Salute ginecologica e identità LGBTQIA+, dati preoccupanti: misgendering, rifiuto di analisi, traumi e disagi

Lo studio condotto dal Coming-Aut LGBTI+ Community Center e UNAR evidenzia la mancanza di formazione adeguata sulle identità e gli orientamenti non conformi. Che preclude servizi essenziali a una consistente porzione della popolazione.

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La dicitura “persona con utero” suscita reazioni contrastanti. Alcuni, soprattutto tra lə appartenenti al movimento TERF, la considerano una forma di cancellazione dell’identità femminile. Altrə la trovano invece semplicemente spiacevole, e quindi intollerabile.

Eppure, non possiamo ignorare che esistono persone che hanno un utero, ma non si identificano nel genere assegnato loro alla nascita, proprio come esistono “persone con prostata” il cui genere non corrisponde a quello maschile, a cui tradizionalmente si associa questo organo.

Ma perché è così necessario allargare gli orizzonti del linguaggio per adattarlo al progresso sociale e all’evoluzione del concetto di genere in relazione al sesso biologico – anche quest’ultimo ben più sfaccettato rispetto all’ormai obsoleta concezione binaria?

La risposta sta anche e soprattutto nell’accessibilità dei servizi. Lo studio condotto dal Coming-Aut LGBTI+ Community Center (Pavia), in collaborazione con il Centro UNAR, mette in luce proprio questa problematica. Ed è un promemoria che non possiamo permetterci di ignorare. (Cos’è l’UNAR >)

Tra aprile e settembre del 2023, più di mille persone, in gran parte appartenenti alla comunità LGBTQIA+, hanno partecipato a un’indagine che esplora come le soggettività non conformi – cisgender e non – si interfacciano con il sistema sanitario ginecologico, proprio quello rivolto alle persone con utero e organi genitali femminili.  Rilevando come, per molte persone, ricevere cure appropriate non sia affatto scontato.

I numeri parlano chiaro: quasi il 10% dellə intervistatə non ha mai visto unə ginecologə, e un ulteriore 37% non vi accede da più di un anno. Non questione di mancanza di interesse, quanto più di ostacoli reali. Liste d’attesa interminabili, mancanza di informazioni chiare e accesso limitato a servizi adeguati sono solo alcuni dei fattori che spingono molte persone a rivolgersi a strutture private. Per chi può permetterselo. Ma cosa succede a chi non può?

Qui entra in gioco il problema della disuguaglianza economica che spesso si intreccia a quello dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. Rivolgersi a strutture private può sembrare una soluzione semplice per moltə, ma è una scelta che non tutti possono permettersi.

Chi non ha risorse economiche sufficienti è costrettə a fare i conti con un sistema pubblico che, per chi appartiene alla comunità LGBTI+, risulta ancora poco preparato e, in alcuni casi, apertamente ostile. Il 13,21% dellə rispondenti teme infatti di essere visitatə da unə specialista omobilesbotransfobicə.

Un dato importante, che va messo in relazione alle esperienze di chi, già vulnerabile a contesti familiari e sociali difficili per via della propria identità o orientamento, deve fare i conti con discriminazioni dirette dove dovrebbe sentirsi più al sicuro.

Lo studio ci racconta invece che quasi il 14% dei partecipanti ha vissuto sulla propria pelle il rifiuto a esami ginecologici proprio a causa del proprio orientamento sessuale o identità di genere.

A giocare un ruolo importante in tale fenomeno potrebbe essere anche la mancanza di servizi specializzati per chi ha subito interventi di riassegnazione di genere, solo uno dei tanti aspetti che rendono difficile l’accesso alle cure. Il sistema sanitario non è pensato per le identità e gli orientamenti non conformi, e quindi queste persone non esistono – o meglio, non meritano la stessa attenzione riservata a chi rientra negli standard di genere tradizionali.

Concetto che si specchia perfettamente nel fenomeno del misgendering – ovvero il disconoscimento dell’identità di genere di una persona –pratica fin troppo comune in ambito sanitario.

Secondo i dati raccolti, un quarto dellə partecipanti ha dichiarato che il proprio genere non è stato rispettato dal ginecologo, e quasi il 40% ha riferito lo stesso tipo di trattamento da parte del personale amministrativo.

