Senegal, proposta per rendere ancora più feroce la legge anti-gay: fino a 15 anni di carcere per “atti contro natura”

Accorpate nel testo anche bisessualità, transessualità, zoofilia, e necrofilia, messe sullo stesso piano e definite "forme di perversione" importate dall'occidente.

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Il deputato Cheikh Abdou Bara Dolly Mbacké, primo promotore della proposta.
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La criminalizzazione de facto dell’omosessualità in Senegal non è un fenomeno recente. L’articolo 319.3 del Codice penale prevede pene severe per chiunque commetta un “atto contro natura con una persona del suo stesso sesso”, con sanzioni che variano da una multa a pene detentive fino a cinque anni.

Nonostante la normativa già restrittiva, il 24 giugno scorso il deputato Cheikh Abdou Bara Dolly Mbacké, rappresentante del partito di governo Libertà, Democrazia e Cambiamento, ha presentato una proposta legislativa per inasprire ulteriormente le pene, prevedendo fino a quindici anni di carcere e una multa fino a cinque milioni di franchi CFA (circa 1.520-7.615 euro).

Posizione anticipata dall’attuale capo di governo Ousmane Sonko nel 2022 quando era ancora all’opposizione e i tempi non erano maturi: durante la sua campagna elettorale, Sonko aveva comunque promesso che la sua prima azione legislativa, una volta giunto al potere, sarebbe stata indirizzata contro la comunità LGBTQ+.

La legge vigente fa riferimento all’articolo 319.3 del Codice penale, che impone multe da 100.000 a 1.500.000 franchi (circa 152 a 2.284 euro) o pene detentive da uno a cinque anni per gli atti omosessuali. Mbacké esprime oggi un parere ancora più severo, affermando “la necessità di combattere tutte le forme di perversione” e di “difendere i valori morali contro l’immoralità che avrebbe corrotto la società senegalese attraverso influenze occidentali“. In dettaglio, accorpando bisessualità, transessualità, zoofilia, e necrofilia.

Si tratta infatti dell‘ultima di una serie di misure contro l’Occidente, regione da cui proviene, ironicamente, un elevato numero di migranti. Una mossa politica prevedibile, visto il preoccupante trend omobitransfobico che ha coinvolto il continente africano negli ultimi anni, ma anche data l’attitudine sorprendentemente ostile verso le identità non conformi da parte della popolazione di uno dei paesi più avanzati economicamente e dal punto di vista dei diritti civili in Africa.

Tramite la sua “politica di senegalizzazione” – così definita dal governo post-indipendenza dalla Francia nel 1960 – il Senegal ha saputo infatti adottare un approccio multidimensionale alla costruzione della propria struttura produttiva, combinando un forte controllo statale sulle produzioni primarie a una stretta cooperazione internazionale con l’Europa per lo sviluppo dell’industria nella capitale, Dakar. Ciò ha reso la repubblica presidenziale senegalese una delle più forti del continente, contribuendo – anche tramite gli stretti rapporti con l’UE – al fiorire della democrazia e, con essa, dei diritti civili e sociali.

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Tuttavia, l’opinione pubblica sulla comunità LGBTQIA+ non è mai riuscita a scrollarsi di dosso il pesante retaggio coloniale: secondo il più recente sondaggio del Pew Research Center – che risale tuttavia a più di 10 anni fa – il 97% della popolazione si dimostra ostile alle identità non conformi.

Attitudine recentemente riconfermata da un terrificante atto di violenza commesso da un vasto gruppo di integralisti religiosi, che a fine ottobre 2023 hanno riesumato il corpo di un uomo omosessuale per bruciarlo e “purificarlo”, al grido di “góor-jigéen, mezzo uomo e mezzo donna. Lo stesso termine che, prima delle colonizzazioni occidentali ,veniva utilizzato con reverenza per riferirsi a una certa categoria sociale, è oggi diventato il simbolo della violenta repressione della comunità LGBTQIA+ in Senegal.

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Gli attivisti segnalano un aumento della retorica anti-gay, intensificatasi a seguito di una manifestazione tenutasi a maggio 2021 nella capitale, durante la quale si è proposto di classificare i rapporti omosessuali come crimine grave. Solo pochi dopo, la presentazione del primo di una serie di disegni di legge, tutti affossati, per inasprire le già draconiane leggi anti-LGBTQIA+. La stessa Francia, prima promotrice della cooperazione internazionale con la propria ex-colonia, ha escluso il Senegal dall’elenco dei paesi di origine sicuri.

I dati ufficiali rivelano che l’anno scorso la maggior parte delle 1.300 richieste di asilo presentate dai senegalesi in Francia citava persecuzioni basate sull’orientamento sessuale. Tuttavia, molti in Senegal come anche in Uganda, Ghana, Kenya, Nigeria, percepiscono l’omosessualità come uno stile di vita occidentale imposto alla loro società sotto ricatto. Retorica che i capi di governo  oggi sfruttano per allontanarsi dall’UE e dagli Stati Uniti – non senza pesanti ripercussioni economiche – per avvicinarsi ai BRICS a guida cinese e russa, percepiti come maggiormente affini sui temi dei diritti – o meglio, non diritti – umani e più rispettosi della sovranità culturale degli stati africani.

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