Chi è Kai Mata, la prima cantautrice lesbica indonesiana a fare coming out e a sfidare le persecuzioni per i diritti LGBTQ+

Diventata virale grazie al video del suo coming out su Twitter, sarà premiata a Venezia.

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Essere apertamente queer in Indonesia è un atto di audacia quasi inimmaginabile. L’ascesa al potere di Prabowo Subianto – controverso nuovo presidente dal maggio di quest’anno – ha reso la già sistematica persecuzione una vera e propria orchestrazione collettiva, che coinvolge il governo, le istituzioni religiose e persino la società civile, tutte impegnate nel mantenere inalterati gli angusti confini delle norme di genere e orientamento sessuale.

In questo scenario di oppressione sistematica, neanche l’arte può più essere libera senza conseguenze. Ma c’è chi non si arrende. È il caso di Kai Mata, giovane attivista e cantautrice indonesiana lesbica, che in segno di protesta, aveva avviato la propria carriera di “artivista” con un video condiviso su Twitter: “Sono Kai Mata. Sono indonesiana, e sono estremamente gay. Nessuna legge potrà cambiarlo, nessuna terapia di conversione potrà cambiarlo, e neanche l’odio e le minacce. Sono qui a parlarne perché non dovrebbe essere così complicato guardare due ragazze innamorate“.

Un gesto che, nella sua apparente semplicità, ha scatenato un’ondata di reazioni, raggiungendo le oltre 400.000 visualizzazioni.

Il tempismo della sua dichiarazione non è stato casuale. Il video, pubblicato a febbraio 2020 rappresentava infatti una risposta diretta alla famigerata bozza di legge RUU Ketahanan Keluarga, un testo legislativo che, sotto l’egida di una presunta “resilienza familiare”, includeva norme aberranti come l’obbligo per le persone LGBT di sottoporsi a trattamenti coercitivi volti a “correggere” il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere.

In un Paese che sta rapidamente scivolando verso un conservatorismo religioso sempre più rigido, l’idea di fare coming out pubblicamente è quindi, per la maggior parte delle persone queer, un’ipotesi quasi impensabile.

Ma Kai Mata ha avuto dalla sua il sostegno di una famiglia che l’ha accolta senza riserve, un privilegio che le ha dato la forza di rompere il silenzio. A soli 22 anni, ha scelto di vivere la sua identità in modo visibile e coraggioso, con l’intento di dare voce – attraverso la sua musica – a una comunità costretta a vivere nell’ombra.

Le sue composizioni sfidano quindi apertamente la narrativa dominante attraverso un’inedita fusione di lirismo intimo e protesta sociale. La sua voce, dolce e accogliente, cela una vena polemica e, in taluni casi, una feroce ironia che scardina i pregiudizi con una delicatezza tanto disarmante quanto tagliente.

Ascoltando So Hard – suo singolo di debutto – si è travolti da una narrazione sarcastica che rigetta i luoghi comuni sull’orientamento sessuale, con linee apparentemente semplici ma che, nel contesto indonesiano, acquisiscono una profondità ancora più provocatoria.

Qui, Kai Mata riesce a impacchettare temi densi di significato politico in una traccia synth-pop di una leggerezza ingannevole, con il risultato di mettere a nudo le insicurezze di una società spaventata dalla diversità. Ma anche le proprie. La giovane cantautrice ricorda infatti con dolore i suoi anni di adolescenza a Giacarta, segnati da un profondo senso di isolamento e solitudine.

“Non conoscevo nessuno che fosse gay, nessuno che fosse LGBTQ+. Era come essere intrappolata in una bolla di invisibilità, un’esperienza alienante e spaventosa,” ha confidato in un’intervista al magazine Coconut.

Ora, con il suo coming out e il suo status di prima cantante apertamente lesbica nel panorama musicale indonesiano, spera di incoraggiare coloro che, come lei un tempo, si sentono soli e vulnerabili. Ma Kai non si accontenta di dare visibilità: vuole umanizzare una comunità che, troppo spesso, viene strumentalizzata e ridotta a un mero stereotipo.

Sfruttando la visibilità conquistata grazie al suo coraggio, Kai Mata ha ampliato la propria voce come simbolo della comunità LGBTQ+ indonesiana nel proprio paese e nel mondo, portando il suo messaggio di inclusività e resilienza in contesti educativi e professionali. La sua partecipazione a eventi in scuole, organizzazioni no-profit e aziende esplora la complessità dell’identità culturale, dell’orientamento sessuale, dell’etnia e del genere.

 

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Tuttavia, la visibilità ha un prezzo. Da quando ha dichiarato pubblicamente la sua sessualità, Kai riceve quotidianamente una valanga di messaggi d’odio, molti dei quali contenenti minacce di morte. Innumerevoli volte le è stato detto di lasciare l’Indonesia, di fuggire o, in alternativa, di prepararsi a essere lapidata.

