Essere apertamente queer in Indonesia è un atto di audacia quasi inimmaginabile. L’ascesa al potere di Prabowo Subianto – controverso nuovo presidente dal maggio di quest’anno – ha reso la già sistematica persecuzione una vera e propria orchestrazione collettiva, che coinvolge il governo, le istituzioni religiose e persino la società civile, tutte impegnate nel mantenere inalterati gli angusti confini delle norme di genere e orientamento sessuale.
In questo scenario di oppressione sistematica, neanche l’arte può più essere libera senza conseguenze. Ma c’è chi non si arrende. È il caso di Kai Mata, giovane attivista e cantautrice indonesiana lesbica, che in segno di protesta, aveva avviato la propria carriera di “artivista” con un video condiviso su Twitter: “Sono Kai Mata. Sono indonesiana, e sono estremamente gay. Nessuna legge potrà cambiarlo, nessuna terapia di conversione potrà cambiarlo, e neanche l’odio e le minacce. Sono qui a parlarne perché non dovrebbe essere così complicato guardare due ragazze innamorate“.
Un gesto che, nella sua apparente semplicità, ha scatenato un’ondata di reazioni, raggiungendo le oltre 400.000 visualizzazioni.
I am Indonesian and LGBTQ+. Help stop a bill that would require conversion therapy here in the fourth-most populated country in the world.https://t.co/7PKFjGMmKT pic.twitter.com/tLuW0aJZIf
— Kai Mata🏳️🌈 (@kaimatamusic) February 27, 2020
Il tempismo della sua dichiarazione non è stato casuale. Il video, pubblicato a febbraio 2020 rappresentava infatti una risposta diretta alla famigerata bozza di legge RUU Ketahanan Keluarga, un testo legislativo che, sotto l’egida di una presunta “resilienza familiare”, includeva norme aberranti come l’obbligo per le persone LGBT di sottoporsi a trattamenti coercitivi volti a “correggere” il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere.
In un Paese che sta rapidamente scivolando verso un conservatorismo religioso sempre più rigido, l’idea di fare coming out pubblicamente è quindi, per la maggior parte delle persone queer, un’ipotesi quasi impensabile.
Ma Kai Mata ha avuto dalla sua il sostegno di una famiglia che l’ha accolta senza riserve, un privilegio che le ha dato la forza di rompere il silenzio. A soli 22 anni, ha scelto di vivere la sua identità in modo visibile e coraggioso, con l’intento di dare voce – attraverso la sua musica – a una comunità costretta a vivere nell’ombra.
Le sue composizioni sfidano quindi apertamente la narrativa dominante attraverso un’inedita fusione di lirismo intimo e protesta sociale. La sua voce, dolce e accogliente, cela una vena polemica e, in taluni casi, una feroce ironia che scardina i pregiudizi con una delicatezza tanto disarmante quanto tagliente.
Ascoltando So Hard – suo singolo di debutto – si è travolti da una narrazione sarcastica che rigetta i luoghi comuni sull’orientamento sessuale, con linee apparentemente semplici ma che, nel contesto indonesiano, acquisiscono una profondità ancora più provocatoria.
Qui, Kai Mata riesce a impacchettare temi densi di significato politico in una traccia synth-pop di una leggerezza ingannevole, con il risultato di mettere a nudo le insicurezze di una società spaventata dalla diversità. Ma anche le proprie. La giovane cantautrice ricorda infatti con dolore i suoi anni di adolescenza a Giacarta, segnati da un profondo senso di isolamento e solitudine.
“Non conoscevo nessuno che fosse gay, nessuno che fosse LGBTQ+. Era come essere intrappolata in una bolla di invisibilità, un’esperienza alienante e spaventosa,” ha confidato in un’intervista al magazine Coconut.
Ora, con il suo coming out e il suo status di prima cantante apertamente lesbica nel panorama musicale indonesiano, spera di incoraggiare coloro che, come lei un tempo, si sentono soli e vulnerabili. Ma Kai non si accontenta di dare visibilità: vuole umanizzare una comunità che, troppo spesso, viene strumentalizzata e ridotta a un mero stereotipo.
Tuttavia, la visibilità ha un prezzo. Da quando ha dichiarato pubblicamente la sua sessualità, Kai riceve quotidianamente una valanga di messaggi d’odio, molti dei quali contenenti minacce di morte. Innumerevoli volte le è stato detto di lasciare l’Indonesia, di fuggire o, in alternativa, di prepararsi a essere lapidata.
Ma non si lascia intimorire. Anzi, la sua determinazione si rafforza, alimentata dalla consapevolezza che la visibilità è necessaria, ora più che mai. “Non ho alcuna intenzione di indietreggiare. I miei antenati hanno affrontato discriminazioni nel corso della storia indonesiana, e ora vogliono perseguitarmi a causa del mio orientamento sessuale. Ma non scapperò.”
Per proteggersi, Kai ha adottato misure legali e strategiche: consulta regolarmente un team di avvocati e ha scelto di comunicare prevalentemente in inglese, per evitare ulteriori attacchi. Vive a Bali, un’isola considerata relativamente più tollerante rispetto ad altre zone del Paese e nei prossimi giorni, farà tappa in Italia per ricevere il “Joint Annual Engaged Artivist Award on Atrocity Prevention and Human Rights“, che le sarà consegnato durante la cerimonia dei diplomi del Master Europeo in Diritti Umani e Democratizzazione organizzato dal Global Campus of Human Rights presso la Scuola Grande San Giovanni Evangelista di Venezia.
A coronare il premio, una scultura in vetro di Murano, creata dalla designer veneziana Eleonora Vaccari in collaborazione con l’Istituto di Auschwitz per la prevenzione del genocidio e delle atrocità di massa (AIPG) e la Binghamton University (G-IMAP). Un’opera che incarna la delicatezza e la resilienza della battaglia per i diritti umani, perfettamente in linea con la missione artistica e personale di Kai Mata.
