sociali. I figli vengono dati in affido e in adozione. Però si interviene solo in un secondo momento, lasciando che nei primi mesi o addirittura anni i bambini restino soli nelle loro famiglie sbagliate.

UN DESIDERIO CONDIZIONATO

Avere un figlio propongo venga considerato allora non un diritto, ma un desiderio condizionato o meglio da dover condizionare. È una possibilità fisica, biologica con implicazioni morali forti, di alto livello. Per questa sorta di licenza o patente ho qui aperto un cantiere ideale, tutto da specificare al suo interno e da immaginare nelle sue linee concrete di attuazione. Certo non è semplice: se è abbastanza facile ipotizzare i casi di incompatibilità palese tra situazioni estremamente difficili e genitorialità, si aprirebbe invece il problema del trattamento di quella sorta di “terra di mezzo” costituita da tutti quei casi che consentono una valutazione più ambigua e soggettiva.

Insomma la questione dei criteri da adottare resta tutta da pensare e definire. Ciononostante ritengo valga la pena ipotizzare concretamente questa rivoluzione al contempo legale e affettiva, affinché la famiglia diventi il campo della moralità e non della naturalità, in cui qualificanti diventino le relazioni e le dinamiche di cura e supporto reciproco, invece della mera possibilità biologica. È tempo che il destino dei bambini diventi una priorità per le nostre istituzioni, poiché tra i compiti di una società giusta dovrebbe anche esserci quello di portare sulla scena sin da subito, per quanto in modo virtuale, l’interesse del bambino che verrà.

Jonathan Bazzi

Genitorialità - Gay.it - photo source: thenewbornartist.com
Genitorialità – Gay.it – photo source: thenewbornartist.com

(photo source: thenewbornartist.com)

© Riproduzione riservata.