Ma non si lascia intimorire. Anzi, la sua determinazione si rafforza, alimentata dalla consapevolezza che la visibilità è necessaria, ora più che mai. “Non ho alcuna intenzione di indietreggiare. I miei antenati hanno affrontato discriminazioni nel corso della storia indonesiana, e ora vogliono perseguitarmi a causa del mio orientamento sessuale. Ma non scapperò.”

Per proteggersi, Kai ha adottato misure legali e strategiche: consulta regolarmente un team di avvocati e ha scelto di comunicare prevalentemente in inglese, per evitare ulteriori attacchi. Vive a Bali, un’isola considerata relativamente più tollerante rispetto ad altre zone del Paese e nei prossimi giorni, farà tappa in Italia per ricevere il “Joint Annual Engaged Artivist Award on Atrocity Prevention and Human Rights, che le sarà consegnato durante la cerimonia dei diplomi del Master Europeo in Diritti Umani e Democratizzazione organizzato dal Global Campus of Human Rights presso la Scuola Grande San Giovanni Evangelista di Venezia.

A coronare il premio, una scultura in vetro di Murano, creata dalla designer veneziana Eleonora Vaccari in collaborazione con l’Istituto di Auschwitz per la prevenzione del genocidio e delle atrocità di massa (AIPG) e la Binghamton University (G-IMAP). Un’opera che incarna la delicatezza e la resilienza della battaglia per i diritti umani, perfettamente in linea con la missione artistica e personale di Kai Mata.

La situazione dei diritti LGBTQIA+ in Indonesia

In Indonesia, politica e religione formano un binomio imprescindibile, plasmando una narrativa pubblica che percepisce l’omosessualità e ogni divergenza dalla ciseteronormatività come una minaccia alla moralità tradizionale. Il discorso dominante, peraltro alimentato da potenti fazioni religiose, descrive l’identità LGBTQIA+ come un’intrusione occidentale che minaccia il tessuto socio-culturale locale.

Nonostante il codice penale nazionale non criminalizzi direttamente le relazioni omosessuali consensuali, la comunità LGBTQIA+ vive quindi costantemente sotto il peso di una sorveglianza sociale opprimente.

L’elezione di Prabowo Subianto a maggio 2024 ha intensificato ulteriormente il clima di repressione. Tra le sue prime mosse politiche, Prabowo ha riportato in auge una controversa proposta di legge, il RUU Ketahanan Keluarga, che risale al 2020.

Se approvata, la normativa prevederebbe che le persone identificate come LGBTQIA+ siano obbligate a dichiararsi alle autorità e a partecipare a un programma di “riabilitazione”, trattando così l’orientamento sessuale come una devianza patologica da correggere.

Sebbene il disegno di legge non sia ancora stato approvato, il sostegno del partito di Prabowo rende sempre più verosimile la sua eventuale promulgazione. Ma anche senza tale legge, la situazione per la comunità LGBTQIA+ rimane estremamente precaria.

Non solo il matrimonio egualitario è del tutto inesistente – il Codice civile riserva il matrimonio esclusivamente alle coppie eterosessuali –, ma la stragrande maggioranza della popolazione, fortemente influenzata da un discorso religioso conservatore, si oppone strenuamente a qualsiasi riconoscimento giuridico delle unioni tra persone dello stesso sesso.

Anche fronte delle tutele giuridiche contro le discriminazioni, l’Indonesia – come del resto il nostro paese – rimane drammaticamente indietro. Non esistono leggi che offrano una protezione specifica contro le discriminazioni basate su orientamento sessuale o identità di genere. Di conseguenza, le persone LGBTQIA+ sono vulnerabili a discriminazioni sul posto di lavoro, nelle scuole e nella vita quotidiana.

L’Italia è simile all’Indonesia anche in ambito di diritti e tutele per la comunità trans*. Sebbene la transizione di genere sia legale, essa è riservata solo a coloro che hanno subito un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso, e l’iter per ottenere l’autorizzazione legale è particolarmente gravoso.

Le persone trans* devono affrontare ingenti spese per coprire i costi di una burocrazia pesantissima, che richiede più di un passaggio in tribunale. Questo limita enormemente l’accesso al diritto di transizione, rendendo il percorso difficile e, per molti, impraticabile. Inoltre, i livelli di discriminazione sociale restano altissimi, costringendo molt* a nascondere la propria identità per evitare persecuzioni.

Anche il diritto di aggregazione rimane fortemente limitato. Sebbene non esistano leggi che vietino esplicitamente la formazione di gruppi LGBTQIA+, molte organizzazioni devono operare nell’ombra per evitare sanzioni o ritorsioni. Lo dimostra il divieto totale ad eventi Pride, visti come una provocazione e un pericolo per l’ordine morale.

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