Numeri che, per le persone trans, salgono drammaticamente: il 69% è stato misgenderatə dal medico, e quasi il 90% dal personale non medico. Cifre che lasciano poco spazio a dubbi: esiste un problema sistemico, una falla nel modo in cui le strutture sanitarie si relazionano con chi non rispecchia il modello cis-eteronormativo.

Questi episodi non sono solo fastidiosi. Non si tratta solo di sentirsi a disagio o poco compresi.  Se nel quasi 18% dei casi – dato che sale a un vertiginoso 63% in ambito di persone non binarie – lə paziente non si sente a proprio agio nel dichiarare la propria identità di genere, questo si traduce nel non poter parlare apertamente delle proprie necessità, non sentirsi accolti e rispettati.

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E, in molti casi ricevere cure incomplete o non adeguate. Il che, quando parliamo di salute, può fare la differenza tra una diagnosi tempestiva e una tardiva, tra prevenzione e malattie, anche in ambito di orientamento sessuale.

Ma anche in quei casi in cui una persona LGBTQIA+ riesce ad accedere alle visite ginecologiche, l’esperienza è nettamente diversa e più traumatica rispetto a quella delle donne etero-cisgender.

Mentre queste ultime riportano infatti un livello di disagio lieve o moderato, quasi la metà delle persone trans ha dichiarato di provare un forte disagio durante le visite. Non solo una questione di invasività della visita, che già di per sé può essere difficile da affrontare, ma una paura costante che il personale medico non sia preparato, che possa fare commenti inappropriati, o peggio, che possa giudicare.

Al di sotto, ci sono anni di esperienze negative, di mancanza di comprensione, di giudizi espressi con leggerezza e superficialità.

In oltre l’11% dei casi, i medici hanno cercato di convincere i pazienti che non fossero realmente LGBTQIA+, mettendo in dubbio la loro identità. Ancora più diffuso è il fenomeno dei giudizi espressi sulle pratiche sessuali, riportato da oltre il 30% degli intervistati.

Inoltre, il 15% ha dichiarato di aver ricevuto commenti inappropriati riguardo all’estetica dei propri genitali, rivelando un livello di invasività e mancanza di rispetto inaccettabile. Non solo: a quasi il 6% delle persone è stato negato l’accesso a servizi ginecologici a causa della loro identità di genere o orientamento sessuale, e in alcuni casi (2,5%) sono state proposte visite fuori dall’orario normale per evitare il contatto con altri pazienti.

La nostra associazione da anni denuncia l’assenza di servizi preparati ad accogliere l’utenza LGBTI+ in questo Paese – denuncia Ilenia Pennini, responsabile nazionale salute di Arcigay – I dati di questo studio raccontano disservizi e mancanze di tutele che allontanano l’utenza dal prendersi cura della propria salute, compresa quella sessuale. Serve formazione sia per il personale sanitario che per quello amministrativo e un miglioramento del rapporto medico-paziente che sappia davvero intercettare e rispettare i bisogni di tutte le persone che accedono ai servizi. I tagli alla spesa sanitaria e la riduzione del tempo dedicato alle visite hanno degli importanti effetti negativi sulla salute pubblica. In un momento in cui le infezioni sessualmente trasmissibili sono in aumento l’accesso ai servizi che si occupano di prevenzione dovrebbero essere incentivati, non ridotti. Servono campagne nazionali e un maggior rapporto tra i servizi sanitari e il territorio”.

I risultati dello studio saranno presentati giovedì 12 settembre alle ore 18:00 presso la sede di Coming-Aut, in Corso Garibaldi 20/N a Pavia. Sarà un momento di riflessione sugli step necessari per garantire che il diritto alla salute diventi realmente accessibile a tuttə.

È prioritario favorire la costruzione di contesti sanitari friendly per le persone LGBTI+, perché prendersi cura della propria salute sia un diritto davvero per tuttə – spiega Cecilia Bettini, presidente di Coming-Aut – Non è più ammissibile che un uomo trans decida di non avvalersi dei servizi di ginecologia per timore degli sguardi in sala d’attesa e che il personale non sia in grado di gestire la situazione. O che una donna lesbica decida di tacere il proprio orientamento sessuale per non subire commenti giudicanti da parte del personale sanitario. Serve una formazione adeguata rivolta al personale medico e al personale amministrativo perché la presa in carico della persona LGBTI+ non seguiti ad essere un calvario. Come Centro Antidiscriminazioni siamo disponibili fin da subito a lavorare in questa direzione”.

 

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